Relativismo etico tra fede e ragione

Einstein 1921. E.O. Hoppe per LifeE’ comprensibile e legittimo che i capi di una religione esaltino i benefici spirituali che possono derivare a quanti ne rispettino i contenuti. Ma non è del tutto corretto, anzi si potrebbe rilevarne gli estremi di una “pubblicità ingannevole, sostenere che solo la fede religiosa è l’unico ed esclusivo mezzo per praticare il bene e raggiungere la “salvezza” dell’uomo. E’ vero che ci sono tanti esempi di persone che, animate dalla fede in un Dio e in una religione, hanno condotto una vita esemplare e generosa e fatto del bene all’umanità; e penso soprattutto , ma non solo, ai tanti missionari cristiani che mettono in pratica i fondamentali insegnamenti evangelici e spendono la propria vita per alleviare le sofferenze altrui. Ma è anche vero che se una fede religiosa non è accompagnata dalla ragione e dal senso di giustizia e rispetto per gli altri, può produrre effetti tragici e disastrosi. Gli esempi negativi in proposito abbondano, per tutte le religioni, nella storia e pure nel presente; ci vorrebbe un libro solo per elencarli. Le sanguinarie Crociate, le sofferenze, le torture e le condanne a morte inflitte dalle “Sante Inquisizioni” per secoli, le guerre di religione tra cristiani, le “Guerre sante” degli islamici , gli omicidi e le stragi perpetrate dai fanatici di varie fedi stanno lì a dimostrarlo, senza ombra di dubbio. Bisogna poi tenere presente che anche gli atei, gli agnostici o quanti non si riconoscono in un sistema di credenze religiose fissate in “libri sacri” e strutturate in dogmi e riti, possono essere animati da un fede profonda in valori umani e sociali che non sono meno apprezzabili e costruttivi di quelli connessi alle religioni. Anche tra questi gli esempi non mancano. Basti pensare ai tanti eroi civili del Risorgimento e della Resistenza, ai giudici onesti e agli uomini delle forze dell’ordine che si sono sacrificati consapevolmente in difesa della giustizia, penso a quanti operano con disinteresse, intelligenza e forza morale per il progresso della scienza, per la difesa della libertà e dei diritti umani, pur non essendo credenti o praticanti nel senso letterale del termine. Voglio ricordare solo l’esempio che ci viene dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti a distanza di due mesi l’uno dall’altro, vittime della mafia che avevano cercato di sconfiggere con le armi della legge e della giustizia, accomunati dallo stesso impegno etico civile pur conoscendo i rischi che correvano. Non andava a Messa il primo, ci andava il secondo. Che differenza di valori c’è tra l’uno e l’altro? Evidentemente si può arrivare allo stesso risultato percorrendo strade intime diverse. In ultima analisi, ciò che conta è la forza morale interiore di ogni uomo, quale che sia il sistema di valori, religiosi o semplicemente civili, in cui crede.

Non tutti riescono a trovare i valori cristiani, o i valori fondanti per la propria vita, o l’espressione della propria spiritualità, nelle genuflessioni e nei segni di croce, nelle processioni dietro una immagine o dietro prelati pomposamente e arcaicamente vestiti, nelle “ore di adorazionedavanti ad un tabernacolo, nello spargere di incensi, nell’ascolto ogni domenica di una “parola di Dioidentificata nelle lettere che S. Paolo scrisse quasi duemila anni fa ai Corinti e agli Efesini, nelle ripetizioni mnemoniche di preghiere, litanie e rosari (  mantra, o altro versetto “sacro” di altra religione …). Chi trova conforto in queste pratiche, liberissimo deve essere, e buon pro gli faccia.

Ma il fatto che ormai solo il 15-30 % della popolazione, ufficialmente cattolica o cristiana, non le segua più, deve pur significare qualcosa. E quel 70-80% di un popolo, che pur si definisce cristiano ma non frequenta regolarmente le funzioni religiose, non deve essere tutto schiavo del demonio o costituito da persone prive di moralità, potenziali delinquenti o aspiranti nazisti.

