40 anni in Argile

1973-2017

CRONACA PERSONALE DELL’ATTIVITÀ CIVICO- POLITICA e LETTERARIA

di MAGDA BARBIERI

via Europa Unita 1993Sono tornata ad abitare a Castello d’Argile nel 1973, nella nostra casa nuova, appena costruita (grazie a mutui e sacrifici) dopo 11 anni di residenza altrove (a Ferrara per 2 anni, subito dopo il matrimonio, e poi a Cento per 9 anni). Lavorando come insegnante elementare e avendo allora 3 figli in età di scuola (Roberto ed Enrico alle elementari e Valeria alla materna), ho ritenuto opportuno impegnarmi subito per gli aspetti educativi e culturali, nel contesto sociale del paese dove avrei dovuto vivere stabilmente per il resto della mia vita, e dove avevo vissuto la mia infanzia e giovinezza nell’ambito di una famiglia di poveri contadini-mezzadri, in una vecchia e malandata casa di campagna sulla via S. Pancrazio fino al 1960, e poi per 2 anni in un modestissimo appartamento in centro storico del paese, fino al matrimonio con Orio Cenacchi nel 1962.

Il fatto che i miei genitori mi avessero fatto studiare da maestra, nonostante le ristrettezze economiche e le avversità subite dalla famiglia, rappresentava una eccezione  per quel luogo e in quel tempo (anni ’50 di un travagliato dopoguerra) e mi aveva fatto sentire carica della responsabilità di dover impegnarmi per  realizzare in qualche modo quel riscatto sociale e quel progresso  anche economico che era mancato alla mia famiglia. Fin da piccola in casa ho sempre sentito parlare di politica, perchè mio padre, Eudosio detto Nino, era stato consigliere e assessore per il PCI nel primo Consiglio comunale eletto nel 1946 e poi semplice consigliere nel 1948; anche se la sua “carriera” era durata pochi anni, dovendo  affrontare  impegni famigliari troppo gravosi che lo costrinsero a farsi da parte. Ma la “passione” per l’impegno civico  non era mai mancata  in famiglia, e non mancava il dibattito, avendo io  cominciato a contestare il “comunismo reale” che via via si  veniva a conoscere  dalla morte di Stalin in poi, pur comprendendo le motivazioni che avevano portato tanti braccianti, operai e contadini a sperare, illudendosi,  in una società migliore e più giusta  di cui il PCI del tempo si era fatto portavoce.

Ma, dopo il matrimonio, il lavoro e la cura dei figli avevano avuto la precedenza su  ogni altro interesse.

Dal 1975 /1977 – Impegno negli Organi collegiali della scuola e nel Comitato di gestione della Biblioteca. Fondazione di una Associazione genitori Argilesi (A.Ge.A.). Collaborazioni giornalistiche nel mondo della scuola.

Fin dai primi anni mi sono impegnata come rappresentante dei genitori negli Organi collegiali della scuola, prima elementare poi Media, entrando anche nel Consiglio di Istituto; ho fatto parte del Comitato di gestione della Biblioteca Pubblica, e, in quella veste mi preoccupai che la biblioteca non avesse una connotazione di parte, ma fosse aperta a tutti i contributi culturali ideologicamente diversi. Con quello spirito scrissi una lettera che fu pubblicata su “Il Resto del Carlino”, per replicare a Luigi Arbizzani, allora presidente del Consorzio di pubblica lettura che forniva libri e riviste alle biblioteche della Provincia, e ne aveva vantato il pluralismo in articolo precedente. Nella lettera intitolata dalla redazione “Una biblioteca che pende a sinistra” segnalavo la connotazione ideologica prevalente di settimanali e periodici vari, per dimostrare che si trattava di un “pluralismo piuttosto singolare”. Fin da allora, l’indipendenza della cultura e della scuola dalla politica di parte è sempre stata la mia aspirazione e la motivazione per il mio impegno.

Ho partecipato alle discussioni per l’elaborazione del progetto di nuova scuola media ad Argile, andando anche a Roma insieme al Sindaco Guido Maccaferri e ad altri rappresentanti di insegnanti e genitori (prof. Edoarda Govoni-Rubini, Mario Fariselli) per sollecitare presso il Ministero il finanziamento per la sua costruzione.

Nel 1977 ho promosso la costituzione dell ‘Associazione Genitori Argilesi, A.Ge.A, sulla scia della A. Ge. nazionale, mantenendomi in collegamento epistolare con i dirigenti nazionali Ennio Rosini e Angela Crivelli e partecipando anche ad un convegno a Roma. L’Associazione, pur autonoma e non confessionale, nasceva in ambito parrocchiale ed aveva il benevolo favore del parroco Don Mario Minello. Ho cominciato anche a collaborare saltuariamente (e gratuitamente) con articoli miei di argomento scolastico – educativo su pubblicazioni varie, dell‘A.Ge., dell’AIMC (Associazione It. Maestri Cattolici), con rubrica fissa per 3 anni su Nostri ragazzi, periodico per genitori diretto dal prof. Sergio Cammelli di Bologna, incoraggiata dal rilievo avuto su Tuttoscuola ad un mio articolo-saggio di 6 pagine sui “Maestri in crisi” pubblicato nel 1976 con il titolo “Su di noi maestri si dicono bugie. Un mio articolo sui libri di testo “Scelte condizionate di libri condizionati”, pubblicato nel 1977 su “Collaboriamo” dell’A.Ge, fu citato dalla rivista inglese JSTOR nel contesto di uno studio sull’argomento Sacred Monster: Textbooks in the Italian Educational System di Nicolas Beattie dell’Università di Liverpool (British Journal of Educational Studies, Vol. 29, No. 3. Oct., 1981 – pp. 218-235.)

Erano gli anni del dopo ’68, diventati negli anni ’70 “anni di piombo”, costellati da stragi e atti di terrorismo rosso e nero e da un preoccupante clima di odio e di tentazioni eversive (ad Argelato nel 1974 fu ucciso dai brigatisti diAutonomia operaia” il brigadiere dei carabinieri di Argile, Andrea Lombardini) che trovava spazio anche tra insegnanti e genitori nel modo della scuola e nell’editoria scolastica, allora molto influenzata da una componente ideologica filomarxista che tendeva ad egemonizzare, a mio parere in modo sbagliato e scorretto, l’educazione dei ragazzi, spingendo il pur necessario rinnovamento su un binario deviante, confusamente pseudorivoluzionario e quasi sovversivo.

Per mia iniziativa, insieme ad un bel gruppo di genitori dell’AGe.A ( presidente era Alberto Chiarini, non avendo io, pur fondatrice, voluto ricoprire la carica), abbiamo realizzato per una decina di anni , nel salone delle opere parrocchiali, una Mostra-Mercato del libro in occasione della Festa d’Argile, che ebbe un grosso successo, di visitatori e anche di vendite di libri di ogni genere e orientamento. Considerato che nel paese non esisteva una libreria, fu un’esperienza utile e stimolante (poi dovemmo rinunciarvi per sopravvenuta indisponibilità della Minerva di Bologna a prestarci tanti libri in conto vendita).

Abbiamo organizzato incontri e conferenze sui temi educativi più sentiti, in particolare anche con l’intento di fare prevenzione del consumo delle droghe che allora cominciava a diffondersi in modo preoccupante anche nei nostri paesi.

1978 /1979 – Prima battaglia contro l’inserimento del Comune di Castello d’Argile nel Consorzio Socio Sanitario di S. Giorgio di Piano – Usl 25.
Inizia la collaborazione con il Resto del Carlino per aiutare la “causa”

Un fatto nuovo ed importante per la popolazione del paese mi indusse a spostare la mia attenzione fuori del mondo della scuola e a dare inizio ad una lunga battaglia contro l’inserimento di Castello d’Argile nel Consorzio Socio Sanitario (poi USL 25) di S. Giorgio di Piano, voluto dal sindaco Guido Maccaferri e dai responsabili DC-PSI dell’Amministrazione comunale e pure dalla minoranza PCI, con conseguente distacco dal Consorzio Socio Sanitario di Cento, di cui fino ad allora il Comune di Argile aveva fatto parte, avendo usufruito da sempre dei servizi ospedalieri e territoriali di Cento e Pieve, più vicini e facilmente accessibili per tutti.

Per impedire che quella nuova scelta degli amministratori e delle forze politiche (motivata, anche se non esplicitamente, dalle loro migliori relazioni, legami e convenienze con il mondo politico bolognese) si concretizzasse e diventasse irreversibile nella fase di attuazione del primo Piano Sanitario regionale, come rappresentanti dell‘A.Ge.A (primi firmatari io, Alberto Chiarini e Rita Fortini), inviammo una lettera al Sindaco Maccaferri con una precisa richiesta perchè il Consiglio comunale si esprimesse ufficialmente in modo favorevole all’aggregazione con Cento e Pieve, sia per i servizi sanitari che per il Distretto Scolastico.

Ritenendo che fosse utile far conoscere al più presto la situazione e le conseguenze di questa scelta agli abitanti di Castello d’Agile che ne erano all’oscuro, e anche ai cittadini e alle forze politiche in ambito provinciale, scrissi un articolo per il quotidiano Il Resto del Carlino, Cronaca di Bologna, e lo portai personalmente in redazione, pur senza avere in quell’ambito alcuna conoscenza o presentazione d’altri, per perorare la causa.

Articolo che fu accettato e pubblicato il 23 novembre 1978 e segnò l’inizio di una collaborazione giornalistica con il Carlino che durò circa 10 anni, per sollecitazione del Capocronista di allora, Paolo Francia, che mi propose come corrispondente locale per vari comuni della pianura bolognese, oltre ad Argile, e non solo per i problemi della Sanità (nonostante che qualcuno dal paese avesse “amichevolmente” sconsigliato il capocronista di pubblicare i miei testi perchè presunta “socialdemocratica” non attendibile).

Seguirono poi, per tutto l’anno 1979, Assemblee pubbliche, lettere (sempre scritte da me e firmate da tanti altri) a forze politiche, altri articoli miei, volantini e una petizione, promossa da me e dai pochi disposti ad esporsi, che raccolse 640 firme di argilesi, nonostante l’ostilità del sindaco Maccaferri e dei consiglieri comunali di quasi tutte le forze politiche, tranne il PSDI, che con Raffaele Pizzirani e gli altri colleghi fin dall’inizio si schierò con il prevalente desiderio della popolazione, favorevole a mantenere l’aggregazione con Cento. A livello regionale, solo il Consigliere PLI Gualtiero Fiorini manifestò interesse e favore per la petizione nostra con una interpellanza, che peraltro ebbe risposta negativa dall’Assessore alla Sanità (PCI) Triossi.

Dopo l’iniziale ostilità, a seguito delle pressioni di tanti suoi elettori (Chiarini, Mario Costa, i Bovina, i Fortini e tante altre famiglie intere di firmatari…), anche la Dc locale si pronunciò finalmente a favore dell’aggregazione con Cento; ma questo causò la rottura con i rappresentanti del PSI che uscirono dalla Giunta e determinarono le dimissioni di tutti i membri nel giugno 1979.

1 gennaio 1980. Prima battaglia persa. La Regione mette Castello d’Argile nell’USL 25

La Riforma Sanitaria entrò in vigore, insieme al Piano Sanitario Regionale che inseriva Castello d’Argile nell’USL 25 di S. Giorgio di Piano, non tenendo in alcun conto la petizione popolare e il parere espresso a maggioranza dal Consiglio comunale il 14 giugno 1979; favorevoli a Cento i consiglieri DC e PSDI, contrari quelli di PSI e PCI che sostenevano la utilità di aggregarsi a S. Giorgio perchè – a loro dire – si sarebbe potuto poi usufruire ugualmente di tutti i servizi sanitari della USL di Cento, in nome della libertà di scelta garantita dalla legge.

Nel corso dell’anno, con le nuove elezioni amministrative comunali, si ricompose l’alleanza DC-PSI, con l’aggiunta del PRI, rappresentato dal dott. Lamberto Ardizzoni, che negli anni precedenti si era schierato a favore della aggregazione sanitaria con l’USL 25; fu escluso dall’accordo il PSDI, diventato scomodo e malvisto dagli altri partiti per la sua chiara e netta posizione pro Cento nella questione delle USL

1981. Per motivi di famiglia devo dire addio all’insegnamento e al mondo della scuola

Trovandomi in attesa della mia quarta figlia (Federica), mentre le condizioni di salute di mia madre Dolores (che, vedova dal 1964, viveva con me) peggioravano e cominciavano a richiedere aiuto e assistenza frequenti, dovetti prendere una decisione drastica: dare le dimissioni da insegnante e lasciare la scuola. Fu una decisione molto sofferta, dopo che avevo fatto tanta fatica e 4 concorsi (sempre superati con “idoneità“) per conquistare il fatidico posto “di ruolo”, e dopo che, con varie tappe di avvicinamento dal ferrarese, avevo ottenuto finalmente la sede di lavoro a due passi da casa mia. Avevo appena vinto un concorso “per merito distinto” che mi aveva fatto salire all’ultimo gradino nella scala della anzianità di carriera. Rappresentante sindacale dei maestri per il Sinascel ed eletta dai colleghi collaboratrice “vicaria” della direttrice didattica, sempre in prima fila per difendere la categoria (anche se poi, in qualche circostanza, avevo dovuto subire piccole ostilità). Senza contare che il mio lavoro mi piaceva, lo facevo con passione, avevo un buon rapporto con ragazzi e genitori ed era una parte importante della mia vita; mi sembrava quasi impossibile dovermene privare.

Ma non c’era altra scelta; se fossi restata comunque in servizio sarei stata una pessima insegnante, costretta a frequenti assenze, e avrei inevitabilmente trascurato o curato male sia i miei figli che mia madre. L’idea di ricorrere all’aborto (allora già legalmente consentito) e ad un eventuale ricovero di mia madre in una casa di riposo era per me umanamente inaccettabile (oltre che costosissima per le sue  condizioni di non autosufficienza).

Pertanto, grazie ad una legge allora in vigore, potei dimettermi e ottenere subito una piccola pensione; rinunciai a tutte le piccole collaborazioni giornalistiche legate al mondo della scuola, conservando solo quella con Il Resto del Carlino, che mi lasciava molto libera, senza orari e senza obbligo di scrivere un determinato numero di articoli, e sempre a mia scelta.

Nei momenti lasciati liberi dalle incombenze famigliari ho continuato quindi a scrivere articoli, in particolare, sui problemi della sanità e dei cittadini che protestavano per la predestinata chiusura degli ospedali allora esistenti a Pieve e a S. Pietro in Casale e anche sulla cattiva qualità dell’acqua “rossa” erogata dal pubblico acquedotto gestito allora dall’Acoser, e oggetto di proteste ad Argelato, Baricella e Castello d’Argile.

1983. Contro le bollette trimestrali del gas a consumo presunto. Volantini e referendum (vinto)

Dopo due anni di sofferenze, visite, medicazioni, lunghi periodi degenza in ospedale a Bologna e a Cento, la situazione di mia madre arrivò alla dolorosa necessità dell’amputazione di una gamba, con conseguente stato di invalidità permanente, che si protrarrà per 9 anni. Pur tra le difficoltà personali che questo comportava, non rinunciai al mio impegno per i problemi pubblici.

Agli inizi del 1983 il Comune informò i cittadini che la Società Gastecnica Galliera (che aveva in gestione il servizio di erogazione del gas), in accordo con l’Amministrazione comunale, aveva deciso di introdurre un nuovo sistema di fatturazione e di pagamento dei consumi del gas, passando dalla bollettazione mensile su consumo reale ad una bollettazione trimestrale anticipata su consumo presunto, con conguaglio a fine anno (simile a quello dell’Amga di Bologna).

Il fatto suscitò subito critiche e proteste e un gruppo di cittadini si rivolse a me per invitarmi a collaborare ad un comitato e attivare iniziative per far ritirare tale provvedimento. Accettai, mi informai e sull’esempio di quanto stavano facendo anche nei comuni di Galliera, S. Pietro in Casale e S. Giorgio di Piano, decidemmo di diffondere innazitutto un volantino di informazione e di segnalazione ai cittadini delle conseguenze onerose e non convenienti, sia per l’aspetto economico che per la poca chiarezza e l’impossibilità di controllare i complicati conteggi che il nuovo sistema di pagamento avrebbe comportato per gli utenti; titolo del volantino“Bollette trimestrali “vantaggiose” per chi?”

Stesse argomentazione furono inviate con lettera all’Amministrazione comunale, il 7-2-1983, con varie firme oltre alla mia (Claudio Evangelisti, Rino Facci, Angelo Passerini, Luigi Cavicchi, Salvatore Rubini, Fabio Melotti, Carla Bottazzi, Giancarlo Cocchi, Alessandra e Maria Cristina Draghetti.

La contestazione ebbe una prima risposta negativa e di difesa della scelta dell’Amministrazione comunale da parte del sindaco Maccaferri (28-3-1983), ma nel contempo fu promesso un riesame del problema e un impegno ad approfondire i termini della questione con ulteriori informazioni e conteggi.

Stessa posizione, negativa ma insieme possibilista, fu espressa dal Consiglio comunale del 21 aprile, dopo aver sentito l’esposizione dei cittadini contrari. Persistendo e diffondendosi maggiormente la contrarietà degli argilesi alle nuove megabollette, un successivo Consiglio comunale del 25 luglio, dopo ampio dibattito e con pareri contrastanti di consiglieri (il dott. Ardizzoni questa volta fu favorevole alla petizione cittadina), apriva alla possibilità di consultazione dei cittadini tramite un questionrio, delle cui conclusioni il Consiglio avrebbe poi tenuto conto.

In novembre fu quindi organizzato un referendum consultivo locale che vide in maggioranza i voti dei cittadini contrari alle bollette trimestrali su consumo presunto. E la Gastecnica Galliera, su invito dell’Amministrazione comunale, dovette quindi ritornare al precedente sistema di bollettazione mensile su consumo reale.

Fu la prima, piccola, vittoria ottenuta dall’impegno e dalla partecipazione dei cittadini

1983-84. Contro la nuova Circonvallazione (o raccordo tra la Provinciale Sud e la Provinciale Nord). Opposizione e petizione inascoltata

Nel 1983 ci fu materia per un’altra controversia locale e venne dal progetto di realizzazione di una nuova circonvallazione o “raccordo” tra la via Provinciale sud e la via Provinciale Nord, utilizzando il primo tratto della via Oriente presso il mulino, per proseguire su un tratto nuovo che avrebbe creato una stretta curva a gomito tra le abitazioni di Bottazzi, Bolelli-Taddia, e Maselli. Il progetto esecutivo dei lavori fu approvato dal consiglio comunale il 24 -11-1983, favorevoli DC e PSI, contrario il PCI che però era in minoranza; astenuto il dott. Ardizzoni del PRI.

