Cultura, tradizioni intoccabili e discriminazioni legittimate dalla religione

burkaOgni volta  che si scrive un articolo o un commento in cui si critica il persistere dell’uso del cosiddetto “velo” o fazzolettone di foggia varia che fascia la testa delle donne musulmane appena escono di casa o si mostrano in pubblico, ecco che salta fuori  l’equalitarista  a tutti i costi, difensore a priori di tutte le “culture” anche quelle  fossilizzate e costrette da tabù millenari immutabili, foss’anco di tagliatori di teste, dediti a pratiche di stregoneria, schiavismo e mutilazioni fisiche rituali. “Fa parte della loro “cultura” si dice per giustificarli, identificando il termine “cultura”  con “tradizione” e gli usi e i costumi di una tribù o di un popolo praticati da tempi immemorabili e mettendoli tutti sullo stesso piano di dignità e legittimità.
Ma si può definire “cultura” un sistema di credenze, valori, usi e costumi che non  cambiano mai,  anzi, che rifiutano a priori ogni cambiamento o possibile miglioramento, arroccandosi  nel “si è sempre fatto così”?
Non ci sarebbe stato su questa terra alcun progresso, alcun miglioramento economico e nei rapporti umani, civili e istituzionali, se tutti si fossero arroccati in questa difesa strenua del “si è sempre fatto così” e non si fossero invece eliminati via via tanti arcaici orpelli, idee, usi e costumi che si erano rivelati fonte di sofferenza o ingiustizie.
Io credo che si possa parlare di cultura e di civiltà quando un popolo è stato capace di evolversi, di migliorare, di arricchirsi di nuove idee  e strumenti capaci di garantire a tutti maggiori diritti, conoscenze e benessere; quando al suo interno ha saputo produrre  grandi pensatori, scienziati, legislatori, scrittori, artisti, uomini politici e statisti che hanno via via cercato di sconfiggere o almeno ridurre l’ignoranza, aperto strade nuove al progresso, favorito la pace e la collaborazione tra i popoli.
Gli innovatori, ma soprattutto i fautori della libertà di pensiero, hanno sempre trovato l‘ostilità dei capi delle religioni (e quindi anche delle masse dei fedeli più osservanti e a loro obbedienti) perchè queste si basano proprio sul concetto della immutabilità e assolutezza delle cosiddette “verità rivelate”,  volutamente intoccabili in quanto si presume, e si pretende di far credere, che sono state dettate (in sogni e visioni...) da un Dio in persona a patriarchi e profeti di millenni fa, appositamente  e imperscrutabilmente scelti da questo Dio a fare da suoi portavoce.
Nel complesso delle suddette “verità rivelate”, che sono diverse da un popolo all’altro e da un dio all’altro, ci sono sempre precetti e insegnamenti di carattere generale che invitano a fare o perseguire il bene, la misericordia e altri buoni sentimenti che hanno svolto anche un ruolo positivo nelle società, ma ci sono anche altri precetti che invitano alla guerra contro gli infedeli o contro i popoli nemici o rivali di un singolo “popolo eletto” o benedetto dal suo Dio; e questo è stato causa di guerre infinite  tra popoli di religione diversa o  di altra setta scismatica della stessa religione, ognuno convinto di avere Dio dalla sua parte (poi vinceva il più forte, armato e agguerrito…).
Inoltre, c’è poi una caterva di norme del vivere quotidiano, riguardanti l’alimentazione, il vestire e il pregare, dettate dagli antichi profeti, o aggiunte da loro seguaci nei secoli successivi, che sono chiaramente il frutto delle convinzioni e degli usi e costumi in vigore nel tempo e nei luoghi in cui sono state scritte (tra l’altro nè Mosè, nè Gesù, nè Maometto hanno scritto di mano propria  le affermazioni e le leggi che vengono ad essi attribuite); per quanto riguarda  Bibbia, Vangelo e Corano, in aree del Medio Oriente  ancora in gran parte desertiche e popolate da clan e tribù di pastori e mercanti, rissose e da tenere unite e sottomesse con mano forte, e con regole rigide uguali per tutti, da rispettare pena la morte per i trasgressori. E poichè la religione si è sempre  coniugata con il potere politico non c’era scampo o spazio per altra scelta.