Se è pur vero che la ragione non porta automaticamente alla verità; verità che va sempre cercata, ridefinita, perfezionata, come un traguardo che si sposta sempre in avanti, nemmeno la fede religiosa è sinonimo di verità, poichè si basa su affermazioni, tradizioni, consuetudini e dogmi che vogliono restare immutabili nel tempo, nonostante abbiano causato anche tanti effetti perversi o si siano rivelati per tanti aspetti superati e in contrasto con l’evolversi del pensiero, delle esigenze umane e col progresso della scienza e della conoscenza.

L’idea di Dio che tutti noi ci portiamo dietro dall’infanzia, abitando in Paesi con una  cultura religiosa dominante o prevalente (cattolica, o protestante, o musulmana, o ebraica, o induista, ecc..) ci viene dalla lettura, praticamente imposta attraverso la catechizzazione infantile, delle rispettive “Sacre scritture”. Ma va ricordato che le tre grandi religioni monoteiste si basano tutte su testi che non sono stati scritti direttamente e personalmente dai profeti a cui si ispirano, Mosè, Gesù, Maometto, ma che riferiscono “verità rivelate”, cioè dichiarazioni attribuite a patriarchi o “profeti”, misteriosamente scelti da Dio come messaggeri della sua parola, solo ad essi “rivelata” e poi tramandata nei secoli dai loro seguaci, dapprima per via orale e poi per iscritto.  Questo assunto apre la porta a tanti interrogativi e legittimi dubbi da parte di chi non si sente di “accettare a scatola chiusa” queste presunte rivelazioni divine.

Intanto non è possibile avere la ragionevole certezza che i testi “sacri” giunti fino a noi, attraverso un viaggio bi­millenario e tanti passaggi orali e scritti, e traduzioni da una lingua all’altra, siano la copia esatta di quelli originari dettati da profeti ed evangelizzatori. E’ anzi certo che siano stati parzialmente ritoccati, con aggiunte o cancellazioni, volute dai compilatori per favorire determinate convinzioni, o capitate per errori di trascrizione, traduzione e interpretazione. In ogni caso, anche se i libri della Bibbia, Vecchio e Nuovo testamento (e del Corano e altri testi “sacri”) fossero davvero l’espressione esatta fino all’ultima virgola di quanto dichiarato dagli antichi profeti e messia, è lecito affermare che le “verità rivelate”, sono, per loro stessa natura, “verità relative”, frutto di convinzioni umane maturate dai compilatori di tanti secoli fa, rabbini, evangelisti, teologi, imam e califfi, santoni o guru, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi. “Verità di fede” dunque, vere e valide per chi ci crede, per chi le accetta per convinzione o tradizione della famiglia e del luogo in cui è nato. E la fede è sentimento soggettivo; il modo di vivere ed esprimere una fede varia da individuo a individuo, a seconda del suo bagaglio culturale, del suo carattere, della forza morale, della minore o maggior coerenza tra dire e fare. E ognuno dei credenti ha una sua idea di Dio, non esattamente uguale a quella degli altri. Spesso i capi religiosi rimproverano e accusano i non credenti, o diversamente credenti, di “relativismo” morale e ideale: ma è un’accusa ingiusta e impropria, perché si può affermare il contrario senza tema di smentita, osservando semplicemente quanto è accaduto e accade nel mondo, e cioè  che: nulla è più “relativo” delle religioni. Non possiamo ignorare infatti che da sempre ogni popolo della terra ha avuto una “ sua” religione, sue divinità, mitologie ed eroi leggendari, con credenze, regole, riti, culti, feste e divieti che venivano tramandati di generazione in generazione, e ai quali i singoli non potevano sottrarsi perché ne venivano educati fin da neonati ed erano di fatto costretti all’osservanza per tutta la vita, dalla culla alla tomba, dal contesto sociale, politico e religioso in cui vivevano. Ogni popolo era pertanto animato dalla convinzione che solo la propria religione era quella “vera”, con valore assoluto; e ogni pensiero o atto non conforme era considerato sacrilego e contro Dio, quindi punibile dagli uomini che detenevano il potere su questa terra e da Dio dopo la morte, in un ipotetico Inferno, o luogo di maledizione in un al di là comunque chiamato. Non possiamo ignorare che, in un’ Europa pur già evoluta culturalmente come quella del 1500, quando si trovò ad affrontare la “Riforma “ religiosa proposta da Lutero, non si seppe far di meglio che impugnare le armi e dilaniarsi in feroci guerre di religione tra cristiani cattolici e cristiani protestanti. E per far cessare i bagni di sangue, si trovò infine un accordo (pace di Augusta, 1555) sul principio del “cuis regio eius religio” che tradotto letteralmente significa “a ogni regione la sua religione” e, nella sostanza, che ogni popolo avrebbe dovuto praticare la religione del Principe o Re dello Stato in cui si trovava. E chi non l’accettava poteva emigrare nello Stato con la religione che preferiva; scelta ovviamente molto onerosa. Non è  quindi frutto di una vera libertà di scelta  se un popolo, o  gli abitanti di una nazione o di una regione,  praticano, o si dichiarano credenti  di una stessa religione.