Anche in questo caso ci fu l’opposizione di tanti cittadini, non solo dei frontisti interessati e toccati dalla nuova strada, ma anche di altri che ne vedevano la pericolosità. Fu avviata una petizione che in pochi giorni raccolse 153 firme.

Ma stavolta gli amministratori furono decisi a non tenerne conto e rifiutarono di accogliere la richiesta di fare un altro referendum consultivo come quello attuato contro le bollette trimestrali.

Pur firmando anch’io la petizione, in questo caso rimasi un po’ defilata per non espormi troppo alla critica che già mi era stata fatta di usare il Resto del Carlino per sostenere le battaglie locali in cui ero impegnata personalmente. Preferii quindi segnalare il problema soprattutto come cronista sul giornale, con vari articoli.

Ma fu una battaglia persa. Gli amministratori erano troppo decisi nel volere quella strada.

La nuova circonvallazione si fece, partì nel 1986, fu chiamata “via Nuova”, e dette materia per nuovi articoli miei sul Carlino per i numerosi incidenti che si verificarono sulla malcongegnata curva (13-8-1988).

1984/1985/ 1987. Nuova battaglia per uscire dall’USL 25 ed entrare nella USL 30 di Cento. Vinta, questa volta.

Riprese la battaglia per uscire dalla USL 25 di S. Giorgio e tornare alla 30 di Cento, in occasione della discussione del secondo Piano Sanitario Regionale triennale, visti i tanti problemi emersi nel corso dei 3 anni precedenti con la collocazione imposta dal primo Piano Sanitario regionale.

Con delibera del 27-11-1984, il Consiglio comunale di Castello d’Argile chiese alla Regione , stavolta con formulazione chiara e approvata all’unanimità, di “riesaminare la precedente delimitazione territoriale e di voler predisporre, in aderenza alla situazione di fatto, la aggregazione del comune di Castello d’Argile alla USL 30 di Cento ”, anche a fronte delle nuove sollecitazioni pervenute da parte dei promotori della petizione del 1979, con lettera del 19-9-1984, firmata da me e da Mario Costa e inviata a tutti i consiglieri comunali, forze politiche, presidenti di USL e Assessore regionale. Decisiva anche la constatazione che nel corso degli ultimi 3 anni i cittadini di Argile nella stragrande maggioranza avevano continuato a chiedere di potersi servire delle strutture sanitarie di Cento e Pieve; e se per gli ospedali dell’USL 30 la cosa era stata ancora possibile, era mancato il coordinamento con gli altri servizi territoriali e la guardia medica, che dovevano essere quelli dell’USL 25, creando non pochi disagi e difficoltà di gestione e di intervento di controllo da parte degli amministratori.

Un aiuto decisivo venne infine da una interpellanza presentata il 28 febbraio 1985 dai consiglieri regionali DC Alberto Candini e Renzo Contini e dal successivo progetto di legge regionale presentato da Candini il 5 marzo con precisa richiesta di modifica degli ambiti territoriali delle due Usl e inserimento di Castello d’Argile nella USL 30 di Cento.

Il progetto fu approvatoall’unanimità, e Castello d’Argile tornò a far parte dell’ambito territoriale con Cento e Pieve, a partire dal 1 gennaio 1987.

Intanto ad Argile nel 1986 era diventato sindaco Mario Bortolotti, per dimissioni di Guido Maccaferri, che lasciava dopo 3 legislature e 16 anni di carica. Nel discorso di commiato dal Consiglio comunale, Maccaferri (che pure va ricordato per il suo attivismo e per l’impulso dato alla crescita del paese, anche se con scelte non sempre condivisibili e metodo piuttosto egocentrico) ringraziò tutti quanti per la collaborazione ricevuta e riservò solo a me il rimprovero per essere stata cronista “ingenerosa” nei suoi confronti.

Mi beccai anche i rimbrotti telefonici dell’Assessore regionale Triossi per i miei “articoli scandalistici” che scrivevo sul Carlino per riferire della vicenda – USL; ma la battaglia, per allora, fu vinta (anche se poi si dovette ricominciare, e infine perdere, nel 1993…)

1987-89: Arriva la vendetta dell’USL 25 nei miei confronti: una querela per un articolo su un caso di inadeguato servizio di Pronto Soccorso a S. Pietro in Casale. Poi ritirata, anche in seguito alla mia controquerela per volantini dell’USL diffamatori contro di me.

Che la mia attività di cronista desse fastidio alle forze politiche che detenevano le massime cariche nei Comuni della pianura e nelle strutture di gestione sanitaria e dei servizi di gas-acqua (quasi tutti a maggioranza PCI), sulla contrastata nascita dell’Interporto, e altre vicende, era noto. I miei quotidiani articoli davano spesso spazio alle proteste e alle istanze di cittadini e alle prese di posizione delle minoranze nei consigli comunali (DC e PSDI) e negli ultimi tempi anche degli esponenti del PSI che avevano rotto Giunte PCI-PSI, assumendo posizioni critiche nei confronti degli ex alleati. Di certo disturbavano i manovratori i miei articoli che evidenziavano problemi e fornivano informazioni che si preferiva fossero ignorati, e disturbava il fatto che avessi una certa incisività ed efficacia nelle mie cronache, sempre motivate e documentate e mai oggetto di smentite.

Peraltro non ero neppure amata dal “vecchio” sindaco DC del mio paese (l’unica “mosca bianca” in zona tutta “rossa”), come ho già riferito prima, e avevo dato dispiaceri anche ad altri esponenti DC di altre località, dei quali avevo rivelato i comportamenti non esemplari in vicende come il fallimento del Consorzio delle cooperative “bianche” Co.In.Co di Pieve di Cento, o certe diatribe intorno alla Gandazzolo di Baricella.

Ammetto che una cronista di provincia, pubblicista e non professionista come me, che si ostina a segnalare disservizi e proteste e a voler essere “indipendente” da chiunque abbia un potere, diventa molto antipatica; ed è sola, anche se ha alle spalle un giornale abbastanza importante come il Carlino di allora.

E venne il giorno della vendetta, attraverso la prima e unica querela ricevuta in 10 anni di attività giornalistica. L’occasione per un maldestro tentativo di mettermi in difficoltà e punirmi venne da un articolo che scrissi il 24-11- 1987 per raccontare il caso di un giovane calciatore dilettante di S. Pietro in Casale che si era infortunato ad un ginocchio sul campo di gioco ed era stato visitato, medicato con una semplice fasciatura rigida, tranquillizzato con una diagnosi da “contusione” e mandato a casa dal medico di guardia in servizio al Pronto Soccorso di S. Pietro in Casale, un ospedale ormai in smobilitazione voluta dalla pianificazione regionale e destinato a chiudere.

Non convinti della diagnosi e di fronte al rifiuto di avere un’ambulanza per il trasporto, il giovane era stato portato in auto dall’allenatore-accompagnatore all’ospedale del Centro Traumatologico-Ortopedico di Bologna, dove gli furono riscontrate subito gravi lesioni al ginocchio che richiesero un ricovero immediato e un delicato e lungo intervento chirurgico il giorno dopo. Titolo forte dato dalla redazione “Va all’ospedale col ginocchio a pezzi “Non è grave”, e lo dimettono subito.”

Ebbene, invece di preoccuparsi per il disservizio emerso, e rispondere alle domande che io ponevo sulla incapacità di quell’ospedale di fornire un reale servizio di Pronto soccorso, il presidente del Comitato di gestione dell’USL, Valter Gulinatti, autorità politico- istituzionale che in teoria doveva rappresentare e tutelare i cittadini utenti per conto dei Comuni, pensò bene di querelare la sottoscritta per diffamazione.

Non solo, ma si scatenò in una valanga di manifesti e volantini, diffusi il 7 dicembre 1987 in ogni luogo pubblico dei Comuni dell’ambito territoriale dell’Usl, che annunciavano: “La USL 25 querela “Il Resto del Carlino”, con una lunga requisitoria che indicava espressamente “ la Sig.ra MAGDA BARBIERI “ (nome scritto in maiuscolo per evidenziarlo, ndr) autrice dell’articolo, come colpevole di aver scritto il “FALSO”.

E via con una ricostruzione e interpretazione del caso che in realtà non smentiva nulla di quanto da me descritto sulla base delle testimonianze dei dirigenti sportivi presenti, ma si arrampicava sugli specchi per giustificare il comportamento dei medici intervenuti, senza tenere in alcun conto i fatti documentati (la sottovalutazione della gravità delle lesioni con conseguente diagnosi errata, il rifiuto dell’ambulanza con conseguente necessità del trasporto con auto privata…).

Quei manifesti e volantini rimasero in bella vista per mesi e li incontravo dappertutto. Pur dispiacendomi grandemente, mi dettero però l’opportunità di presentare a mia volta una querela per diffamazione contro il presidente del Comitato di gestione che mi aveva querelato e aveva firmato quel manifesto.

Gli accompagnatori del ragazzo, dirigenti dell‘A.C. Arci di Maccaretolo, fortunatamente per me confermarono subito e sempre, a voce e per iscritto, il loro racconto, disponibili anche al confronto in tribunale.

Così la vicenda finì in mano agli avvocati di entrambe le parti (a difesa mia e del direttore responsabile del Carlino c’era l’avvocato della Poligrafici, Grassani) che si accordarono per arrivare al ritiro reciproco di entrambe le querele, senza conseguenze per nessuno. Io non ero affatto d’accordo con questa scelta, perchè ritenevo che la mia querela fosse più fondata di quella dell’USL 25; avrei voluto una sentenza chiara che dimostrasse la mia correttezza, e non intendevo smentire una riga di quello che avevo scritto.

Ma la politica della Poligrafici e del giornale – mi si disse – era di evitare per quanto possibile i conflitti con le istituzioni pubbliche, e quindi mi dovetti rassegnare a mettere una pietra sopra al caso e dimenticare di aver dovuto entrare in tribunale e sedermi sulla panca degli imputati davanti alla gabbia come un delinquente, per due volte, in occasione delle udienze che vennero convocate e rinviate nel corso del 1988.

Mi si chiese infine di fare un articolo di “pacificazione” e di comune approvazione, che uscì il 15 gennaio 1989 col titolo “Ed il ginocchio fu ricucito”. In esso feci il riassunto della vicenda, senza calcare la mano, ma anche senza smentire quanto avevo riferito nel primo articolo incriminato, anzi evidenziando che il giovane calciatore, ad un anno di distanza dall’infortunio, e dopo le tante cure praticate, ancora soffriva le conseguenze di quel ginocchio “contuso”.

Ci sarebbe da riflettere poi sui soldi pubblici spesi per manifesti, volantini e avvocati dall’USL 25 per diffamare e mettere a tacere una cronista che aveva semplicemente e fedelmente segnalato un caso di disservizio da parte di una struttura pubblica….

Fu comunque la mia una piccola vittoria morale, ma di breve durata. Il mio destino di giornalista di provincia, apprezzata e cercata dai lettori, ma invisa a qualche manovratore politico, era segnato.

Infatti, pochi mesi dopo il ritiro delle querele, e pochi giorni dopo il detto articolo, sarà stata una coincidenza, ma mi piovve in testa una tegola di quelle che non lasciano scampo, e che mi costrinsero alle dimissioni immediate da Il Resto del Carlino.

1989 – La Direzione Provinciale del Tesoro “scopre” dopo 9 anni che la mia attività giornalistica è incompatibile con la pensione e pretende da me la restituzione di 53 milioni per “recupero erariale”!!! Dimissioni forzate da Il Resto del Carlino. Anche se poi  il provvedimento decadrà  perchè  basato su  norma  dichiarata incostituzionale.

Un’infausta mattina di fine gennaio 1989 ricevetti una comunicazione “urgente “ della Direzione Provinciale del Tesoro di Bologna che mi invitava a recarmi nell’Ufficio competente per “comunicazioni” riguardanti la mia modesta pensione di ex insegnante.

Cosa che feci subito, pensando a qualche problema burocratico presto risolvibile. Entrai nell’Ufficio tranquilla e ne uscii distrutta. Con mio grande stupore e incredulità, una dirigente che mi parve uscita da un racconto di Kafka, con voce stridula e implacabile, mi informò che “per delicatezza” mi aveva chiamato per dirmelo di persona, ma che comunque mi sarebbe a giorni arrivata per iscritto a casa una ingiunzione di pagamento di 52 milioni e 826 mila lire per “recupero erariale” di tutta la indennità integrativa speciale che avevo percepito con la mia pensione dal 1 settembre 1981 al febbraio 1989. Inoltre, sospensione immediata della stessa contingenza a partire da marzo, e una “trattenuta cautelativa” mensile di 99.927 lire per attivare comunque un recupero erariale immediato, nella previsione che io volessi fare ricorso contro l’ingiunzione che pretendeva il pagamento della intera somma entro 30 giorni.

Potevo solo chiedere una rateizzazione, ma, nel caso non avessi provveduto nei termini prescritti, si sarebbe proceduto al recupero “coattivamente nei modi e nelle forme previste dal Regio decreto del 1910…”. Cioè mi mettevano sotto sequestro la casa…..

Il micidiale provvedimento fu giustificato, dalla Direzione del Tesotro, dal fatto che io in quegli anni avevo prestato attività retribuita “da dipendente” della Poligrafici editoriale s.p.a. Per cui, secondo l’art. 17 della legge n. 843 del 1978, l’art. 99 del DPR 1092 del 1973 e altre leggi precedenti non avrei avuto diritto a percepire l’indennità integrativa speciale, che non era cumulabile con altri redditi “da lavoro dipendente”. E, a giustificazione della pretesa restituzione immediata con effetto retroattivo, mi si accusava di aver prestato “dichiarazioni mendaci in assoluta mancanza di buona fede , firmando ogni mese il cedolino di ricevimento della pensione (!!!), che avevano tratto in inganno l’Amministrazione pubblica e quindi – a loro dire – condoloda parte mia.

Una mazzata terribile per me che avevo sempre creduto di essere “in regola” con quel contratto da “corrispondente“ che mi era stato presentato e mi aveva fatto firmare il capocronista Paolo Francia, come perfettamente compatibile con la mia posizione di pensionata statale. A conforto della mia convinzione era anche il fatto che tutti i corrispondenti locali avevano anche un altro lavoro o pensione da dipendente privato o pubblico perchè i compensi che il giornale dava erano talmente bassi che non si poteva certo vivere di quelli. Un Patronato consultato nel 1981 in propositò mi aveva rassicurato considerando che il mio rapporto col giornale si configurava comunque come una “collaborazione” coordinata e continuativa e non come una dipendenza, anche perchè non c’era subordinazione e venivo retribuita ad un tanto per articolo o notizia fornita.

Ma, c’era un ma e una ambiguità nella formulazione: il contratto prevedeva, oltre ai compensi variabili per articolo pubblicato, un compenso fisso di 53.000 lire mensili che dava diritto, e onere, al versamento di contributi INPS. Questo poteva prefigurare sul piano giuridico un rapporto di “dipendenza”, nonostante il rapporto professionale reale col giornale fosse autonomo, non subordinato e libero da obblighi, orari o numero di prestazioni; e la busta paga non prevedesse nessuna altra forma di contingenza o indennità integrativa spettante solitamente per i dipendenti.

A smentire poi la ventilata malafede o il dolo da parte mia stava il fatto che io stessa avevo dichiarato la mia attività e l’esistenza del mio contratto alla Pubblica Amministrazione e avevo sempre dichiarato fino all’ultimo centesimo i compensi percepiti nelle annuali dichiarazioni dei redditi.

Non bastò certo spiegare queste cose e difendermi a voce negli incontri avuti successivamente presso la Direzione Provinciale di Bologna, ma dovetti affidarmi ad uno studio legale (avv.Carullo, tramite l’avv. Cazzara) per il ricorso urgente volto ad ottenere innanzitutto la sospensione del provvedimento ingiuntivo del pagamento dei 53 milioni. Sospensione che fu subito ottenuta grazie appunto all’aver potuto dimostrare la mia buona fede e la mancanza di dolo da parte mia. Si procedette quindi a motivare il ricorso contro il provvedimento di recupero erariale con tutte le documentazioni e argomentazioni del caso.

Nel frattempo, a scanso di ulteriori equivoci, decisi di dare subito le dimissioni da Il Resto del Carlino, per ottenere al più presto il recupero pieno della indennità integrativa speciale sulla mia pensione che era la mia vera e certa fonte di sostentamento (con 4 figli e una madre invalida con pensione minima…).

La causa contro il “recupero erariale” avrebbe potuto andare per le lunghe, se non che, per fortuna mia, dopo alcuni mesi, il 22-12-1989, la Corte Costituzionale dichiarò illegittimo quell’art. 99 del DPR 1092 del 1973 che stava alla base del provvedimentto emesso contro di me, perchè altri per vicende simili avevano sollevato e posto il problema davanti alla Corte. E ci furono altri pronunciamenti favorevoli della Corte dei Conti. Cosicchè, decaduto quell’articolo, decadeva anche il provvedimento ingiuntivo nei miei confronti e fui sollevata da quel micidiale incubo che avrebbe messo in seria crisi economica la mia famiglia.

Ottenni anche la restituzione quasi totale della trattenuta cautelativa mensile e della indennità integrativa speciale che mi era stata tolta per i mesi da marzo in poi.

Ma nessuno poteva rifondermi le spese legali affrontate.

A quel punto avrei anche potuto riprendere la mia attività di corrispondente de Il Resto del Carlino, e mi fu chiesto più volte da parte di capocronisti del periodo successivo. Ma le angosce passate e anche la delusione per il comportamento sfuggente di alcuni esponenti dell’amministrazione della Poligrafici e del capocronista che mi aveva indotto a firmare quel contratto – capestro, ambiguo e fonte di guai (“ma nessuno le ha puntato una pistola contro”, mi fu detto da qualcuno), mi tolsero ogni desiderio di riprendere l’attività. Non potevo più correre rischi simili per vedere la mia firma su un giornale e per fare la parte del “difensore civico della Bassa” a tutti i costi. E probabilmente avrei dovuto poi, per quieto vivere, ammorbidire il mio ruolo, evitare le questioni spinose, tirare a campare e limitarmi a fare le cronache delle inaugurazioni. Per me non ne valeva la pena.