Le donne, fossero mogli, schiave o concubine, socialmente erano equiparabili più o meno alle pecore, ai buoi o ai muli posseduti, oggetto di concupiscenza e di commercio, viste con diffidenza e sospetto in quanto sempre “tentatrici” e possibili peccatrici, da Eva in poi, e quindi da tenere il più possibile  ristrette e confinate in casa o se uscivano dovevano tenere il capo coperto o l’intero corpo chiuso in una “tenda“, per modestia e per non indurre in tentazione il maschio; esseri inferiori, nate da una costola d’Adamo e proprietà del padre o marito padrone. La pensava così l’arabo Maometto, fondatore dell’Islam, più o meno come il turco-siriano Paolo di Tarso (poi San Paolo), 600 anni prima di lui, primo teologo fondatore del cristianesimo, e prima ancora i patriarchi ebrei descritti nella Bibbia.

donne mussulmane con veloOra, tornando alla questione del “velo” islamico, va ricordato che il suo uso nasce in questo contesto culturale -religioso millenario. Contesto che per questi dettami di vita quotidiana del vestire, del mangiare e del pregare è rimasto immutabile nel tempo nel mondo mediorientale, diventato per la quasi totalità a maggioranza islamica, nonostante le divisioni e le lotte tra sunniti e sciiti e altre fazioni diverse in cui si sono distinti dopo la morte di Maometto, fondando califfati e imperi ed espandendosi anche in parte dell’Europa, Asia e Africa, in alcuni casi anche come potere politico, in tanti altri solo come religione.
Arrivando ai giorni nostri, molte  cose sono cambiate anche nei paesi d’Oriente  e nel vivere quotidiano degli islamici; sono stati accettati tutti gli strumenti della modernità in campo tecnologico, telefoni e telefonini, televisione, computer, auto, aerei, armi sofisticaticate, pozzi di petrolio e centrali nucleari, anche se non erano previsti dal Corano, ma sull’atteggiamento e le norme restrittive nei confronti delle donne e sulla possibilità di libertà di pensiero e dalla religione non si transige e non si cambia. E  il fazzoletto in testa le donne lo devono ancora oggi portare, sia pur nelle forme diverse adottate nel tempo da tradizioni locali, che vanno dal famigerato gabbione nero detto burqa, a più civettuoli (ma sempre deprimenti e mortificanti) niqab e simili, cioè fazzolettoni o sciarpe, neri, o bianchi, o di colore, che fasciano testa e collo, eufemisticamente e impropriamente da noi definiti “velo”, ma che non sono mai trasparenti perchè non devono lasciar intravedere i capelli (evidentemente ritenuti pericolosi richiami sessuali per maschi sensibilissimi e incontinenti...).

Negli Stati dove il Corano è legge il capo coperto per le donne è d’obbligo, negli altri Stati a prevalenza islamica, ma con qualche apertura per altre culture  si dice che le donne sono libere di scegliere se portarlo o no; così come si dice siano libere nei paesi  occidentali dove sono presenti  ormai migliaia di famiglie di islamici immigrati.
Di fatto però il peso della tradizione ed educazione famigliare, di padri, madri e mariti,  e della influenza esercitata dalla religione predicata dagli imam che condizionano con la loro presenza tutte le comunità di immigrati di vecchia e nuova generazione, fa sì che quasi tutte le donne musulmane, anche le più giovani e istruite, continuino a circolare con la testa fasciata dai loro fazzolettoni appena escono di casa, per la strada, a scuola, nei luoghi di lavoro. Per loro scelta” dicono, perchè così si sentono se stesse” e “vicine a Dio“..
Ora mi sia lecito obiettare che appare piuttosto riduttivo e banale questo modo di vivere la religiosità, ed è ben strano che per sentirsi se stessa e vicina a Dio una donna del nostro tempo abbia bisogno di portare un fazzoletto in testa da mattina a sera per tutta la vita, come se  la spiritualità o una fede potessero racchiudersi in un pezzo di stoffa senza il quale la stessa fede non possa essere  pienamente vissuta. Come si possa credere che un Dio, o Allah, voglia questo dalle donne, mi pare fuori da ogni logica e buon senso.
E’ evidente che è qualcun altro che lo vuole, cioè gli uomini, e soprattutto i capi religiosi e politici che lo considerano un simbolo distintivo della condizione della donna islamica, della sua sottomissione e fedeltà, alla religione e al marito, da esibire nella comunità e nella società. Per chi vive in Occidente è pure un simbolo identitario, da esibire con orgoglio, come fosse un trofeo o una bandiera che segna il territorio occupato in quanto islamici, prima che cittadini uguali a tutti gli altri.
L’effetto però è palesemente  discriminante, perchè imposto alle sole donne, e solo a quelle di religione musulmana.
E’ lecito consentirlo in un paese dove  la Costituzione vieta le discriminazioni di carattere sessuale o religioso?
Nessuno si azzarda a proporne il divieto perchè teme di essere accusato di islamofobia e perchè ci si appella alla libertà di religione e alla libertà di vestirsi come si vuole.
Ma i fazzoletti che le  islamiche portano in testa (o i burqa che coprono pure corpo e viso) non sono copricapi o cappellini o cuffie qualsiasi di libera scelta, ma hanno una foggia e un significato preciso desunto da precetti religiosi e tradizioni settarie di altri luoghi, e sono sostanzialmente equiparabili a una divisa. Se lo si concede alle musulmane, si dovrebbe concedere  a chiunque  di altra religione o setta o etnia che volesse esibire la sua bandiera o tunica o  vistoso simbolo distintivo della propria tradizione o fede, per la strada, a scuola, in un tribunale e nei luoghi di lavoro. Vi immaginate che carnevale perpetuo e quante occasioni di diffidenza o ostilità e divisioni e del ghettizzazioni, e come sarebbe più difficile l’integrazione?
Bene ha fatto quindi la Corte di Giustizia Europea che con una recente sentenza ha dato ragione ad una azienda che aveva vietato ad una sua dipendente di portare il “velo” nel luogo di lavoro ( e questa si era rifiutata e aveva fatto ricorso contro il licenziamento conseguente). Le motivazioni di quella sentenza hanno ben spiegato che non è discriminazione vietare di portare un vistoso simbolo religioso in un luogo di lavoro che deve essere neutrale e laico ugualmente per tutti, è discriminante volerlo portare.
Mi piacerebbe che questa sentenza fosse recepita anche nella nostra timorosa Italia, dove in tanti, laici e cattolici, “progressisti” poco progressisti perchè con la testa sempre rivolta all’indietro, sono sempre pronti a ricordare che anche le nostre donne in Italia  fino a qualche decennio fa portavano il fazzoletto in testa, e non solo in chiesa; quindi – si dice- non diamoci tante arie di superiorità.