Inoltre, la Bibbia ha avuto ed ha tante interpretazioni diverse e ha alimentato tante religioni e sette, spesso in sanguinaria competizione tra loro, e comunque con regole diverse per i fedeli e per gli stessi ministri del culto (si pensi ad esempio al celibato dei preti, imposto solo ai cattolici). Quella del cristianesimo è una galassia molto composita, a partire dai tre grandi filoni in cui si è divisa: cattolici, ortodossi e protestanti o “riformati”. Lungo sarebbe l’elenco dei gruppi religiosi, più o meno estesi, che dicono di ispirarsi alla Bibbia o anche al Vangelo. Non parliamo delle persone che dicono di trarre da essi la propria guida morale: ci si ritrova in compagnia con uomini onesti e pii, con capi di stato guerrafondai, con generosi benefattori e con feroci torturatori, con persone di cultura e altre di estrema ignoranza, e spesso anche con grandi bugiardi, delinquenti ed esaltati, e tanta superstizione. Se non è relativismo religioso questo…..

Si può anche far rilevare che l’osservanza di una etica fissata nei dogmi di una religione, può essere considerata, a rigor di logica, debole e passiva, se non è frutto di libera scelta volontaria e consapevole, ma è indotta o imposta dal contesto religioso, culturale, sociale e politico in cui l’individuo vive. Tutt’al più si può parlare di osservanza o obbedienza, ma non di una vera etica responsabile e adeguata per una umanità che voglia vivere esprimendo tutte le proprie facoltà intellettive e spirituali, in primo luogo senza rinunciare alla propria libertà di pensiero. Ancor più relativa è la cosiddetta morale cattolica, che così come viene vissuta da tanta parte di fedeli ed ecclesiastici, è di fatto una doppia morale, o la persistente vecchia morale del “mercato delle indulgenzeche suscitò le ire di Lutero. Qualunque peccato, colpa o delitto, può venire “perdonato “ con la recita di preghiere e “atti di dolore, confessione, comunione, frequenza ai riti e pellegrinaggi, a un dato santuario, meglio ancora se accompagnati da offerte alla Chiesa. E’ una morale sostanzialmente basata su un interessato “do ut des”. Si chiedono grazie a Dio in cambio di offerte e preghiere, più o meno come si faceva con gli antichi rituali pagani e le offerte sacrificali praticati un po’ ovunque nel mondo in forme diverse. Il fedele che si comporta male nella vita, ma accetta le regole dei culti fissate da una tradizione, e si sottopone al giudizio di un confessore, può godere di una assoluzione pronunciata “ in nome di Dio”. Ma è veramente etico o morale tutto questo?