Anzi, tentai una causa civile contro la Poligrafici editoriale per farmi rivalutare i compensi percepiti per articoli e notizie, avendo constatato che erano stati sempre di gran lunga inferiori a quelli previsti nei Contratti nazionali per le collaborazioni giornalistiche. Era una impresa con scarse probabilità di successo, con una controparte troppo potente e abituata a sottopagare i collaboratori e non poteva certo fare un’eccezione per me. Infatti, persi la causa in prima istanza e rinunciai ad andare avanti col ricorso per non sprecare altri soldi in avvocati e consulenti.

Per la seconda volta quindi nella mia vita avevo dovuto rinunciare ad una attività che mi appassionava e che mi aveva dato anche soddisfazioni e apprezzamenti. Umiliante per me fu il dover giustificare il mio ritiro, spiegando esattamente i fatti, ma nella consapevolezza che molti non mi avrebbero creduto, sospettando che io avessi voluto “fare la furba” nascondendo una situazione di illegalità e che poi fossi stata colta in fallo.

Ci fu certamente chi brindò, o tirò un sospiro di sollievo, al mio ritiro dal giornalismo di provincia. Qualcuno addirittura – mi fu raccontato – si vantò di aver contribuito a “farmi fuori”. E non pochi (me compresa) pensarono che la Direzione provinciale del Tesoro si fosse mossa contro di me anche per qualche segnalazione (con telefonata o lettera anonima?) a cercare un punto debole nella mia situazione contrattuale o una incompatibilità che mi costringesse alle dimissioni.

Grazie alle complicazioni e alle contraddizioni delle nostre leggi e norme varie e alla ambiguità dei contratti dei corrispondenti pubblicisti, al Tesoro non fu difficile trovare il pretesto, anche se poi fortunatamente si rivelò infondato. Ma rischiai grosso, mi costò non poco, e intanto il risultato di farmi rinunciare a scrivere per il Carlino era stato raggiunto.

Ingoiai il boccone amaro, voltai pagina e tornai ad occuparmi solo della mia famiglia. Per un po’.

1989 – Comincio a dedicarmi alla ricerca di documenti e allo studio per scrivere un libro sulla storia di Castello d’Argile. Ma il Comune  nel 1991  affida a 8 professori l’incarico di scrivere un libro sulla storia del paese.

Dopo vari mesi di astinenza dallo scrivere, incontrai ad una cena dei Lions di S. Pietro in Casale Don Enrico Rizzo, parroco di S. Marino di Bentivoglio, che conoscevo come insegnante di religione alle Scuole Medie Superiori di Cento dove studiavano i miei figli. Avendo appena terminato il suo voluminoso libro di storia locale dedicato alla Pieve di S. Marino nel territorio di Bentivoglio e frazioni, era stato incaricato da don Mario Minello di scrivere la storia della Parrocchia e del comune di Argile e lui aveva accettato, pur non conoscendo molto della nostra località ed essendo un po’ distante dagli archivi di Argile. Don Rizzo chiese quindi a me di collaborare con lui nella ricerca di documenti.

Dapprima rifiutai, per timore di imbarcarmi in un’altra impresa onerosa e difficile, trattandosi di materia, la storia locale, per me interessante fino ad allora come lettore, ma senza averne competenza ed esperienza specifica per scriverne. Ci pensai su un po’ le settimane successive, poi finii per accettare, con il beneplacito di don Mario, limitando però il mio impegno iniziale alla ricerca di documenti sull’ultimo secolo, di cui potevo avere qualche maggior conoscenza storica generale e comodo accesso agli archivi locali, parrocchiale e comunale.

Chieste ed ottenute le necessarie autorizzazioni per la consultazione dei documenti, mi resi conto di quanto materiale importante, interessante e sconosciuto, ci fosse negli archivi; mi ci appassionai, e intensificai le ricerche con costanza e frequenza per oltre due anni, andando anche all’Archivio di Stato di Bologna per consultare documenti più antichi, visto che don Rizzo di fatto non aveva nemmeno iniziato la ricerca per la parte antica di cui avrebbe dovuto occuparsi; e visto che ogni giorno di più mi rendevo conto della necesssità di risalire sempre più indietro nella storia passata per capire il senso della storia più recente.

Passando ore e giorni a spulciare vecchie carte per vicende di secoli fa, credevo anche di poter svolgere un lavoro tranquillo, che non dava fastidio a nessuno; anzi mi nasceva già in testa l’idea del libro che avrei potuto fare e che, forse, poteva essere apprezzato nel mio piccolo e quasi sconosciuto paese, che fino ad allora veniva citato con appena qualche riga (e spesso sbagliata) e non aveva mai avuto l’onore di essere raccontato in un libro tutto suo di storia locale, a differenza dei paesi vicini, tutti ricchi di pubblicazioni.

E invece no. A qualcuno davo ancora fastidio e non voleva che fossi io a scrivere la storia di Castello d’Argile. Infatti, la sera del 23 dicembre 1991 il Consiglio comunale deliberò “all’unanimità” ( con un solo astenuto) di affidare l’incarico di scrivere la storia di Castello d’Argile a ben 8 professori, professionisti esperti delle varie epoche storiche, insomma il Gotha della storia locale del bolognese e del ferrarese. Coordinatori del progetto, Mario Fanti ex Direttore dell’Archiginnasio di Bologna e monsignor Antonio Samaritani di Cento – i più illustri e riputati – come direbbe il Manzoni, con una squadra composta nientemeno che da Amedeo Benati, Rolando Dondarini, Alfeo Giacomelli, Oriano Tassinari Clò, Giampaolo Venturi e la Nora Clerici Bagozzi per illustrare le opere d’arte.

La delibera fu presa all’insaputa di tutti, me compresa ovviamente, l’antivigilia di Natale, e passò inosservata ai più. Divenne di dominio pubblico il 7 febbraio 1992 con un articolo sul Carlino, firmato dal nuovo collaboratore di zona Gianni Boselli, in cui si dava notizia del grande evento.

Titolo: “Ricerca storica a Castello d’Argile”. Sottotitolo: “ Ricostruirà le vicende del paese dal Medioevo ad oggi. Entro due anni sarà pubblicato il primo volume. Raccolti i finanziamenti” e nel testo si riferiva infatti di un “cospicuo finanziamento” già promesso dalla Cassa di Risparmio di Cento per le spese di pubblicazione. Non si precisava però l’importo dello stanziamento comunale deliberato, che era di ben 30 milioni e 600 mila lire spalmati sui bilanci di 3 anni, dal ’91 al ’93, per pagare gli autori. L’articolo poi si profondeva nel sottolineare che l’amministrazione intendeva realizzare un volume “di alta qualità … storicamente fondato sia per la metodologia di ricerca che per la professionalità dei ricercatori guidati da due storici di fama internazionale”.

Messaggio chiaro direttamente rivolto a me, tapina ricercatrice locale dilettante allo sbaraglio che si stava impegnando da due anni e mezzo, per dirmi, a mezzo stampa, “ lascia perdere, fatti in là che non sei nessuno. Il libro sulla storia di Argile lo facciamo scrivere noi da chi se ne intende; tu non sei all’altezza.” Se non era uno schiaffo morale questo contro di me, non so come lo si potrebbe definire ( forse anche una piccola carognata …). Tra l’altro, era pure un dispetto anche contro il buon don Mario che era stato ed era ancora il fautore della iniziativa che doveva portare alla pubblicazione del mio libro.

Troppa grazia signori! Per tagliar l’erba davanti alla sottoscritta bastava molto meno!” scrissi io in una puntuta lettera di replica a quell’articolo, pubblicata con qualche riluttanza (il capocronista temeva un’altra querela …) e dietro mia insistenza, il 3 aprile, ben due mesi dopo, con la prudenziale premessa “riceviamo e pubblichiamo”. Nella mia lettera infatti, intitolata ”Una ricerca senza sponsor”, pur riconoscendo il diritto degli amministatori del mio comune a commissionare libri di storia locale, e a mettere le mani nel portafogli … dei cittadini in misura così rilevante, facevo rilevare polemicamente lo strano tempismo di questa decisione, presa dopo decenni di disinteresse e una recente ricerca circoscritta al medioevo, affidata ad un’altra studiosa bolognese (Paola Foschi) poi lasciata nel cassetto e non pubblicata per mancanza di fondi.

Con la mia lettera facevo sapere inoltre a tutti, per necessaria completezza di informazione, in primis agli illustri professori, che di ricerca storica ne era in corso anche un’altra, la mia, e che l’avrei portata avanti anche senza essere pagata da nessuno e senza alcuna certezza di avere poi i finanziamenti da eventuali sponsor, che avrei dovuto cercarmi sul campo a lavoro finito, per coprire le spese di stampa.

Con tutto il rispetto per gli illustri esperti, i cui libri pure io leggevo, studiavo e apprezzavo, rivendicavo il mio diritto a fare ricerche storiche sul mio paese, e scriverci un libro, anche da dilettante, come hanno fatto tanti altri appassionati, insegnanti o giornalisti. Non importava quanto tempo ci avrei messo, ma sarei andata avanti lo stesso, pur tra le difficoltà che la concorrenza dell’iniziativa comunale mi aveva creato, sperando che anche la mia opera potesse avere una sua utilità e dignità.

Apriti cielo, per le reazioni alla mia lettera! Intanto ero rimasta completamente sola, perchè don Rizzo, che mi aveva attirato nell’impresa, all’idea di dover competere con un luminare e sacerdote come don Samaritani, si ritirò; anche perchè non aveva di fatto nemmeno cominciato, lasciando fare tutto a me, che gli portavo le fotocopie e gli appunti frutto delle mie ricerche sul suo tavolo, dove giacevano inutilmente.

Monsignor Samaritani scrisse a Don Mario il suo sconcerto per quanto aveva appreso dalla mia lettera, che considerava offensiva, ventilando una possibile querela; ma al tempo stesso chiedendogli se era vero che l’iniziativa della preparazione di un libro era stata promossa anni prima dalla parrocchia, nel qual caso si sarebbe ritirato lui, non volendo dare un dispiacere ad un confratello sacerdote.

Non so cosa rispose esattamente don Mario, ma a me confermò il suo appoggio e la sua disponibilità se me la sentivo di continuare. Non ho mai saputo come abbiano reagito gli altri nel venire a sapere che le motivazioni dell’incarico ricevuto non erano probabilmente dovute solo all’ interesse per la storia.

Certo è che il libro voluto dal Comune non è mai nato, probabilmente perchè gli studiosi coinvolti non gradirono il modo in cui erano stati arruolati e la pubblicità data che si era rivelata negativa; e forse anche perchè si resero conto che il progetto su cui si basava l’incarico, con 250 pagine da dividersi tra 8 autori, non era poi così entusiasmante e tale da permettere la pretesa “alta qualità” e scientificità dei loro contributi. Ma non mi fu mai detto nulla da nessuno e non seppi mai se e quando decisero di rinunciare.

Io, pur con il morale a terra, ma determinata, non volendo essere costretta a rinunciare un’altra volta ad un impegno culturale che mi appassionava (dopo la rinuncia all’insegnamento e al giornalismo), continuai le ricerche; anzi, scandagliai ogni fondo archivistico possibile, da Argile a Bologna, a Pieve e a Cento, a S. Giorgio di Piano e a S. Pietro in Casale, con la massima attenzione, nella convinzione, allora, di dover competere con i maggiori esperti di storia locale, che avrebbero potuto ridicolizzare il mio lavoro se avessi commesso degli errori madornali. Era una sfida pazzesca, da Davide con la fionda contro il gigante Golia. Per vincerla  sfruttai tutte le ore della giornata e buona parte di quelle della notte, alzandomi regolarmente alle ore 4,30 per poter leggere, studiare i materiali  e scrivere nel silenzio della casa quando gli altri dormivano. Ma alla fine ce l’ho fatta, dignitosamente, credo.

Mio marito mi sostenne a fronte del rischio economico per le spese, di ricerca e di pubblicazione; poi, grazie all’intercessione di amici (non argilesi) trovai l’aiuto disinteressato e generoso di Rossella Rinaldi, esperta di paleografia che mi “tradusse” i documenti più antichi scritti in una calligrafia per me illeggibile. Infine, ottenni pure la prefazione e presentazione, anche questa generosa e disinteressata, di un docente dell’Università di Bologna, esperto e qualificato come il professor Franco Cazzola, che conoscevo solo attraverso le sue opere, ma che ebbe la compiacenza di esaminare il voluminoso plico della bozza che osai portargli e che lui accettò di leggere, valutandola poi con belle parole di apprezzamento.

Avevo raccolto tanto materiale e costruito una storia così particolareggiata su “La terra e la gente di Castello d’Argile e di Venezzano ossia Mascarino”, con inquadramento e riferimenti anche alla storia d’Italia, di Bologna e dei comuni limitrofi, che decisi di dividere la materia in due volumi; il primo, di 360 pagine, uscito nel 1994, con la storia fino al 1600 compreso; il secondo volume, di ben 550 pagine, con le vicende dal 1700 ai giorni nostri, uscito nel 1997.

Quando uscì il primo volume, mons. Samaritani ebbe la gentilezza di scrivermi un biglietto di complimenti, lodando la serietà con cui avevo trattato la materia. E questo mi ripagò delle umiliazioni patite e mi confortò nella convinzione che anche un dilettante, se studia e si impegna con scrupolo, può fare qualcosa di buono.

Infine anche gli amministratori del mio Comune fecero buon viso (nonostante avessi ripreso la mia attività di cittadino scomodo opponendomi ad alcune loro scelte emerse tra ’92 e ’93). Calato il silenzio sul loro mega-progetto, fecero il grande sforzo di deliberare l’acquisto di 64 copie del mio libro (delle 1.000 che avevo fatto stampare), direttamente in tipografia come era previsto per gli sponsor che pagavano il puro costo di stampa (il mio lavoro era gratis): spesa pubblica poco meno di due milioni, a fronte del fatto che avevo fatto risparmiare al Comune quei 30 milioni che erano stati deliberati per pagare gli autori da loro incaricati e rimasti inutilizzati.

Il sindaco Bortolotti intervenne cortesemente alla presentazione del volume I° e il Comune mi concesse il teatro per l’occasione. Riuscii anche a racimolare un discreto numero di sponsor-acquirenti privati, tanto da coprire un po’ più della metà della spesa tipografica (molto elevata per le dimensioni del volume e per le caratteristiche tipografiche di qualità). I restanti me li portai a casa io ( a mie spese) sperando di venderli (sempre e solo al puro prezzo di rimborso del costo tipografico). Cosa che pian piano negli anni seguenti avvenne, grazie anche al fatto che allora a Bologna e a Cento c’erano ancora librerie che vendevano libri di storia locale.
Adesso che non ne ho più, molti me lo chiedono e sarebbero disposti a comprarlo…. ma una ristampa è inaccessibile per i costi troppo elevati.

1992-1993 La proposta di chiusura della scuola elementare della frazione Venezzano divide di nuovo la popolazione tra pro e contro. E mi ritrovo a presiedere un nuovo comitato e a promuovere una nuova petizione.

Nel corso del 1992, oltre ai soliti problemi di famiglia e all’impegno per la ricerca storica che continuavo, mi trovai a dovermi occupare di nuovo di un problema pubblico scoppiato nel paese.

Stava entrando in vigore il “Piano di fattibilità”, o riorganizzazione delle scuole elementari della Provincia, secondo le direttive emanate dal Ministero che indicavano i parametri di popolazione scolastica necessari per tenere aperto un edificio. Fatti i conti dei nati negli anni precedenti, nella frazione Venezzano (7 in media ogni anno), la popolazione scolastica degli anni successivi sarebbe stata ben al di sotto di quei parametri; pertanto il Provveditorato agli Studi di Bologna con lettera dell’8 novembre 1990, e altri atti successivi, aveva comunicato al Sindaco del Comune e alla Direzione didattica di Pieve di Cento la proposta di accorpare tutti gli alunni del comune presso l’edificio scolastico del capoluogo, cominciando dalle classi prime.

Tale proposta era ovviamente fortemente avversata dalla popolazione della frazione, che contava sull’appoggio del sindaco Mario Bortolotti (residente a Venezzano) e della maggioranza del Consiglio comunale che non voleva dare inizio ad un percorso che avrebbe portato alla chiusura di quella scuola.

La vicenda tenne in agitazione a lungo gli animi delle famiglie interessate, oltre che degli organi collegiali, degli insegnanti e delle forze politiche che temevano la rivolta degli elettori della frazione.

Il Consiglio comunale, in data 30 giugno 1992, (nella speranza di poter salvare capra e cavoli), deliberò pertanto una proposta per il Provveditorato che prevedeva di tenere aperte entrambe le scuole, “specializzando” la scuola di Venezzano come sede del tempo pieno che si voleva istituire. Ma questo significava che una buona parte degli alunni residenti ad Argile, molto più numerosi (da un minimo di 22 a un massinmo di 34 nati all’anno ), avrebbe dovuto essere trasportata a Venezzano, per creare due classi equilibrate per numero alunni (ma squilibrate per la diversità di opzioni tra le richieste di tempo pieno e tempo prolungato con 2 o 3 rientri pomeridiani).

La formulazione e le modalità di tale delibera presa dal Consiglio all’insaputa della popolazione argilese in una data in cui molte famiglie erano in vacanza ed erano assenti pure 8 consiglieri su 20, suscitò altrettanto ovviamente forte contrarietà.

Il Provveditorato però non tenne conto di questo parere del Comune e autorizzò l’istituzione di due classi prime ad Argile, come soluzione più razionale, prevedendo il trasporto nel capoluogo dei 7 alunni della frazione iscritti alla classe 1a.

All’apertura dell’anno scolastico di metà settembre 1992, i genitori di Venezzano, costituiti in comitato locale, però vollero fare un atto di resistenza forte, con “sciopero” contro questa disposizione, tenendo a casa tutti i loro figli, sia quelli della prima destinati ad Argile che i 35 delle altre classi (o pluriclassi) dalla II alla V, che potevano e dovevano continuare a frequentare la scuola di Venezzano fino al termine del loro ciclo (e conseguente futura chiusura).

Seguì un’assemblea infuocata a Venezzano, con la presenza anche di un rappresentante del Provveditorato e dei sindacati Snals e Cisl. Si concluse con l’invito a ritornare a scuola per gli alunni delle classi di Venezzano da parte degli stessi genitori della frazione, ma con un nulla di fatto per quelli destinati alla classe prima di Argile, in attesa e nella speranza di una deroga del Provveditorato alle norme vigenti, richiesta dai sindacati (chiamati a difesa dei genitori di Venezzano) per permettere l’attivazione di una classe prima nella frazione.