Ma questo è vero fino a un certo punto.
Intanto perchè portare il fazzoletto in testa in pubblico non è mai stato un  obbligo di legge nazionale; lo è stato solo per le donne quando entravano in chiesa o assistevano a cerimonie religiose. Poi all’uscita il fazzoletto se lo toglievano. Da decenni ormai anche questo obbligo è caduto (rimane solo per le fedeli della Messa tridentina...) e tutte le donne entrano a capo scoperto. Solo in alcuni paesi di montagna o delle isole  alcune anziane continuano a portare il fazzoletto in testa per antica loro consuetudine, ma ovviamente libera e sempre più rara.

E’ vero che  fino ai primi del ‘900 c’era la separazione dei posti in chiesa, con gli uomini da una parte e le donne dall’altra; e pure le aree di sepoltura nei cimiteri erano distinte tra uomini, donne e bambini. Come pure le scuole o le classi erano separate tra maschi e femmine, per criteri pedagogici allora in voga. Ma anche questo uso è caduto.
Si può ricordare anche che le donne, contadine, braccianti o mondariso, il fazzoletto in testa lo dovevano portare per necessità, per ripararsi dal sole e dalla polvere d’estate e dal freddo d’inverno. Ma che gioia e che liberazione quando se lo potevano togliere rincasando o andando a passeggio o a ballare!
 Insomma alle tradizioni anche millenarie, religiose o no,  si può e si deve rinunciare, quando si rivelano assurde, gravose e discriminanti.
Chi ha il coraggio di dirlo agli islamici?
Perchè non si deve poter dire (senza essere accusati di islamofobia) che costringere le donne tutta la vita a star chiuse dentro un burqua, o anche solo con la testa fasciata, non è “cultura  diversa” ma “barbarie”, o quanto meno retrograda “crudeltà mentale”, da vietare in un paese civile e moderno? Anche se le donne ne sono state talmente indottrinate e abituate fin da piccole  che credono di doverlo portare per essere “buone mogli” e “buone musulmane”.

C’è qualche musulmano illuminato, moderno e civile, che lo capisce e aiuta moglie e figlie a liberarsi da questo orpello inutile  e anzi dannoso che  suscita tanta tristezza in chi le guarda e dà un’immagine  della donna musulmana deprimente e fuori del tempo?


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Un pensiero su “Cultura, tradizioni intoccabili e discriminazioni legittimate dalla religione

  1. Ho visto una donna con il velo, mangiare un gelato in pubblico! Ad ogni cucchiaino di gelato, era costretta a sollevare il velo, cacciare la bocca fuori,ingurgitare il gelato…poi di nuovo! Se questo è un piacere…!?

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