Il matrimonio cristiano è considerato sacramento indissolubile e il divorzio è proibito per un cattolico osservante. Ma poi la Chiesa stessa in molti casi ne sancisce l’annullamento attraverso il suo Tribunale della Sacra Rota. La Chiesa condanna ogni pratica che limiti le nascite o ogni forma di aborto e soppressione di embrione appena concepito, ma poi ha promosso o benedetto guerre, e mantenuto per due millenni la pena di morte nei propri ordinamenti. Si potrebbe continuare ancora con l’elencazione delle contraddizioni e degli esempi di relativismo etico nell’ambito della religione cristiana e in specifico di quella cattolica, soprattutto in Italia.

Ma il vero guaio non sta tanto in questo relativismo di fatto praticato anche dai credenti; il pericolo nasce quando si vogliono imporre i valori religiosi come valori assoluti, e quando non si tollera ombra di critica o di dubbio. Ritenendo di essere unici possessori della “verità” e unici interpreti della “volontà di Dio”, gli assolutisti non si fermano davanti a niente e credono di potersi permettere qualsiasi cosa; in primis di imporre agli altri, con qualsiasi mezzo, la propria “verità” e le proprie regole di vita.

A fronte dei danni che può provocare l’assolutismo etico-religioso, ben venga quindi il relativismo. Un relativismo che sia sinonimo di laicità, intesa come libertà per tutti, di credere o di non credere, di sottomettersi in parte o in tutto agli insegnamenti e alle regole di una religione, o di rifiutarle, secondo la propria coscienza, senza violare i diritti altrui e senza pretendere di imporle agli altri, meno che mai come leggi di uno Stato.

Perché solo le religioni devono essere considerate intoccabili e indiscutibili? Perché certi capi religiosi si possono permettere di porsi al di sopra di tutti, arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio pur essendo comuni mortali come noi, con pregi e limiti come tutti? Non è giunto il tempo in cui si possa essere liberi di credere e di pregare secondo le proprie convinzioni,  senza subire anatemi  o condanne sociali (quando non anche penali in certi Stati)? Non è ancora giunto il tempo in cui  non possa più essere consentito  parlare “in nome di Dio”, perché a nessuno dovrebbe essere consentita tale presunzione, basata su interpretazioni discutibili di testi  arcaici, scritti da uomini di millenni fa? A quando una religione  che sia solo fonte di speranza e carità, solidarietà e amore del prossimo e non fonte di potere politico?

Solo un approccio relativistico e non dogmatico o totalitario alle religioni ci può salvare dalle “guerre di religione”, e farci convivere pacificamente, ognuno con le sue credenze o scetticismi, nel rispetto reciproco (*)

(*) Estratto dal testo di Magda Barbieri  “Non nominare il nome di Dio invano”. Agosto 2009 http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/451514/Non%20nominare%20il%20nome%20di%20Dio%20invano#!

* La foto in alto raffigura Albert Einstein nel 1947; ripresa da Wikipedia, nella pagina dedicata alla sua biografia

** In basso, una raccolta di simboli religiosi che vuol  auspicare  una convivenza pacifica tra le religioni.  Auspicio purtroppo finora smentito   da una tragica realtà , passata e presente, di conflitti e abusi compiuti in nome di una religione  *** Immagine dal sito http ://www.google.it/imgres?imgurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/52195/simboli%2520rel.jpg&imgrefurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/%3FTAG%3Dcrocifisso&h=324&w=391&sz=42&tbnid=uYPfQCrDMvB_8M:&tbnh=90&tbnw=109&prev=/search%3Fq%3Dsimboli%2Breligiosi%26tbm%3Disch%26tbo%3Du&zoom=1&q=simboli+religiosi&docid=RyiZQSqogT90_M&hl=it&sa=X&ei=XRhCT4X-FI_64QSLtOiNCA&sqi=2&ved=0CEoQ9QEwBA&dur=534

Scritto in Storia delle religioni| letto 3044 volte

Inserito da redazione il Dom, 19/02/2012 – 19:14

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...