La vicenda finì anche sulle pagine del Carlino Bologna, il 15 e il 17 di settembre ’92, che diede notizia prima dello sciopero poi del ritorno a scuola dei 35 alunni di Venezzano.

A questa ipotesi di deroga si opposero gli insegnanti di Castello d’Argile capoluogo; che, in data 21 settembre 1992, scrissero una lettera alla Direttrice didattica, al Provveditore e a tutte le autorità e organi competenti o interessati al problema, per esprimere il loro “forte disagio” e “indignazione” per quanto stava accadendo, che metteva in seria difficoltà lo svolgimento delle lezioni e le relazioni tra famiglie, bambini e insegnanti. In sostanza si dichiaravano contrari a trasferire a Venezzano una delle due classi prime ad anno scolastico già iniziato, senza alcuna preventiva consultazione e informazione, con insegnanti già asseganti dal Provveditorato nella sede argilese e con la programmazione coordinata di tempo pieno e modulo già impostata sul capoluogo. Sarebbe stato un colpo di mano “non degno di uno Stato di diritto” che non rispettava la decisione della maggioranza dei genitori.

Genitori argilesi di bambini delle classi prime che si espressero di nuovo con lettere del 16 ottobre e del 12 novembre, firmate da tutti (tranne uno, Fabrizio Tosi, impegnato in politica, che non si espresse…) contro lo spostamento di una delle due classi prime a Venezzano che scombinava ogni programmazione avviata, con conseguenze deleterie per gli alunni, la continuità didattica e i costi per l’anno in corso e per gli anni futuri.

A quel punto molti genitori argilesi, oltre a quelli con figli nelle classi prime, si mobilitarono e il 9 novembre 1992 fu costituito un Comitato che, manco a dirlo, si aggregò intorno a me e mi elesse presidente, contando sulla mia “esperienza” di genitore negli organi collegiali (avevo ancora la figlia più giovane frequentante la scuola media locale) e di ex insegnante e soprattutto di cittadino attivo in comitati. La sede per gli incontri era sempre a casa mia.

Il comitato era composto, oltre che da me, da Silvana Baccilieri, Maria Grazia Cortesi, Rosaria Cavicchi, Loris Donini, Sonia Parmeggiani, Lilia Vancini, Nadia Vaccari, Federica Zaniboni e altri. La prima iniziativa del Comitato fu quella di promuovere una petizione per chiedere la revoca di quella delibera comunale e per proporre l’utilizzo del solo edificio scolastico del capoluogo, in quanto in grado di ospitare tutta la popolazione scolastica del Comune.

La petizione raccolse in pochi giorni 280 firme e fu presentata il 22 novembre 1992 al sindaco e altri organi competenti con una lettera di accompagnamento che specificava tutte le argomentazioni di carattere didattico ed economico che rendevano più razionale la scelta della unificazione della popolazione scolastica nell’edificio del capoluogo.

Pur comprendendo le ragioni e la volontà degli abitanti di Venezzano di tener aperta la loro scuola, si spiegava che i loro figli avrebbero potuto usufruire di un servizio qualitativamente migliore e senza particolari disagi nella scuola di Argile.

Io stessa, pur non più direttamente interessata come genitore al problema, ritenevo più conveniente e utile per tutti questa soluzione, in quanto come insegnante che aveva lavorato un paio d’anni nella piccola scuola della frazione, avevo vissuto sì la “tranquillità” di insegnare a piccoli gruppi di alunni, con classi o pluriclassi di 10/12 alunni al massimo; ma ne avevo visto anche i limiti culturali e di socializzazione, per i minori stimoli e la tendenza all’isolamento che questi piccoli gruppi “di Mascarino” poi si portavano dietro quando entravano nella scuola media ad Argile. Tanto che allora avevo proposto e ottenuto, con l’appoggio anche degli altri insegnanti e della Direzione, di fare mensilmente incontri per classi parallele tra gli alunni delle elementari di Argile e quelli di Venezzano, per attivare un rapporto di conoscenza reciproca e collaborazione.

Seguirono poi altre riunioni pubbliche (una il 1 dicembre) per spiegare ai genitori le nuove metodologie di tempo pieno e “ a moduli”, un questionario del Comune distribuito il 15 dicembre per “rilevare gli orientamenti dei genitori” circa le future scelte. Questionario che però fu criticato dai genitori argilesi per la sua formulazione ambigua e non abbastanza chiara per poterne trarre conclusioni significative; tanto che il 13 gennaio 1993 il Comitato argilese scrisse al Provveditore e al Consiglio scolastico provinciale per fare il punto della situazione, esprimere “lo stato di disagio per la deleteria situazione” che si era creata nel Comune, chiedendo un incontro per capire il reale orientamento delle massime autorità scolastiche a cui si chiedeva “coerenza e uniformità di indirizzo” per tutto l’ambito provinciale, ritenendo certe “deroghe” fonte di confusione, danno per la collettività e disparità di trattamento non giustificate.

Non mi ricordo se l’incontro ci sia poi stato. Ma nel febbraio 1993 ci furono chiare prese di posizione del Collegio dei docenti ( a maggioranza assoluta) e del Consiglio di Circolo (a maggioranza semplice col voto contrario dei 5 genitori della lista dell’Age pievese) che proponevano per l’anno scolastico 1993/94 l’istituzione di due classi prime entrambe nel capoluogo, una a tempo pieno e una a modulo.

Pareri che furono recepiti dal Provveditorato e dalla Direzione didattica, che a sua volta, il 3 aprile

1993 confermava che per decreto del 26 marzo per il prossimo anno scolastico le due prime sarebbero state collocate ad Argile.

Fu messa così (temporaneamente) la parola fine sulla controversia e non ci fu più spazio per le annuali pressioni che erano state esercitate sui genitori argilesi per convincerli a chiedere l’iscrizione nella scuola di Venezzano, per alzare il numero degli alunni e giustificare l’istituzione di una classe in quel plesso. Nell’arco dei 3 anni successivi, con l’uscita degli ultimi alunni a compimento del loro ciclo, si arrivò nel 1995 alla chiusura della scuola di Venezzano.

Ma fu una chiusura temporanea, che non lasciò il tempo per predisporre un’altra destinazione a quell’edificio pubblico, che poteva diventare un centro civico di cui pure c’era bisogno.

La mia presa di posizione in questa vicenda mi costò la perdita di quel po’ di benevolenza che mi ero conquistata tra le famiglie del luogo quando avevo lavorato come insegnante a Venezzano. Mi guadagnai anche qualche telefonata anonima con pernacchie e accuse di essere una “che fa del male alla gente”. Impossibile far capire le motivazioni della scelta mia e di tanti altri in quella circostanza.

PS. Grazie al nuovo Piano regolatore del 1992 e alle successive varianti approvate dal Consiglio comunale, con una possibilità edificatoria di grandi dimensioni, la popolazione del Comune, ma soprattutto quella della frazione, aumentò a passi da gigante, tanto da arrivare al raddoppio in pochi anni. Crebbe quindi anche in modo consistente la popolazione scolastica. Tanto che ci fu materia per gli abitanti di Venezzano per cominciare nel 1999 a chiedere la riapertura della scuola della frazione.

L’amministrazione comunale eletta nel 1999 (nuovo sindaco “civico” Massimo Pinardi) ne fece un punto qualificante del proprio programma. Dopo una necessaria ristrutturazione, l’edificio scolastico fu riaperto nell’anno scolastico 2001-2002

1992-1993- Osservazioni al PRG e petizione contro il progetto di nuova strada in Bisana. Osservazioni respinte, ma la strada in Bisana non si fece.

Quasi contemporaneamente all’esplodere della controversia tra favorevoli e contrari alla chiusura della scuola di Venezzano, vennero fuori gli elaborati del nuovo Piano Regolatore Generale, adottato dal Consiglio comunale il 29 dicembre 1992 ( il periodo delle festività natalizie e delle ferie estive pare sia il periodo preferito per l’adozione di delibere che si vorrebbe passassero inosservate…); e i due fatti erano in parte collegati, e si capisce il perchè, esaminando i contenuti di quel documento.

Insieme ai pochi cittadini che si interessavano e si informavano sugli atti amministrativi, esaminai gli elaborati e ritenni opportuno presentare, nei tempi e nei modi previsti, il 10 aprile 1993, alcune osservazioni critiche, rivolte in particolare alle previsioni insediative e al dimensionamento della Variante, che fissava una crescita di 361 nuovi alloggi, e circa 1.000 abitanti in più in 10 anni, ritenuta eccessiva da me e da altri, considerato che il paese era già cresciuto parecchio anche nell’ultimo decennio (3.092 abitanti nell’1982 , diventati 3.678 nel 1992, divisi tra i 2.840 nel capoluogo e gli 838 nella frazione) e si apprestava quindi a diventare un grande dormitorio sempre più popolato e sempre più simile alle periferie delle grandi città. Con probabile snaturamento del contesto sociale del paese e difficoltà a garantire servizi pubblici adeguati ai nuovi e maggiori bisogni, in scuole, mense, trasporti, uffici pubblici e altro.

Altro punto criticato era la distribuzione della potenzialità edificatoria sul territorio, con notevole sbilanciato potenziamento della frazione Venezzano, che in proporzione sarebbe cresciuto più del capoluogo, generando problemi, disagi e aspettative difficilmente risolvibili (ma se si voleva la riattivazione della scuola di Venezzano, questo ripopolamento era lo strumento giusto….).

I firmatari di quella osservazione proponevano pertanto un dimensionamento più contenuto per favorire una crescita più armonica e sostenibile sia per il capoluogo che per la frazione.

Ma soprattutto si manifestava una forte preoccupazione e il parere contrario alla prevista realizzazione di una nuova arteria stradale di collegamento tra Cento e la Nuova Padullese , partendo presso il nuovo ponte sul Reno tra Cento e Pieve per raggiungere Bologna, che avrebbe attraversato tutta l’area agricola dei “Rottazzi” e della “Bisana”, utilizzando in parte tratti delle vie esistenti, percorse fino ad allora dal solo traffico dei residenti nelle campagne della zona.

Tante erano le ragioni che venivano esposte in quella Osservazione, a cominciare dal fatto che quella strada avrebbe tagliato in due parti tutta l’area ovest della campagna argilese, creando grande impedimento agli abitanti della parte estrema verso il Reno; si creavano punti di pericolosità per nuovi incroci e attraversamenti in particolare con le vie Zambeccari, Postrino e Rottazzi; e se si fosse aggiunta anche la ipotizzata “bretella “ a sud tra questa nuova strada e la Provinciale Centese verso Voltareno, si sarebbero aggiunti altri 5 nuovi incroci con le vie esistenti e quindi nuovi punti di pericolosità.

Oltre ai costi economici e di sacrificio del territorio, si faceva rilevare che la realizzazione di queste nuove strade avrebbe chiuso il centro urbano di Argile in una trappola di vie da tutti i lati, nord, sud, est e ovest che ne avrebbero condizionato irrimediabilmente le possibilità di svipuppo armonico.

Il tradizionale “giro dei casetti”, meta delle passeggiate a piedi e in bici degli argilesi, sia nel percorso breve sopra le vie Zambeccari-Minganti-Croce, che in quello lungo verso il Reno su via Cappellana o via Martinetti e Bisana Inferiore, sarebbe diventato impossibile.

Fu fatto rilevare anche che il fondo stradale della nuova strada sarebbe sempre stato instabile e bisognoso di continue manutenzioni, trattandosi di area esposta per secoli ad alluvioni del Reno e punteggiata da laghetti dei Rottazzi, visibili in mappe ancora a metà del 1700.

Si chiedeva quindi al Comune di non recepire nel nuovo PRG questi progetti di nuova viabilità che erano stati proposti dalla Regione e dalle Province di Bologna e Ferrara, col favore dei Comuni di Cento e Pieve i cui territori non venivano toccati dai tracciati e non avrebbero subito alcun danno, mentre speravano di avere il beneficio di far prima a raggiungere Bologna.

I primi firmatari di questa osservazione erano una quindicina: oltre a me e ai miei famigliari, si impegnarono Agostino Barbieri, Paolo Cortesi, Rosaria Cavicchi, Claudio Evangelisti, Gianni Sevini, Quinto Chierici, Maria Grazia Cortesi, Nadia Vaccari, e pure William Maccagnani di Mascarino; un gruppetto “trasversale” a qualsiasi schieramento politico, preoccupato solo del futuro del paese.

Visto che la risposta degli amministratori alle osservazionni fu sbrigativamente negativa, la protesta si allargò nel corso del 1993. Furono diffusi volantini con mappe del tracciato della strada ipotizzata e il titolo “Giro dei casetti addio”; furono scritti comunicati per la stampa titolati “Non rovinateci il territorio!” e fu avviata una nuova petizione che raccolse circa 130 firme e l’appoggio del Gruppo ambientalista “Amici della terra” della zona pianura e del gruppo di minoranza “Sinistra unita” in Consiglio comunale.

Per il ridimensionamento delle previsioni insediative non ci fu niente da fare e gli insediamenti crebbero anche oltre le previsioni, grazie anche a successive varianti, tanto che ora, anno 2013, siamo arrivati a 6.500 abitanti (oltre il doppio rispetto a 30 anni fa).
Ma per la strada di Bisana la battaglia fu vinta dai cittadini.

Pur senza aver mai avuto risposte precise e cancellazioni dal PRG, via via maturò un ripensamento

sia a livello Regionale che Provinciale, e infine Comunale. Tanto che alla fine del 1994 si potè affermare che quella strada non si sarebbe fatta mai.

1993. Si riapre la questione delle USL col nuovo Piano Sanitario Nazionale e Regionale che impone nuovi accorpamenti in ambiti territoriali coincidenti con i confini di Provincia. Argile e Pieve devono separarsi da Cento e riaggregarsi a S. Giorgio e alla zona Bologna Nord. Nuova petizione sovracomunale, insieme a medici e cittadini di Cento e di Pieve per una Usl comprendente la n. 30, la n. 25 e la n. 26. Inascoltata.

A sollevare il problema per primi questa volta furono i medici dell’ospedale di Cento e gran parte del personale medico anche dei servizi di base e sul territorio dell’USL 30, e lo fecero con un documento datato 15 febbraio 1993, rivolto a tutte le istituzioni regionali e locali, alle forze politiche e sindacali e alle Associazioni operanti sul territorio perchè prendessero in considerazione una loro proposta piuttosto audace ma molto argomentata e motivata.

La proposta partiva dalla constatazione che il Decreto Amato-De Lorenzo n. 502 del 30 dicembre 1992 imponeva alle regioni una riduzione delle Unità sanitarie locali e quindi l’accorpamento di quelle esistenti in Usl uniche di ambito coincidente con la Provincia (in provincia di Bologna allora erano 10 ed era prevista una deroga all’unicità per la sua vastità).

Preso atto che l’orientamento iniziale della Giunta provinciale di Bologna era indirizzato verso alcuni accorpamenti, tra cui quello della USL 25 di S. Giorgio di Piano e la n. 26 di S. Giovanni in Persiceto, i medici proponevano che in questo nuovo ambito territoriale fosse inserita anche l’Usl 30 di Cento che già comprendeva i due comuni bolognesi di Pieve di Cento e Castello d’Argile e che comunque per la sua centralità rispetto al territorio complessivo, per tipologia di servizi e strutture sanitarie, per tradizionali legami culturali, tecnici e operativi, viabilità e collegamenti, di fatto era già parte integrante della rete dei servizi della pianura bolognese.

Tale accorpamento avrebbe portato solo benefici e una organizzazione razionale per la quale i firmatari si impegnavano a collaborare, senza costi in più per nessuno, e con un bacino di utenza adeguato che già si muoveva in questo ambito.

Seguivano decine di firme, di primari, aiuti, assistenti e tecnici, a partire dal dott. Aldrigo Grassi e dal dott. Eugenio Magri, e si allegava la cartina con mappa che evidenziava l’omogeneità territoriale della USL che veniva proposta.

Il documento fu diffuso e trovò spazio sulla stampa locale, fu oggetto di dibattiti in assemblee pubbliche e trovò l’appoggio dei Consigli comunali e dei sindaci di Cento, Pieve di Cento e Castello d’Argile che nei mesi successivi, tra aprile e maggio, si pronunciarono a favore della nuova Usl interprovinciale proposta, genericamente definita della “Bassa bolognese”

Si costituirono comitati locali nei 3 comuni che si coordinarono in un unico Comitato intercomunale e promossero una petizione pubblica di sostegno, spiegata con un volantino-manifesto intitolato “Cittadini, bisogna dire NO ad una “controriforma sanitaria ingiusta e sbagliata” , che comportava tra l’altro un taglio di personale di 9.000 unità nell’arco di 3 anni e una riduzione della spesa sanitaria di 1.200 miliardi, oltre alla paventata rideterminazione dei territori delle USL su base esclusivamente provinciale.

La petizione fu inoltrata il 22 giugno 1993 ai vari responsabili regionali e ai gruppi politici in Regione con 5.679 firme di cittadini, delle quali 1.100 raccolte in territorio di Argile.

La lettera di accompagnamento indicava come componenti del Comitato promotore della petizione, il Dott. Eugenio Magri (residente a Pieve di Cento e Primario anestesista all’Ospedale di Cento) “per gli operatori sanitari”, e, “per i cittadini di Castello d’Argile”, la solita Magda Barbieri, di nuovo in prima fila per questa riedizione della annosa battaglia per una migliore organizzazione sanitaria, stavolta però in compagnia di Sandro Accorsi, Maria Tasini, Antonio Sperindio, Lorenzo Bovina, Agostino Barbieri, Maria Grazia Cortesi, accomunando veterani pro Cento degli anni ’80 e nuovi sostenitori legati anche alle forze politiche che in passato si erano mostrate più restie. In prima fila furono anche il dott. Lamberto Ardizzoni, medico di base ad Argile e Linda Campanini. funzionario dirigente USL.

A rappresentare i cittadini di Pieve c’erano Enrico Cavicchi, Andrea Accorsi e Laura Taddia. Per Cento: Guido Vancini, Clemente Cristofori, Gino Lanzi, Marta Marchesini e Adele Ramponi..

Insomma, fu una battaglia civica dei cittadini di 3 Comuni che coinvolse un po’ tutte le categorie e gli orientamenti politici, senza distinzioni. Anche nei vicini comuni ferraresi di S. Agostino e Mirabello ci furono pronunciamenti favorevoli, o quanto meno interessati, all’eventualità di aggregarsi alla sanità bolognese, temendo di essere in futuro penalizzati da una USL unica ferrarese tutta incentrata sulle strutture della città di Ferrara..

Molto favorevole all’ingresso di Cento nella USL bolognese si mostrò anche il nuovo sindaco di Cento Paolo Fava e vi si impegnò anche Gianni Melloni. sindaco di Pieve, un Comune che pure aveva vissuto con sofferenza negli anni precedenti l’imposizione della chiusura dell’Ospedale di Pieve e manteneva nel suo contesto popolare un residuo della antica rivalità campanilistica con Cento. Ma l’interesse a mantenere un rapporto di collaborazione e coordinamento istituzionale e di pieno utilizzo delle strutture sanitarie di Cento, era troppo evidente per lasciar spazio ai campanilismi.

Ma, nonostante l’attivismo di questo Comitato intercomunale nei mesi fino a novembre 1993, l’impegno in lettere, comunicati stampa, assemblee pubbliche, richieste di incontro con l’Assessore Regionale alla sanità Giuliano Barbolini (che fu sempre molto ostile alla nostra proposta), la presentazione di un emendamento in sede di approvazione del Piano regionale che ridisegnava i territori delle USL, non ci fu niente da fare. Il limite del confine delle province (indicato nella Legge nazionale) fu considerato inderogabile e invalicabile.

Ma non fu solo questo l’ostacolo alla proposta dei nostri 3 comuni. In realtà le forze politiche a livello regionale e provinciale non erano affatto intenzionate a tener conto delle forze politiche locali che avevano sostenuto la petizione e votato a favore nei consigli comunali. E poi c’era l’ostilità della Provincia di Ferrara e la diffidenza dei comuni di S. Giorgio di Piano , Bentivoglio e S. Giovanni in Persiceto e degli altri delle USL 25 e 26 che non vedevano di buon occhio questo “matrimonio” che avrebbe potuto eventualmente penalizzare le loro strutture sanitarie a fronte di quelle di Cento, in fase di riorganizzazioni e di tagli prevedibili.

Queste ostilità e resistenze al progetto di interprovincialità vennero evidenziate in un ultimo Consiglio Comunale straordinario aperto, interamente dedicato alla sanità, svoltosi a Cento nel novembre 1993.

Cento fu inglobato nella USL di Ferrara, e Pieve di Cento e Castello d’Argile entrarono a far parte della USL Bologna Nord (pianura), una delle 4 in cui fu allora divisa la provincia di Bologna (città, pianura, collina, Imolese).

L’unità territoriale dell’USL 30, in atto dal 1987, che pure aveva ben funzionato, fu smembrata.

E’ vero che comunque poi una certa libertà di scelta dell’ospedale fu in linea di massima garantita e gli argilesi e i pievesi hanno potuto continuare ad usufruire del vicinissimo ospedale di Cento.

Ma per tutti gli altri servizi territoriali venne a mancare il necessario collegamento e coordinamento; la guardia medica doveva venire da S. Pietro in Casale o Bentivoglio, come pure l’ambulanza nei casi di urgenza doveva partire dal più lontano ospedale di Bentivoglio; idem per il Pronto soccorso si doveva andare a Bentivoglio, le difficoltà frapposte dai servizi sanitari centesi per il fatto di essere di “un’altra Usl “ erano tante.

Era stata promessa una Convenzione tra le due USL di Bologna e di Ferrara per meglio gestire e coordinare le possibilità di scelta extraUSL per gli abitanti dei comuni sul confine, ma nessuno l’ha mai vista.

Il gruppo che si era impegnato nel comitato del 1993 cercò ancora di seguire le vicende sanitare per salvaguardare la possibilità dei cittadini di Argile di usufruire al meglio delle strutture centesi (se lo volevano, ovviamente), e personalmente partecipai ancora a riunioni in materia sanitaria negli anni successivi, in particolare dal 1995 al 1999 quando fui eletta consigliere comunale a Castello d’Argile e ricoprii la carica di Assessore alla Sanità e alle Politiche sociali.

Ma qui devo aprire un altro capitolo.

1995. Si costituisce, per mia iniziativa, il “Gruppo di impegno civico argilese” a sostegno della candidatura di Prodi a livello nazionale e di una lista “civica” di centrosinistra a livello locale.

Fino al 1994 non avevo mai voluto esprimere pubblicamente le mie preferenze politiche personali e le “battaglie” che avevo animato e condotto come cittadino attivo erano sempre state super partes, o trasversali rispetto agli schieramenti politici, trovandomi in compagnia di altri cittadini di diverso orientamento ideologico coi quali però si era formato un collante comune e una condivisione su determinati specifici problemi concreti del paese: Ospedali, strade, bollette, PRG ecc.. E spesso mi ero trovata a dover contrastare o contestare le forze politiche prevalenti, dal PCI-PDS alla DC, per le scelte sul territorio, in Argile o in ambiti più ampi, che non condividevo.

Tra 1994 e 1995 si era però determinata in Italia una situazione nuova e preoccupante che mi spinse ad assumere pubblicamente una posizione politica di parte. A livello nazionale era entrato con gran dispiegamento di forze Silvio Berlusconi, un personaggio che da informazioni che avevo raccolto su libri e giornali mi pareva estremamente negativo e inadatto a governare l’Italia. Ma gli italiani a maggioranza l’avevano eletto nel maggio 1994 come capo di Forza Italia, il nuovo partito personale da lui appena fondato, e si era costituito un governo di centrodestra da lui presieduto e sostenuto anche dal MSI ( Movimento Sociale Italiano) presieduto da Fini, e dalla Lega Nord, un movimento separatista da poco fondato e gestito da Umberto Bossi.

Nelle idee e nelle proposte di questi personaggi proprio non mi ci riconoscevo, anzi li ritenevo pericolosi per tanti aspetti, da quello politico a quello morale e sociale, e in una parola, pericolosi per la tenuta della democrazia.

Intanto aveva manifestato la propria disponibilità a candidarsi per guidare il fronte del centrosinistra nelle future elezioni politiche il prof. Romano Prodi, che mi apparve come un faro nel buio della notte. Pur senza esagerare nelle lodi e senza divinizzarlo, mi pareva che finalmente si fosse affacciata sulla scena politica nazionale una persona seria e capace a cui ci si potesse affidare, dopo la crisi dei partiti e dei loro vecchi leader maturata nel 1992, anche a seguito degli scandali e delle corruzioni emerse con “Tangentopoli”.

Mi parve quindi opportuno, se non doveroso, appoggiare concretamente e visibilmente questa candidatura e questo orientamento, e l’occasione venne dalle elezioni amministrative locali, che dovevano svolgersi il 23 aprile 1995. Nei mesi precedenti in Argile erano cominciati i contatti degli emissari dei partiti alla ricerca delle persone da mettere nelle rispettive liste. Qualcuno venne a cercare anche me, ma rifiutai l’invito perchè inizialmente non avevo intenzione di partecipare direttamente ad alcuna competizione elettorale, non ritenendomi adatta a “far politica di partito”, e per mantenere comunque la mia indipendenza e libertà di pensiero. E poi la prima proposta, anche se presentata con apparenza di “lista civica”, veniva da chi appoggiava apertamente a livello nazionale il centrodestra, anzi Fini, e non mi pareva proprio il caso.

Poco tempo dopo l’invito mi venne rivolto anche dal centrosinistra, tramite Loris Muzzi, già candidato dal PDS a formare una lista che voleva essere il più possibile aperta ad altri contributi e quasi “civica”. Anche a lui dissi inizialmente di no, pur trovandomi allora più vicina a chi a livello nazionale si era pronunciato a favore di Prodi.

Ma nella confusione che si era creata a livello locale, con il PPI che a livello nazionale (dopo la scissione tra Bianco e Buttiglione che fondava il CDU) si schierava con Prodi in alleanza col PDS e ad Argile rifiutava invece ogni accordo e si apprestava a formare una lista con la destra berlusconiana, mi convinsi della necessità di assumere una posizione chiara anche a livello locale, per evitare che vincesse chi favoriva questo genere di ambiguità. Richiamai Muzzi e diedi la mia disponibilità ad entrare in lista, se ancora c’era l’intenzione. Detto, fatto.

Per conservare comunque una mia connotazione apartitica, con la collaborazione di alcuni amici costituii un nuovo Comitato, chiamato “Gruppo di impegno civico argilese” che si poneva sulla linea di continuità delle “battaglie civiche” condotte in precedenza e composta da varie persone che vi avevano partecipato.

Al comitato promotore, con atto costitutivo del 10 marzo 1995, aderirono: Lia Bencivenni, Agostino Barbieri, Roberta Cavazzuti, Maria Grazia Cortesi, Stefania Del Buono, Romana Govoni, Alberto Minelli, Daniele Muzzi e Gianni Sevini, oltre a mio marito Orio Cenacchi e alla sottoscritta Magda Barbieri, scelta , come ormai d’abitudine, come “coordinatrice”, ovvero quella che organizzava gli incontri e scriveva lettere a destra e a manca. E le riunioni si svolgevano a casa mia, nella mansarda che era stata sommariamente arredata per le feste di compleanno dei ragazzi, con vecchie poltrone di vimini sfilacciate e cianfrusaglia turistica.

Ora che i figli erano abbastanza grandi e mia madre non c’era più (morta nel 1993, dopo l’ennesima crisi cardiaca e la sofferenza delle ultime settimane in rianimazione), il grosso della ricerca storica su Argile era compiuto e il primo volume era uscito nel 1994, potevo permettermi di affrontare un impegno pubblico così rilevante.

Nel documento con cui ci presentammo “Ai cittadini di Castello d’Argile” dichiaravamo la nostra continuità ideale con la vocazione civica praticata in precedenza per interessarci dei problemi del paese, ma dichiaravamo anche al punto 2 il nostro impegno ad appoggiare Romano Prodi come il più qualificato a rappresentare a livello nazionale le nostre idee, valori e obiettivi, ai cui comitati di sostegno in Bologna ci si aggregava.

Al punto 3 si dichiarava la disponibilità ad entrare ”in via sperimentale per questa legislatura amministrativa” in una lista “che raccoglie apporti culturali laici, cattolici e di sinistra democratica”. Quella che presentava Loris Muzzi come candidato sindaco, appunto .

Non fu una scelta facile, né indolore, la mia, e mi costò una certa fatica dover fare “comizi”, o quanto meno dichiarazioni politiche in piazza o in Assemblee pubbliche, io che sono sempre stata di carattere riservato e un po’ solitario, per non dire timida; parlare mi costava fatica fisica, non ero tipo da fermarsi per strada a chiaccherare con la gente del più e del meno o per cercare di convincerla a votare per me o per la lista in cui ero inserita. Di certo, preferivo pensare e scrivere.

Molti poi si stupirono che accettassi allora di collaborare con il veterano attivista del PCI locale Fabrizio Tosi e coi “comunisti” che in passato avevo criticato per tanti aspetti ideologici e scelte che non condividevo (come loro non condividevano le mie). Ma mi feci forza. Il passato era passato, la situazione era cambiata, il muro di Berlino era caduto da un pezzo, la “svolta della Bolognina” e la scelta per Prodi davano alla sinistra pidiessina un’impronta neoriformista che sostanzialmente si avvicinava alla mia idea di socialdemocrazia di tipo europeo che tutto sommato prediligevo. E non ero tipo da serbare ostilità personale per nessuno, soprattutto se c’era di mezzo una “causa” di valore superiore per cui impegnarsi.

Intanto il PPI locale rinunciava alla idea iniziale di una lista “civica” di centrodestra insieme ai sostenitori del Polo berlusconiano e decideva di presentare autonomamente una propria lista “Argile insieme”, anche questa “civica” ma sostenuta dal solo PPI, con l’ex argilese Rino Bergamaschi, dirigente CISL bolognese, come candidato sindaco.

Il travaglio e le divisioni interne del PPI argilese e l’ambigua posizione dello stesso Bergamaschi, prodiano a Bologna ma non a Argile, furono oggetto di polemiche anche sulla stampa bolognese (lettere di Zanini, Bergamaschi e mia, pubblicate su La Repubblica-Bologna il 4, il 7, il 15 e il 25 marzo) e contribuirono a rompere l’iniziale alleanza di centrodestra mascherata da civica.. Fatto è che il Polo fece una sua terza lista pseudo-civica, “Rinascere”, con Alessandro Stracciari candidato sindaco; e la divisione dell’area di centro-destra in due liste favorì la vittoria della lista di Centrosinistra, “Progetto democratico”, di cui ero parte.

Loris Muzzi fu eletto sindaco e io fui vicesindaco e assessore alla Sanità e alle politiche sociali. Nelle lista nostra che ebbe la maggioranza dei voti, tra gli 11 consiglieri eletti, entrarono per il nostro Gruppo civico, Maria Grazia Cortesi, Daniele Muzzi e Stefania Del Buono.

Nella stessa tornata elettorale furono eletti anche Vittorio Prodi come presidente della Provincia e Pierluigi Bersani presidente della Regione, sostenuti dalla stessa coalizione.

Come tutti i neofiti volonterosi (e un po’ ingenui), cominciammo con l’autotassarci inviando lire 500.000 raccolte tra noi al coordinamento bolognese per la campagna elettorale.

Io e Lia Bencivenni ci pagammo anche le spese di viaggio in pullman a Napoli, il 17 giugno 1995, più magliette e gadget vari, per la prima manifestazione nazionale dell’Ulivo, con Romano Prodi e Antonio Bassolino a fare gli onori di casa. Una foto ricordo di quel viaggio, scattata durante una sosta, è pubblicata nel libro che poi il fotografo Mauro Rebeschini dedicò al viaggio in pullman di Prodi per la campagna elettorale.

1996 – Primo Comitato per l’Ulivo, tra speranze e difficoltà

Il nostro Gruppo di impegno civico diventò quindi il Comitato n.1089 dei Comitati Prodi, o “dell’Italia che vogliamo”, per confluire infine nel “Comitato comunale per l’Ulivo”, seguendo il percorso nazionale della candidatura di Prodi e della costituzione della coalizione che poi vinse le elezioni politiche nazionali del 1996.

Va ricordato che la costituzione del nuovo comitato avvenne la sera del 31 gennaio 1996, sempre a casa mia, ed ebbe da allora una nuova veste “politica” esplicita, in quanto fu composto, oltre che da me (sempre coordinatrice) e dai precedenti membri “civici” del gruppo originario come Lia Bencivenni, Daniele Muzzi e Maria Grazia Cortesi, anche da Roberto Scardovi e Silvano Pilati in rappresentanza del PDS e Resca Paolo in rappresentanza del PPI.

E quest’ultimo rappresentava il fatto nuovo e la svolta del PPI locale, che pur diviso e riluttante, saltava il fosso delle passate ostilità, seguiva la linea nazionale scelta da Gerardo Bianco ed entrava a sostenere la coalizione dell’Ulivo (mentre altri rappresentanti del PPI come Rino Bergamaschi e Angelo Bovina, pur ulivisti, sedevano ancora in consiglio comunale sui banchi dell’opposizione, pur senza esprimere particolari ostilità).

I mesi che precedettero le elezioni politiche nazionali del maggio 1996 non furono idilliaci fra i partiti alleati; se il 4 febbraio del 1996 sentii l’esigenza di scrivere una lettera, firmata solo da me, in cui esprimevo la mia solidarietà a Prodi per gli atti ostili e gli sgambetti che subiva, soprattutto da parte del PDS e di D’Alema in particolare.che era corso a trattare personalmente con Berlusconi e Fini” , per cercare un misterioso e inspiegabile accordo mentre il Polo era in crisi e si prospettava una situazione elettorale favorevole per il centrosinistra, allora intento a costruire alleanza e programma per l’Ulivo in vista di nuove e prossime elezioni.

Va ricordato che il Polo berlusconiano, vincitore nel maggio 1994, il 17 gennaio 1995 aveva perso la fiducia in Parlamento e Berlusconi aveva dovuto dimettersi per la defezione della Lega Nord. Il Capo dello Stato aveva quindi assegnato l’incarico a Dini di formare un Governo “tecnico” che aveva “galleggiato” per un anno con l’appoggio “esterno” di PDS, PPI e Lega Nord. Entrato in crisi anche questo, nel gennaio 1996, il Presidente Scalfaro aveva dato un mandato esplorativo a Maccanico per un eventuale nuovo governo di “larghe intese che però non si erano concretizzate, e quindi si aspettava lo scioglimento delle Camere e nuove elezioni da un momento all’altro.

Accantonare il progetto dell’Ulivo per cercare accordi col Polo in quel momento era una pugnalata alla candidatura di Prodi e al lavoro che stava facendo, tanto che Prodi sospese le assemblee programmatiche per valutare cosa e come fare in quel frangente.

Nella mia lettera lamentavo anche il fatto che nella strutturazione dell’Ulivo che si stava costruendo i Comitati Prodi venivano di fatto emarginati e si rischiava di mortificare un patrimonio di impegno volontario, potenzialità e speranze di rinnovamento venute dalla società civile, che si erano spontaneamente mosse nel 1995 all’annuncio di Prodi candidato.

E già ce ne eravamo lamentati, in una lettera indirizzata alla Coordinatrice Regionale Alessandra Servidori, insieme anche ai rappresentanti di vari comitati della pianura (Persiceto, Decima, S. Giorgio di Piano, Galliera, Crevalcore e Argile) riuniti il 18 gennaio 1996 a S. Giovanni in Persiceto, per proporre agli organi superiori di costituirci in Comitato di coordinamento a livello territoriale di Collegio elettorale n. 18 per il Senato.

Proposta che era stata respinta, non si sa perchè e per volontà di chi; forse da chi non voleva interferenze al momento delle scelte di candidature e di punti programmatici, che il maggior partito (leggi PDS) voleva tenere per sé, trattando magari solo con i rappresentanti degli altri partiti secondo i soliti criteri spartitori decisi dell’alto “ e le pratiche deteriori del tatticismo” (lo aveva scritto la stessa Servidori) che sembravano allora prevalere.

In queste e in altre nostre lettere si ribadivano anche i punti che si ritenevano irrinunciabili per il programma dell’Ulivo, anche in caso di contatti per raggiungere le “larghe intese tentate allora da Maccanico: par condicio, antitrust, conflitto di interessi, nuova legge elettorale, difesa della democrazia e della possibilità di alternanza, contro la concentrazione del potere in poche mani, difesa della magistratura, lotta alla corruzione e alle mafie …. (piange il cuore nel constatare che gli obiettivi cui puntavamo allora, oggi, dopo quasi 20 anni, sono ancora irraggiungibili …. ndr.)

Le “larghe intese” di allora fallirono, il progetto dell’Ulivo andò avanti e l’unità della coalizione si ricompose (momentaneamente) arrivando a vincere nel maggio 1996, portando Prodi a capo del nuovo governo con il sostegno di PDS, PPI, Verdi e Dini, socialisti del SI’ di Boselli e desistenza di Rifondazione comunista al Senato.

E’ storia nota, purtroppo, che quell’unità faticosamente raggiunta in campagna elettorale aveva basi fragilissime che ben presto mostrarono le prime crepe.

Ma torniamo alla mia attività di neo-assessore in Argile

1995-1999. 4 anni da Assessore alla Sanità e Servizi sociali: i problemi di gestione e fruibilità delle strutture sanitarie e sociali, in Argile e nel nuovo ambito USL Bologna Nord, la Comunità alloggio, il Centro Sociale culturale , il nuovo poliambulatorio…

Se devo dire la verità non è stata una esperienza esaltante quella fatta come assessore tra il 1995 e il 1999. Cominciata con tanta buona volontà e la speranza di poter fare qualcosa di buono e utile, è finita con una certa stanchezza e delusione da parte mia, per tanti motivi. Senza infamia e senza lode, anche se non ho mai fatto mancare la mia presenza e il mio impegno, in Consiglio comunale e in Giunta, collaborando alla realizzazione delle iniziative comuni e del mio settore, secondo il programma che ci eravamo dati.

Ben presto mi resi conto che in queste cariche, specie in un piccolo comune, con un bilancio di modesta entità, un amministratore conta ben poco. Il Consiglio si riuniva una volta al mese in gran parte per ratificare le delibere di Giunta; la Giunta si riuniva una volta alla settimana, in gran parte per gestire l’ordinaria amministrazione. Poche le occasioni per poter fare scelte nuove o investimenti importanti, e questi comportavano sempre iter burocratici e tempi lunghi, A volte era complicato risolvere i problemi più semplici, c’era sempre qualche ostacolo da superare e di cui discutere.

E poi c’erano i “capisettore”, i funzionari del Comune che non sempre corrispondevano ai nostri desideri (o noi non corrispondevamo ai loro…) e c’era talvolta da faticare per far convivere pacificamente quelli che erano i nostripoteri di indirizzo politico” con i poteri loro,responsabili della gestione” e della concreta attuazione dei provvedimenti e delibere prese da noi.

Una certa resistenza alla collaborazione si notava in chi più a lungo aveva lavorato con la precedente amministrazione di altro segno politico, e comunque si capiva che alcuni in cuor loro pensavano “i consiglieri e gli assessori passano, noi in Comune c’eravamo prima, ci siamo ora e ci resteremo dopo, sappiamo noi come si deve fare … e continuiamo a fare come abbiamo sempre fatto…”

E non mancavano neppure le rivalità e le diatribe tra un settore e l’altro per questioni di competenze, o personali, che talvolta ritardavano, o complicavano, le soluzioni. Ma pian piano si trovò comunque un modus vivendi accettabile, grazie all’infinita pazienza del sindaco Loris Muzzi e alla sostanziale efficienza degli uffici. E alcuni importanti interventi di ristrutturazione degli edifici pubblici furono realizzati, o ne fu impostato e avviato l’iter.

Io poi dovevo “indirizzare” un settore che non mi permetteva voli pindarici. Potevo più o meno solo badare che funzionassero al meglio i servizi sociali nel paese, quelli domiciliari rivolti agli anziani e il buon andamento della Comunità alloggio che, al momento del mio insediamento era in fase di ristrutturazione e messa a norma, con lavori programmati in precedenza. Pur con le solite difficoltà per i ritardi di esecuzione delle imprese, i lavori furono completati, l’arredamento rinnovato e il servizio fu sempre ritenuto soddisfacente da utenti e famigliari, pur con il limite della mancanza di assistenza notturna, in quanto la struttura era, ed è tuttora, per anziani autosufficienti e non era prevista, né attuabile, una presenza notturna di personale; e nei giorni festivi si avvaleva della collaborazione del volontariato locale costituito in ambito parrocchiale

Andò in porto e fu inaugurato l’edificio che doveva ospitare il Centro Sociale Culturale, ricavato dalla ristrutturazione di un ex capannone di proprietà comunale, diventato luogo di ritrovo e ricreazione per anziani molto frequentato, oltre che sala pubblica polifunzionale, usata per mostre, incontri, assemblee.
Si cercò di migliorare l’informazione e la comunicazione coi cittadini, attraverso una miglior sistemazione dell’Albo Pretorio che consentisse la lettura delle delibere, e con la pubblicazione di un periodico comunale “
Qui Argile”e la pubblicazione di una “Guida ai servizi” con stradario e mappa; strumenti fino ad allora mai realizzati.

Andò in porto, ma fu inaugurato dalla successiva amministrazione Pinardi, nel 1999, pochi mesi dopo le elezioni che sancirono la nostra sconfitta, il Poliambulatorio, Centro di Medicina Generale, realizzato nei locali di proprietà comunale al piano terra del palazzo ex Mincio. Progetto e iter che avevo lungamente seguito insieme alla Giunta e all’Ufficio preposto, in collaborazione con l’USL a cui la gestione fu affidata, tramite contratto di locazione tra i due Enti stipulato nel 1996, con successiva laboriosa ristrutturazione dei locali per adeguarli alle nuove esigenze di “medicina di gruppo” a lungo preparata, e attivata nel 1999 con ambulatori per 3 medici di base , più un pediatra e un servizio infermieristico.

Medicina “di gruppo” che dovette superare anche le polemiche sorte nel 1998 al momento del pensionamento per limiti di età del dott. Lamberto Ardizzoni, essendo emerse disparità di vedute su come dovesse esprimersi la libera scelta dei suoi pazienti verso l’uno o l’altro dei medici che avevano diritto a subentrargli con regolare convenzione. Furono necessari vari incontri chiarificatori con i medici e con l’USL e un nostro volantino pubblico per tentare di chiarirre le cose e calmare le acque che si erano un po’ agitate.

E non posso fare a meno di ricordare il mio reiterato impegno per gestire i rapporti con la nuova USL Bologna Nord e la fase del difficile passaggio dalla USL 30 di Cento.

All’atto di partenza della nuova organizzazione, il 1 luglio 1994 il nuovo direttore generale della Bologna Nord Enzo Palma, aveva scritto al Direttore Generale della USL di Ferrara (e in copia per conoscenza ai sindaci di Pieve e Castello ‘Argile) per “chiedere cortesemente di voler mantenere in essere le attuali modalità di erogazione dei servizi e delle prestazioni sanitarie in favore dei cittadini dei comuni indicati (Pieve e Argile, ndr) sino alla successiva definizione di accordi sul trasferimento di competenze…”

Ma, circa un anno dopo, il 18 maggio 1996, io e il sindaco Loris Muzzi dovemmo scrivere una lettera all’assessore alla Sanità regionale Giovanni Bissoni e ai Direttori genereli delle due USL per manifestare la nostra preoccupazione e la nostra “protesta per la mancata convenzione tra le due USL” …. di Bologna e Ferrara per definire le questioni derivate per le popolazioni dei due comuni bolognesi usciti dall’USL 30 di Cento. E si elencavano i problemi aperti, i disservizi emersi e le garanzie che si richiedevano riguardo a una serie di servizi e prestazioni ospedaliere e territoriali: guardia medica e Pronto soccorso a Cento, prenotazioni dalla farmacia di Argile e dal CUP di Pieve limitate solo per servizi dell’USL bolognese, richiesta di potenziamento del poliambulatorio di Pieve, riapertura e potenziamento del poliambulatorio di Argile, reclami per forzate degenze all’ospedale di Bondeno a pazienti che chiedevano il ricovero a Cento, ecc. In una successiva seduta, il 29 maggio, il Consiglio comunale faceva proprio il nostro documento, aggiungendo una ulteriore sollecitazione a por fine all’inadeguatezza e all’”attuale stato di incerterzza”.

Arrivarono poi in giugno e in luglio 1996 risposte parzialmente rassicuranti dai due Direttori Generali, Atos Miozzo di Ferrara e Enzo Palma di Bologna, che indicavano le misure a loro dire già adottate e da adottare al più presto per rispondere alle richieste e limitare i disagi segnalati.

Ma le cose migliorarono solo molto lentamente per quanto riguardava i servizi ambulatoriali, anzi qualcosa peggiorò. Infatti, nel febbraio 1997 il Distretto sanitario di Cento comunicò di non poter più erogare il servizio di Guardia Medica notturna e festiva dall’Ospedale di Cento per i cittadini di Argile e Pieve, che dovevano pertanto servirsi da aprile in poi del servizio erogato da Bentivoglio.

Inutili furono le proteste di sindaco, assessore e consiglio comunale di Argile ( a Pieve si erano già rassegnati…), espresse in particolare con lettera del 21 marzo 1997. Del resto era quello che si temeva fin dall’inizio e che era nella logica delle cose, in quanto essendo il nostro Comune inserito nella USL bolognese i contributi pubblici per la nostra popolazione venivano calcolati ed erogati a questa e non all’USL di Ferrara, che pertanto non poteva e né voleva farsi carico di spese in più per noi.

Tanto più che già da allora e negli anni seguenti fu una continua lotta contro i tagli di fondi alla sanità pubblica, riduzione di posti letto, accorpamenti e spostamenti di servizi e reparti ospedalieri tra le varie strutture dei territori, sia bolognesi che ferraresi.

In particolare, ricordo ad esempio che nel dicembre 1997 partecipai, su invito, ad un Consiglio comunale straordinario a Cento, convocato appositamente per segnalare la preoccupante prospettiva di ridimensionamento dei servizi dell’Ospedale locale, mentre gli investimenti regionali andavano preferibilmente verso gli ospedali di S. Giovanni in Persiceto e Bentivoglio, e , a Ferrara, per potenziare i nuovi poli di Cona e Valle Oppio.

Il problema ci riguardava parecchio in quanto la popolazione nostra aveva maggior interesse e comodità a servirsi dell’Ospedale di Cento, rispetto agli altri più lontani e scomodi da raggiungere. Nel corso del 1998 si riattivarono i comitati locali in difesa dell’ospedale di Cento (ai quali anch’io mi aggregai), per mettere in discussione il Piano sanitario regionale e per difendere gli ospedali periferici penalizzati da una logica puramente aziendalistica che non teneva conto delle esigenze dei cittadini.

Le restrizioni paventate per l’ospedale di Cento furono poi solo in parte superate perchè i servizi ospedalieri più importanti ed essenziali furono comunque, tra alti e bassi, mantenuti, così come la possibilità per i cittadini di Argile di servirsene fu salvaguardata. Ma certi ostacoli burocratici permangono tuttora.

Nel dicembre 1997, completate le ricerche di documenti e il testo sulla storia di Castello d’Argile, feci stampare il secondo volume, che trattava le vicende dal 1700 alla prima metà del 1900. Ne uscì un volumone di 550 pagine che mi costava un occhio della testa, avendo mantenuto le stesse caratteristiche tipografiche e di contenuto, con interrelazione tra storia locale e storia dei comuni limitrofi e nazionale del primo. A fatica trovai ancora un po’ di sponsor per gli acquisti diretti in tipografia, ma qualcuno lo persi avendo allora una caratterizzazione personale politica che a taluni dava fastidio. Lo stesso Comune, per scelta della Giunta di cui facevo parte, si limitò all’acquisto di appena 50 copie delle 1200 stampate, non volendo esporsi alla probabile critica di favorire un assessore acquistando con denaro pubblico copie del suo libro. Anche se per la verità io non percepivo nessun compenso, né diretto né indiretto, e il libro non era una iniziativa privata con fine di lucro, o di semplice espressione artistica personale, ma era il frutto di una costosissima e faticosissima ricerca storica che voleva essere di informazione e beneficio culturale e di lustro per il Paese. Ancora una volta quindi misi in gioco i risparmi di famiglia (per l’esattezza utilizzai gli arretrati dell’assegno di accompagnamento di cui mia madre invalida per 9 anni aveva avuto diritto e che avevo ricevuto dopo anni) e ci rimisi un po’ di soldi per la difficoltà poi di vendere il libro, troppo caro per un libro sulla storia di un piccolo paese come Argile, con pochi interessati alla storia locale, pur essendo apprezzato e lodato (a parole).

1996-1998. I difficili rapporti con la Seabo (ex Acoser, ex AMGA) per il problema dell’acqua “rossa”, mai risolto, nonostante le tante mie sollecitazioni nella apposita Commissione

La mia ultradecennale battaglia per ottenere un’acqua di qualità migliore dal pubblico acquedotto l’avevo iniziata come cronista de “Il Resto del Carlino” di Bologna, con un primo articolo del 16 dicembre 1979, che segnalava la presenza di “acqua rossa” che scaturiva abitualmente dai rubinetti delle case di Argelato; e l’avevo poi continuata per anni segnalando via via le lamentele che mi pervenivano dagli utenti di varie localita, da Galliera a Baricella, oltre naturalmente a Castello d’Argile, dove come cittadino residente avevo più di una volta segnalato la pessima qualità dell’acqua alle autorità locali. L’ente gestore del servizio acquedottistico, adduzione e distribuzione, a Bologna e provincia allora si chiamava AMGA (Azienda Municipale Gas e Acqua), in collegamento col CAR (Consorzio Acque Reno); in Argile, fino al 1990, la gestione dell’impianto locale, costruito dalla Bonifica Renana, era stata del Comune.
Posso dire che come cronista qualche risultato positivo concreto almeno nel territorio bolognese ho contribuito ad ottenerlo, sia pur a passi molto lenti, perchè i miei articoli, che in genere suscitavano reazioni molto stizzite da parte dei dirigenti, fungevano comunque da stimolo e sollecitazione per la realizzazione di piani di intervento sulle strutture di adduzione e distribuzione.

Nei primi anni ’80 dalla fusione di AMGA e CAR nacque il Co.ser, poi denominato A.co.ser (Azienda consorziale servizi), presieduta dall’ing. Edolo Minarelli di Galliera, che portò alla realizzazione della Centrale in Val di Setta, con nuova condotta Setta – Casalecchio, che doveva portare acqua fresca e pulita di superficie dal torrente Setta per mescolarle e migliorare l‘asfittica e poco igienica acqua ricca di ferro-batteri, oltre che di ferro e manganese e altre impurità, prelevata dai vecchi pozzi sotterranei dislocati in vari punti della citta e a Calderara di Reno.
Nel 1983-84, anche a seguito delle lagnanze della popolazione, sostenute dalla mia campagna di stampa, fu posta una nuova condotta che da Bologna avrebbe portato acqua “buona” verso Minerbio, Malalbergo e Baricella, passando per Bentivoglio.

Ma questi pur lodevoli interventi non cambiarono la situazione ad Argelato e ad Argile, che rimanevano escluse dal nuovo percorso delle nuove tubazioni e continuavano a ricevere la pessima acqua dei pozzi di Calderara, dentro vecchie tubazioni di distribuzione posate negli anni ’70 dalla Bonifica Renana. Acqua che risultava sempre “potabile” alle analisi dell’USL, ma che al gusto risultava spesso sgradevole, rossastra e per molti imbevibile.

L’unico che prendeva sul serio il problema della qualità dell’acqua era Vito Totire consigliere dei Verdi in Regione che ogni tanto faceva interpellanze e comunicati in proposito, segnalando anche che le acque prodotte dai Centri di approvvigionamento Acoser contenevano organo-alogenati potenzialmente cancerogeni, forse per eccesso o errori nell’utilizzo del cloro per disinfettarle e farle rientrare nei parametri di potabilità.

Ancora nel 1988 avevo dovuto segnalare i soliti problemi della pessima qualità dell’acqua, al sindaco di Argile e all’USL, ottenendo le solite risposte rassicuranti sulla potabilità certificata. Nel 1989 avevo dovuto rinunciare all’attività giornalistica (come ho prima raccontato) e quindi sul problema, pur sempre presente, cadde il silenzio.

Quando nel 1995 diventai assessore, tentai subito di avviare una serie di iniziative di pressione nei confronti dell’Acoser, sperando di avere più forza nelle mie istanze come rappresentante istituzionale della comunità. Innanzitutto, per dimostrare che il problema non era solo mio ma di gran parte della popolazione, avviai tra settembre e novembre ’95, una Indagine conoscitiva tra i cittadini, distribuendo un questionario con precise domande per individuare anche eventuali punti maggiormente critici nella rete locale. Risposero 600 famiglie su 1548 interpellate ( il 38%), fornendo un campione sufficientemente ampio e significativo per trarne utili indicazioni. 452 cittadini segnalarono la presenza di “macchie rugginose su lavandini e altri apparecchi sanitari”, 356 “sapore sgradevole”, 323 “schiume eccessive in bollitura”, e poi odore di ruggine, odore di cloro, colorazione frequente di rosso o di giallo. Molti rilevavano più caratterische sgradevoli contemporaneamente. 439 utenti (82%) dichiaravano di non utilizzare mai l’acqua di rubinetto come bevanda, ricorrendo all’acqua minerale.
C’erano quindi abbastanza “prove” e testimonianze per sostenere che qualcosa non andava nel pubblico servizio acquedottistico, che a molti utenti risultava persistente e di lunga durata, peggiorato negli ultimi mesi.

In base ai dati raccolti, con l’aiuto del personale dell’ufficio comunale di riferimento, fu compilato un dossier molto preciso, con grafici e tabulati che evidenziavano l’entità dei problemi rilevati e la loro distribuzione sul territorio.
Nella annessa mia relazione conclusiva del dicembre ’95, confutavo in particolare la “teoria” cara all’Usl e all’Acoser, che la colpa dei fenomeni sgradevoli fosse degli addolcitori, che vari utenti avevano inserito nei loro impianti domestici per ridurre il calcare e la “durezza” eccessiva dell’acqua erogata. Di fatto, dai dati raccolti risultò che solo 120 dei 600 utenti interpellati, avevano apparecchi addolcitori e altri 66 semplici filtri per trattenre le impurità, e i fenomeni sgradevoli risultavano ugualmente negli utenti che non avevano nessuna apparecchiatura filtrante.

Poichè le caratteristiche sgradevoli – scrissi – sono emerse in quasi tutto il territorio comunale, in abitazioni con o senza addolcitore, con impianti e tubature domestiche di vecchia o di nuova installazione, crediamo che si possa concludere che i detriti e il pulviscolo rossatro che macchiano gli apparecchi sanitari, intasano i filtri ed emanano odore di ruggine e altro, non nascano all’interno delle tubature delle singole case, ma siano frutto di accumulo di elementi provenienti dalle condutture generali dell’acquedotto. Il fatto che vengano avvertiti di più o di meno, o affatto, lungo una stessa via, può dipendere da un maggiore o minore consumo di acqua da parte delle famiglie, dalla potenza di pressione, dalla presenza o meno di filtri, vasche di decantazione o autoclave presenti nel condominio, dal livello o posizione delle condutture rispetto ad altre vicine o comunicanti, “gomiti”, anelli o tratti terminali (dove era possibile un maggior accumulo di detriti, ndr). “E’ comunque questa una nostra considerazione che sottoponiamo allo studio-verifica dell’Acoser … e dell’Azienda Usl Bologna Nord… “ e concludevo esponendo alcune proposte operative.

In primo luogo una ricerca sullo stato di erosione delle condutture di adduzione e distribuzione, in secondo, si chiedevano analisi più frequenti e mirate sull’acqua, dalla fonte e fino alle abitazioni.

Quanto all’impianto di distribuzione locale, informavo tra l’altro che, stando alla documentazione comunale, le reti “rurale” e “urbana” di Castello d’Argile erano state costruite dalla Bonifica Renana tra il 1958 e il 1961 con tubazioni in ghisa, e che da allora sopportavano il flusso di acqua dai pozzi di Calderara di Reno-Tavernelle, notoriamente ricchissima di ferro e manganese, che sicuramente avevano lasciato accumuli di detriti ferrosi e corroso le tubature (risultava dall’acqua marron che usciva in occasione dei rari lavaggi delle tubature e dalle occasionali rotture). L’acquedotto era stato poi potenziato e ampliato nel 1980 con tubazioni in parte in acciaio e in parte in “fibro-cemento” o “cemento-amianto”, in particolare la condotta principale che portava l’acqua da Padulle a Castello d’Argile.

Vista la gravità e la durata dei problemi, e visto che gli stessi problemi erano presenti anche in altri comuni vicini come Argelato, chiedevo agli enti sovracomunali competenti di farsene carico a tutela della salute pubblica e anche per limitare in futuro i costi che i cittadini dovevano sopportare a causa della cattiva qualità dell’acqua (consumo massiccio di acqua minerale e frequenti rotture di tubazioni domestiche troppo precocemente avariate).

Si offriva da parte del Comune di Castello d’Argile e dei cittadini la massima disponibilità a collaborare per l’effettuazione di ricerche e analisi.

La mia iniziativa, con l’appoggio di tutta la amministrazione comunale, inizialmente sembrò fosse stata presa molto sul serio da Acoser e Usl, che intervennero con qualificati rappresentanti ad un apposita Assemblea pubblica di presentazione della nostra ricerca, che fu ripresa dalla stampa locale, che vi dedicò un articolo (E. Buratti su il Resto del Carlino 9/12/1995). Pur ripetendo le solite risposte rassicuranti sulla potabilità dell’acqua e la sua rispondenza ai parametri previsti dal punto di vista batteriologico, e tentando sempre di caricare la responsabilità sulle tubature domestiche, furono espresse varie promesse di maggiori e diversi controlli analisi e verifiche sia sulla qualità dell’acqua che sulla corrosione delle tubature portanti.

Le promesse, dopo vari ultetriori incontri, sfociarono nell’istituzione di un “Comitato consultivo” il 25 marzo 1996 (ma la prima riunione fu convocata solo 18 settembre), comprendente rappresentanti dell’Azienda Acoser, dell’USL Bologna Nord, dell’Università degli Studi di Bologna e dei Comuni maggiormente interessati, con l’incarico di analizzare, studiare e proporre soluzioni circa il fenomeno dell’”acqua rossa”.

Di quel Comitato, che si riuniva a Bologna in sede Acoser, feci parte anch’io, in rappresentanza del mio Comune, e fu una delle esperienze più faticose e frustranti della mia vita, perchè toccai con mano la “doppiezza” di enti e aziende pubbliche che avrebbero dovuto essere al servizio del cittadino e garantirgli la maggior sicurezza possibile, e che invece consideravano il cittadino il nemico da battere, sfuggendo alle responsabilità e ostacolando le sue legittime richieste, mentre si fingeva di assecondarle.

A rappresentare gli altri Comuni interessati ci fu soltanto il sindaco di Argelato, Valerio Gualandi, che aveva già in precedenza fatto una indagine conoscitiva locale simile alla nostra, con esiti simili. Come tecnici esperti (di fatto periti di parte) per condurre ricerche e analisi, l’Acoser scelse il prof. Oddone Ruggeri , la prof. Elisabetta Guerzoni e il prof. Sandro Artina degli Istituti Universitari di Chimica e Metallurgia con cui l’Azienda stipulò apposita Convenzione.
S
i procedette quindi da parte di questi professori a preparare un “Programma di lavoro relativo ai fenomeni corrosivi nelle tubature di acqua potabile nei comuni di Castel d’Argile e Argelato”. Programma, presentato nell’ottobre 1996, che appariva promettente e pieno di buone intenzioni, comprendente il prelievo di spezzoni di tubature di distribuzione, successive indagini di laboratorio su campioni prelevati da reti private, installazione di centraline e “tubi test”in determinati punti delle tubazioni di distribuzione per studiarne i fenomeni microbiologici e corrosivi in determinati lassi di tempo, con monitoraggi vari.

Ma le cose non andarono per il verso giusto se 8 mesi dopo, in data 9 giugno 1997, scrissi una lettera al Direttore generale di Seabo (nuova denominazione di Acoser) e ai membri del Comitato consultivo per far rilevare alcuni “ritardi e il proseguimento della ricerca su una linea diversa da quella concordata e promessa dalla Dirigenza Acoser all’inizio e anche da quanto scritto nello stesso art. 4 della Convenzione stipulata con gli Istituti universitari”.

In particolare facevo rilevare che era stato scritto “le indagini saranno condotte su un adeguato numero di campioni prelevati dalle reti Acoser, …. poi , se necessario, per completare il quadro su campioni prelevati da reti private…”

E invece si era proceduto all’incontrario, prelevando prima numerosi campioni di reti private e poi , in aprile, solo 2 campioni nella rete di distribuzione ad Argile, un numero non sufficientemente adeguato pre conoscre lo stato reale della rete acquedottistica in relazione ai diversi materiali e alla loro vetustà. Rilevavo inoltre che nella riunione del 21 aprile 1997, il prof Artina, che doveva fare le indagini sull’impianto, aveva dichiarato di non aver ancora ricevuto dalla Seabo tutti gli elementi e i dati conoscitivi della rete acquedottistica, da lui richiesti fin dall’inizio; dati necessari per realizzare il “modello idraulico” di ricerca computerizzato da lui proposto.

Inascoltata era rimasta anche la richiesta di installare a Castello d’Argile la promessa batteria di “tubi test”, perchè, mi fu risposto che “non servivano” in quanto “ i filtri si intasano subito”. Risposta che confermava quanto lamentavano i cittadini per i loro filtri domestici e che dimostrava però la mancanza di volontà di scoprire le cause.

L’ulteriore mia richiesta di riportare l’indagine sulla rete Seabo e sulle fonti di adduzione dell’acqua trovò di fatto un muro di gomma su cui andare a sbattere.
L
‘USL , che in teoria avrebbe dovuto impegnarsi a maggior tutela della salute dei cittadini, pensò bene di organizzare nel maggio 1997 un bel seminario dal titolo “Corrosione delle condotte e qualità dell’acqua potabile. Aspetti microbiologici” in cui si parlò dei massimi sistemi e della corrosione delle condutture e delle esperienze di Roma, Reggio Emilia e Milano, ma non si parlò delle tubazioni della Seabo a Bologna. E nel Comitato consultivo la rappresentante dell’USl faceva più che altro da sponda della Seabo, sbandierando sempre analisi che certificavano la potabilità, senza appoggiare mai le richieste di approfondimento dei cittadini che io e il sindaco di Argelato rappresentavamo, per capire ed eliminare i fenomeni sgradevoli pur presenti nella stessa acqua “potabile”.

Tanto che, dopo ulteriori riunioni in cui si menava il can per l’aia e si cercava di ridicolizzare le mie osservazioni e richieste in quanto “non competente” della materia, a fronte della vantata superiorità e competenza dei Docenti universitari (che si comportavano come periti di parte pro Seabo), persi la pazienza e, nel dicembre del 1997, diedi le dimissioni dal Comitato consultivo, insieme al sindaco di Argelato, visto che si riteneva inutile la nostra presenza e il nostro contributo.

Tra l’altro avevo dovuto contestare anche il verbale della seduta del 21 luglio (redatto come sempre da un incaricato della Seabo) in quanto non rispecchiava il reale andamento delle riunioni, si ignoravano le mie critiche e le mie proposte e si dava una versione generica ed edulcorata del dibattito, arrivando anche talvolta ad attribuire ad altri proposte mie.

Elencavo quindi 5 punti di contestazione per omissioni e travisamenti, lamentando che, pur dopo tante dimostrazioni di fatti , il dirigente del settore acqua della Seabo, dott. Raffaelli, rappresentante dell’Azienda nel Comitato (vero avversario mio e controparte), ancora non riconoscesse a pieno l’esistenza del problema insinuando sempre che tutto dipendesse dalla sottoscritta, “troppo sensibile” e quasi una sobillatrice dei cittadini.

In realtà i cittadini non avevano nessun bisogno di essere sobillati ed erano piuttosto arrabbiati di suo, se, ad esempio, in data 26 settembre 1997 l’amministratore di un condominio di via Costituzione aveva scritto alla Seabo comunicando che non intendeva pagare la bolletta dell’acqua in quanto il servizio fornito ai condomini era del tutto insoddisfacente.E non era il solo a minacciare questa reazione.

Messo da parte il Comitato consultivo, non cessarono comunque le richieste da parte del nostro Comune, mie e del sindaco, di mettere in atto misure che migliorassero la qualità dell’acqua. Segnalai le mie rimostranze anche al Difensore Civico Regionale , Paola Gallerani, che rispose, il 5 agosto 1998, chiedendo a Seabo di tenerla informata dello stato di attuazione del programma di lavori di manutenzione predisposto dalla Società. Ci furono incontri con il nuovo presidente della Seabo, Renato Barilli e ci fu infine consegnato , nel un documento con la sintesi delle campagne di indagine condotte nel 1997 dai 3 professori universitari e da un altro consulennte privato, il dott. Italo Melchiorre nel 1995-1996. Era evidente l’accanimento ad analizzare solo la corrosione delle tubature domestiche, mentre non furono effettuate, o se fatte tenute nascoste, analisi sulle tubature pubbliche di distribuzione generale, né con prelievi mirati di campioni, né sulle tubature prelevate in occasione di rotture, come da noi richiesto.

Il programma di interventi proposto sembrava comunque tenesse conto finalmente, sia pur in parte, anche delle nostre osservazioni e richieste. Seabo si impegnò ad effettuare un più intenso controllo dell’acqua distribuita con monitoraggio continuo del cloro residuo e della torbidità a Padulle, Funo e Castello d’Argile, mettendo in esercizio stazioni di disinfezione integrative; espurghi e lavaggi delle reti Seabo con modalità convenzionali a cadenza semestrale , ed anche, in via sperimentale un lavaggio con acqua e aria su un tronco di rete adatto entro il giugno ’99. Si prometteva poi ossigenazione delle acque del Centro di S. Vitale, con avvio nel giugno ’98 dell’impianto sperimentale pilota già predisposto da oltre un anno e tenuto fermo in attesa delle conclusioni della ricerca.. Si doveva anche controllare le prestazioni dell’impianto de deferromanganizzazione esistente presso il detto centro.

Inoltre erano previsti interventi idraulici sulle reti Seabo con modifiche dello schema di adduzione, valutando la possibilità di alimentare le reti di Argile e Argelato in modo da aumentare la percentuale di acqua proveniente da fonti diverse, e di superficie, rispetto a quelle dei pozzi di Calderara utilizzati fino ad allora. Nel corso del triennio 1999-2001 si ipotizzava di individuare interventi a migliorare le condizioni di flusso localmente insoddisfacenti, attraverso disconnessioni, magliature, inserimento o ritarature di regolatori di pressione.

Ma bisognava passare dalla diagnosi alla cura, dalle parole ai fatti.

Cosa che avvenne solo in minima parte inizialmente, e poi tutto cadde nel dimenticatoio.

Anche perchè nel 1999 perdemmo le elezioni, io non ebbi quindi più alcun titolo per interessarmi del problema.
E
l’acqua restò rossa, e sempre proveniente esclusivamente dai pozzi di Calderara. E le tubazioni che la trasportano da quei pozzi ad Argile restano di cemento-amianto, nel disinteresse generale..

1996-1998. Dalla prima vittoria dell’Ulivo nel 1996 alla prima sconfitta nel 1998.

Se non fu esaltante per me l’esperienza amministrativa, ma fu tutto sommato concreta e dignitosa, il percorso politico da me avviato con la partecipazione attiva alla costruzione della coalizione dell’Ulivo, fu punteggiato da tante delusioni, compensate solo da qualche magra soddisfazione di breve durata.

Già ho accennato alle prime avvisaglie di malcontento dei nostri Comitati per Prodi della pianura nel gennaio 1996 per il timore di essere esclusi nella fase decisionale del progetto per l’Ulivo, prima delle elezioni che in aprile portarono alla vittoria. Continuai comunque a partecipare a incontri anche a Bologna e alla attività del coordinamento bolognese, affidato inizialmente a Nerio Bentivogli, esprimendo di volta in volta critiche, consensi e proposte. Ricordo che nel maggio del 1996, fu approvata all’unanumità dall’Assemblea provinciale una mia proposta di scivere a Prodi, capo dell’Ulivo vincitore in procinto di essere nominato presidente del Consiglio, una motivata lettera per invitarlo ad opporsi alla nomina di Cossiga a Presidente del Senato, proposto dal centrodestra.
Furono nominati nei giorni successivi
Mancino al Senato e Violante alla Camera ( e forse non fu poi tanto meglio….).

Il 5 dicembre 1996, nel dar notizia al Coordinamento provinciale della conferma del Comitato di Argile per l’Ulivo, scrivevo a Bentivogli, a nome del nostro comitato, per sollecitare “una maggior collaborazione tra gli esponenti nazionali e bolognesi della coalizione e una maggior coerenza con i patti sottoscritti prima delle elezioni… “ perchè, concludevo: “Si avverte un profondo disagio e sconcerto a sentire le quotidiane diatribe, interviste, dichiarazioni su stampa e TV, con punzecchiature reciproche, insinuazioni, ambiguità e distinguo tra le posizioni dell’uno e dell’altro, che non sembrano affatto dettate dalla volontà di suggerire proposte per governare meglio nell’interesse pubblico, ma piuttosto da opportunismi ed egoismi di parte e personali. Speriamo che i vertici non distruggano quello che la volontà popolare aveva costruito col voto” (la coincidenza con quanto si può scrivere ancora oggi, dopo 17 anni, è drammatica … ndr).

Significativa della fragilità delle basi su cui era stato fondato l’Ulivo, o, meglio della incoerenza di certi suoi vertici e protagonisti, fu la prima crisi dei rapporti con Rifondazione comunista, scoppiata nel settembre 1997 quando i rappresentanti di questo partito in Parlamento minacciarono di togliere l’appoggio al governo Prodi.

Come comitato comunale dell’Ulivo il 3 ottobre scrivemmo una lettera al Senatore di Rifondazione Fausto Cò (eletto anche da noi ulivisti nella nostra circoscrizione in omaggio al “patto di desistenza”), per esprimere la nostra amarezza e delusione di elettori per il comportamento suo e del partito che stava provocando la caduta del Governo Prodi con “motivazioni pretestuose, contraddittorie e sostanzialmente sbagliate…. ”, invitando a non ripetere “gli errori compiuti dall’estrema sinistra nel passato, arroccandosi su posizioni rigide e chiuse all’insegna del tanto peggio, tanto meglio”, con conseguenze disastrose per il Paese e per la sinistra e conseguente ritorno al potere della destra, di cui R. C. avrebbe portato una “responsabilità storica enorme”

Lettera firmata da me, Grazia Cortesi, Daniele Muzzi, Paolo Resca (PPI) e Fabrizio Tosi (PDS), che ci procurò una rispostaccia del senatore Cò, il quale, lungi dal recepire la nostra critica e il nostro appello, praticamente ci coprì di insulti. Meriterebbe di essere ricopiata per intero per fornire un esempio di come ragionano e come certi “eletti” “rispettano”, anzi, disprezzano, i loro elettori. Ma ne cito solo qualche frase:

Trovo davvero sconcertante – ci scrisse il senatore – la miopia politica che contraddistingue il contenuto del Vs. fax . Essa va di pari passo con l’arroganza tipica di chi ritiene di poter imporre le proprie determinazioni politiche lanciando scomuniche e minacce …. non occupatevi di politica perchè fate solo danno al paese …….Quanto alle lezioni della storia lasciate perdere: voi non capite neanche la lezione del presente.” (in sostanza, scriveva lui quel che avremmo dovuto scrivere noi, ndr…)

Il tutto per giustificare la minaccia di provocare la crisi bocciando la Finanziaria, che il Governo Prodi stava preparando, se non avesse accolto le richieste di Rifondazione comunista che non voleva essere “un alleato subalterno” e ricordava di non aver affatto sottoscritto il programma dell’Ulivo ma solo il proprio, che voleva veder realizzato.

Quella crisi fu comunque allora superata, ma solo rinviata di poco. Infatti nel corso del 1998 mi ritrovai a scrivere altre lettere, a nome mio o del comitato dell’Ulivo per esprimere disagio o critica per il comportamento di esponenti di primo piano della coalizione e contro il solito Bertinotti, capo di Rifondazione, che di nuovo in occasione della approvazione della annuale Finanziaria tolse il suo appoggio al Governo Prodi, che fu battuto, per un voto in meno del necessario, e quindi dovette dare le dimissioni ai primi giorni di ottobre 1998.

Ma non fu solo il partito di Rifondazione, lacerato e diviso in due opposte fazioni, ad affossare Prodi. Grandi manovre più o meno segrete, tra esponenti DS (D’Alema) e PPI (Marini), stavano tagliando l’erba sotto i piedi a Prodi per far cadere il suo governo e sostituirlo con un altro, sempre dei centrosinistra ma sostenuto da una nuova strana maggioranza, che comprendeva, oltre ai partiti precedenti (DS, PPI, Federazione dei Verdi, Rinnovamento Italiano di Dini, socialisti democratici dello SDI)), il nuovo PdCI (Partito dei Comunisti Italiani) fondato e presieduto da Oliviero Diliberto che aveva provocato una scissione da Rifondazione proprio per poter sostenere il governo di centrosinistra a cui Bertinotti invece era contrario), e, ciliegina sulla torta, con l’apporto dell‘UDR (Unione democratica per la Repubblica), un’improvvisata formazione politica vagamente centrista appena inventata da Cossiga, da sempre nemico dichiarato di Prodi, dell’Ulivo e dei comunisti.

Insomma un gran pasticcio, per formare un nuovo governo destinato a durare poco .

Il passaggio dal Governo Prodi a quello presieduto, guarda caso, da Massimo D’Alema, avvenne nell’ottobre 1998.

Segnale premonitore del ribaltone anti-Prodi che si stava preparando in casa DS, lo notai nel settembre 1998, quando ebbi modo di assistere alla Festa dell’Unità a Bologna ad un surreale dibattito pomeridiano tra Marco Minniti (allora braccio destro di D’Alema) e Francesco Cossiga, che per la prima volta in vita sua era stato invitato e partecipava ad una Festa dell’Unità. Io e tanti altri spettatori ci chiedevamo perchè mai quel dibattito con scambio di cortesie e sfoggio di spirito di pacificazione tra ex avversari.

La risposta venne coi fatti di ottobre: la cacciata di Prodi, il nuovo governo retto da D’Alema, col sostegno di Cossiga.

E fu l’inizio della fine della esperienza originaria dell’Ulivo, che tante speranze di rinnovamento della politica aveva suscitato in noi ingenui ulivisti della società civile, per trovarci invischiati ancora una volta in manovre della peggior partitocrazia praticate da chi stava ai vertici e prendeva le decisioni a nostra insaputa e contro i nostri desideri e aspirazioni.

Io e il comitato argilese continuavamo a scrivere lettere ogni tanto per lamentare certe prese di posizione. Per esempio, il 14 luglio 1998 esprimevo a nome del comitato “delusione e amarezza per le inopportune affermazioni del Capo dello Stato (Scalfaro) e dei leader del centrosinistra espresse subito dopo le condanne per corruzione della Guardia di Finanza. In nome di un garantismo ipocrita e di falsa equità…. sono stati messi sullo stesso piano i condannati e i loro giudici, come fossero colpevoli entrambi allo stesso modo…. Ma voi politici volete proprio tappare la bocca e legare le mani ai giudici per essere i soli a parlare, su giornali e TV, distorcendo a vostro piacere fatti e misfatti della vostra categoria?…”

Erano i giorni immediatamente successivi alla condanna comminata dal Tribunale di Milano a Berlusconi a 2 anni e 9 mesi di carcere per le tangenti pagate dalla Fininvest alla GdF; alla prevebile reazione contro il “regime giustizialista” da parte di Belusconi e del centrodestra, si erano aggiunte critiche, distinguo e sostanziali accuse di protagonismo” ai giudici del Tribunale di Milano anche da parte di esponenti del Centrosinistra.

Il 3 ottobre scrissi personalmente al Ministro della Giustizia del governo Prodi, avvocato Giovanni Maria Flick, per esprimere un forte sentimento di delusione per i recentissimi provvedimenti da lei presi contro alcuni giudici del Pool di Milano.….”

Ma ormai la crisi incombeva e a nulla valse la nostra attestazione di solidarietà a Prodi, scritta il 7 ottobre, perchè il 21 dello stesso mese dovette rassegnare le dimissioni.

1999 . In Argile, in giugno, la lista “Progetto democratico” con un candidato sindaco DS, perde.
In Italia, Prodi e Parisi fondano il nuovo partito dei “Democratici” dell’Asinello

Insediato il governo presieduto da D’Alema la situazione non migliorò, se nei miei appunti per una riunione locale in preparazione delle elezioni amministrative del giugno 1999, esprimevo “perplessità e delusione per il comportamento di D’Alema e la politica DS sulla giustizia fin dall’inizio della legislatura, anche per la scelta dei presidenti di Commissioni-chiave come Boato e Del Turco alla Giustizia e all’Antimafia, e per l’ambiguità di Pellegrino alla Commissione Stragi“…… Lamentavo lo sconcerto e la confusione provocata tra gli elettori dalle dichiarazioni di D’Alema e Folena, in contraddizione con quella che doveva essere la linea dell’Ulivo. Rilevavo nel gruppo dirigente DS nazionale prese in giro e critiche agli “ulivisti” e una “oscura volontà di compromesso con Berlusconi e il Polo” mascherata da “dialogo” a tutti i costi.

Ma, evidentemente, con Cossiga a sostegno del governo la linea doveva essere quella. E il malcontento non serpeggiava solo in me e nel comitato per l’Ulivo locale.


Romano Prodi, ovviamente deluso e amareggiato per essere stato defenestrato, raccolse intorno a sé altri gruppi e movimenti scontenti della situazione, fondando un nuovo “partito-non partito”, che, pur volendo raccogliere l’eredità dell’Ulivo e sostenerla, avesse una sua fisionomia e forza elettorale, alleata, ma distinta dai DS.

Aderirono alla fase costituente i Movimenti per l’Ulivo, i sindaci delle “Cento città” con Rutelli, Cacciari e Bianco, Di Pietro con la sua Italia dei Valori, la Rete di Orlando e la neonata Unione Democratica di Maccanico. A Bologna, suscitò scalpore e perplessità l’adesione di Antonio La Forgia, esponente di spicco DS, Presidente della Giunta della Regione Emilia Romagna, che si dimise dalla carica e dal partito in cui aveva militato, fin dagli esordi nel PCI e sempre in cariche di rilievo. Non ho mai capito il senso e le vere motivazioni di questa apparente “conversione” incassata con molto fair play dai DS bolognesi. Se non che imperscrutabili disegni divini fecero sì che fosse proprio lui a diventare la figura più influente e di spicco tra gli sparsi e poco organizzati Democratici bolognesi, tanto da essere subito candidato alle elezioni europee (non sono mai riuscita a levarmi dalla testa il sospetto che la “conversione” di La Forgia, e del suo fido braccio destro Monari, fosse stata studiata a tavolino e concordata di nascosto per tenere poi sotto controllo il nascente movimento…. A pensar male si fa peccato???).

Io, tanto per non cambiare, il 21 aprile 1999, mandai un fax a Prodi, al coordinatore provinciale Bentivogli e al Comitato elettorale per sconsigliare questa candidatura, come inopportuna e non adatta a caratterizzare il neonato movimento-partito, suggerendo quella di Bentivogli, più vicina alla società civile e più distante dalla vecchia partitocrazia.

Naturalmente nessuno mi rispose. La Forgia fu comunque candidato per le europee, ma non vinse il seggio perchè “I Democratici” non ebbero abbastanza voti nella Circoscrizione Nord Ovest per eleggerlo. In tutta Italia con una percentuale del 7,3% il nuovo partito ottenne 6 parlamentari, tra cui Di Pietro..

L‘anno dopo, nel 2000, La Forgia ebbe il suo premio, fu candidato ed eletto per i “Democratici” alle elezioni regionali e quindi ritornò nelle alte sfere della Regione e questa volta divenne, con i voti anche dei consiglieri DS, Presidente del Consiglio regionale, carica che ricoprì fino al 2005 (per passare poi al Parlamento nazionale col PD).
In politica, tra tanti dilettanti, a condurre il gioco e occupare le cariche importanti sono sempre i “professionisti”
.

Prodi doveva essere il capo e la guida de “I Democratici”, ma essendo stato eletto dopo pochi mesi Presidente della Commissione europea, la guida fu affidata al cofondatore Artuto Parisi.

Inizialmente, tra il 1999 e io 2000, si discusse a lungo se doveva essere un “partito” o un “movimento”, e per tentare di caratterizzare idealmente questa aggregazione tra laici e cattolici, liberaleggianti e socialdemocratici, che non voleva essere considerarata “moderata” o “centrista” o “la seconda gamba dell’Ulivo”, ma “al centro dell’Ulivo”.

Intanto però le perturbazioni a livello nazionale si riflettevano anche a livello locale argilese. I DS si impuntarono a voler presentare come candidato sindaco il proprio uomo di punta, Fabrizio Tosi, immagine storica ad Argile del “comunista”, che da decenni gestiva la sezione locale del partito. A nulla valse il tentativo del fragile Comitato mio di ulivisti e prodiani conferiti nei Democratici, di convincerli a scegliere un’altra figura meno caratterizzata politicamente, come poteva essere, ad esempio, Maria Grazia Cortesi. Ma non ci fu niente da fare. Alla fine della “trattativa”, obtorto collo, si accettò di fare ancora una lista insieme, intitolata “Progetto Democratico”, in cui troppo debole era l’apporto del nostro gruppo e il nostro potere contrattuale, con un elettorato ipotetico tutto da conquistare e verificare e quasi certamente poco attratto dal candidato sindaco.

Alle elezioni europee del giugno ’99, nonostante tutto, la lista dei Democratici raccolse 414 voti, corrispondenti al 13,75%, la metà di quelli raccolti dai DS e più del doppio di quelli raccolti dal sempre travagliato PPI, ridotto al 5,5%. Comunque il risultato era il più alto nei confronti con la media bolognese e nazionale attestata tra il 7 e l’8%

Ma le contemporanee amministrative andarono male, perchè tutto il centrodestra ex Dc, buona parte del PPI e AN si coalizzarono formando una lista sapientemente presentata come “civica”, guidata da Massimo Pinardi, un volto nuovo non troppo caratterizzato politicamente (ma piuttosto cattolicamente) che ebbe buon gioco nella sfida contro il politico “comunista”. La loro lista “Qui Argile” vinse con un margine ristretto di 80 voti. Ma vinse; e i candidati della nostra lista si ritrovarono all’opposizione con solo 5 consiglieri (su 20), dato il sistema maggioritario in vigore nel comune di Argile.

Grande fu la delusione di tutti noi che ci eravamo impegnati, anche se era avvenuto quel che si era temuto ed era prevedebile, conoscendo la realtà argilese, già storica “mosca bianca” del bolognese con la più forte DC e con il più debole PCI della provincia.

Ci dovemmo poi sorbire un attacco fortemente polemico perchè nei mesi successivi i primi 3 dei nostri consiglieri eletti si dimisero (Loris Muzzi, Scardovi e Ciccone), e altri 3 che seguivano in lista (me compresa) si dichiararono non disponibili al subentro. Al che gli esponenti di Forza Italia, AN e CCD , sponsor e sostenitori della lista pseudo-civica vincente, nel gennaio 2000 con un manifestone e volantini colsero l’occasione per accusarci di “menefreghismo” e “ ballo delle sedie”. Rispondemmo con un altro manifesto e volantini (scritti a mano e fotocopiati) per ricordare che, avendo perso, la rappresentanza in Consiglio era risultata affidata a 5 consiglieri tutti DS, potendo questo partito contare su un maggior numero di elettori e preferenze da distribuire in modo organizzato. Lasciando le cose come erano uscite dalle urne, i DS potevano essere accusati di egemonizzare la rappresentenza a danno dei gruppi minori che risultavano esclusi. Con le dimissioni e le surroghe si fece in modo di far subentrare rappresentanti degli altri due gruppi (Democratici e Rifondazione) che avevano sostenuto e votato la lista. Del resto le differenze tra gli uni e gli altri erano di pochissimi voti. E la “sedia” di consigliere comunale di minoranza era tutt’altro che comoda e redditizia.

Facemmo rilevare infatti che nei 4 anni in cui avevamo avuto la maggioranza nessuno si era dimesso e avevamo lavorato con impegno e gratis perchè allora gli assessori non erano pagati se non con un irrisorio gettone di presenza (lire 18.000), come i consiglieri, per ogni seduta di Giunta (1 alla settimana) e di Consiglio (1 al mese, in media). Mentre la nuova amministrazione aveva aumentato il numero degli assessori da 4 a 6, i quali godevano delle nuove disposizioni che attribuivano compensi mensili per assessori ( lire 675.000) e vicesindaco (lire 900.000), oltre che per il sindaco. Se mai, le sedie buone se le erano aggiudicate loro.

Questa ed altre polemiche scaturite anche da volantini anonimi con accuse immeritate e risibili ( ci addossavano le colpe di Stalin!!) aumentarono la mia amarezza e delusione per l’esperienza politica diretta e giurai che mai più mi sarei messa in una lista.

2000-2001-2002. Da “I Democratici” alla Margherita, al nuovo Ulivo guidato da Rutelli. Ma vince di nuovo Berlusconi. E la Margherita esordisce a Parma con la fuga di Parisi. Più che un percorso politico, una Via Crucis.

Nonostante le suddette delusioni continuai a impegnarmi per mantenere comunque attivo un minimo di organizzazione nel comitato locale de “I Democratici”, tenendo anche i contatti con il coordinamento bolognese e partecipando a varie riunioni, con interventi a voce e per iscritto per dire la mia su come avrebbe dovuto essere questo nuovo “partito-non partito” allora nella fase “costituente”, per non fare la figura dei dilettanti allo sbaraglio e darsi una organizzazione democratica che potesse avere un futuro, senza cadere nei vizi che avevano fossilizzato e inquinato i vecchi partiti.
Partecipai come
Delegato all’Assemblea Regionale a Bologna il 22-23 gennaio 2000 , all’insegna del motto “Uniti per unire” (quanto mai ingannevole…); con i miei interventi dei mesi precedenti mi ero conquistata un po’ di stima e attenzione, e qualcuno voleva anche propormi come candidata per qualche incarico. Ma declinai l’invito, troppo consapevole dei miei limiti personali e della mia inadeguatezza di provinciale ad affrontare la mischia delle rivalità in politica che serpeggiava tra i bolognesi.

Fiumi di parole e di belle speranze, tra tante brave persone, piene buone intenzioni, tra cui molti giovani espressione del vario e ricco Associazionismo bolognese, che però naufragarono in nuove delusioni. L’esperienza de I Democratici, simbolizzati dall’asinello, durò poco più di un paio d’anni, giusto il tempo per avere un modesto risultato alle elezioni regionali del 16 aprile 2000, quando in Emilia Romagna fu eletto Vasco Errani (DS) Presidente (col risicato 52%) e Mauro Bosi di Crevalcore consigliere per i “Democratici” (col 7%) , sostenuto dal nostro gruppo. Ma le elezioni regionali in tutta Italia non andarono bene per il centrosinistra e per i DS in particolare, che persero molti voti.

A livello nazionale si formarono quindi le prime crepe, nei Democratici e nella alleanza di centrosinistra perchè di Pietro si dissociò, essendo contrario alla candidatura di Amato come capo del Governo, che subentrò il 25 aprile 2000, dopo le dimissioni di D’Alema, motivate dell’insuccesso elettorale delle regionali.

E’ vero che giunse il soccorso del PPI che entrò ufficialmente nell’orbita del centrosinistra, appoggiando il governo Amato, e ponendo le basi per un accordo con i Democratici che avrebbe dato vita ad una nuova formazione politica: la Margherita. Ma anche il suo peso elettorale era ridotto al lumicino, essendo ormai spolpato dalle fughe degli elettori ex democristiani verso Forza Italia e le altre piccole formazioni centriste che andavano e venivano di qua e di là cambiando nome, con Casini, Buttiglione, Cossiga, Mastella, D’Antoni e altri, che pendevano alla fine più verso destra e Berlusconi.

Così il 2001 fu l’anno della costruzione del nuovo partito, a livello locale e a livello nazionale.

E fu anche l‘anno della sconfitta di Francesco Rutelli alle elezioni politiche del 13 maggio, sotto l’ombrello e il simbolo di un nuovo Ulivo.

Io, da buona ulivista della prima ora, sperando ancora si potesse ripartire con lo stesso spirito, pur con un leader che non aveva la stessa competenza e autorevolezza di Prodi, considerando che dopotutto Rutelli proveniva dai Democratici, lo sostenni e mi impegnai pure nei banchetti a Bologna per la sua campagna elettorale, “vendendo” mini vasetti di ceramica con piantine. Come responsabile del Comitato Rutelli 2001 di Argile versai a Roma pure lire 500.000 delle 1.000 raccolte tra 24 aderenti (tra cui la sottoscritta, sempre disponibile anche a regalare miei libri, e spendere personalmente in telefonate, viaggi, gadget vari. Cosa non si fa per la causa, quando si è in buona fede …. mentre chi è in malafede incassa…).

Perse quelle elezioni nazionali e tornati amaramente sotto un governo di Berlusconi, bisognava pur reagire e continuare la battaglia ideale, raccogliere i cocci, ricostruire il vaso rotto e andare avanti.

Ecco dunque che il 2 giugno 2001 mi presi la briga di andare a Roma con un pullman di ulivisti bolognesi per partecipare ad una assemblea all’hotel Ergife dove tutti i big della coalizione intervennero per fare il punto della situazione e valutare come proseguire l’azione politica dopo la sconfitta. Con l’amico – collega di gioie e dolori democratici Franco Roncati di S. Giorgio di Piano, improvvisai un manifesto con la scritta a pennarello “Chi ha ucciso il primo Ulivo non uccida anche il secondo”, e lo appesi sulla parete in fondo alla sala a fronte del palco su cui si stava esibendo D’Alema, il personaggio a cui era diretto il messaggio. Che non si scompose, ovviamente, ridendo sotto i baffetti.

Intanto il governo Berlusconi non perdeva tempo e metteva in campo le sue “riforme” in campo giudiziario per liberarsi di alcuni fastidiosi problemi e processi personali. In pochi mesi deliberò nuove norme per mettere i magistrati in mobilità anche senza il consenso del CSM per spostarli o arruolarli nei ministeri, deliberò la riassegnazione delle scorte riducendole ai magistrati impegnati in prima linea nei processi contro la criminalità organizzata, rese le rogatorie più difficili, e soprattutto depenalizzò il falso in bilancio modificando la formulazione dei reati in modo da far decadere i 3 processi della fattispecie in cui era imputato.

A Bologna il periodico del Gruppo consiliare de “I Democratici con Prodi“, “CittàComune”, diretto da Giuseppe Paruolo, segnalava il fatto e invitava i parlamentari eletti con l’Ulivo, pur in minoranza, ad essere più uniti e fermi nel condannare queste “riforme”, alzando la voce invece di “abbassare i toni” come qualche esponente dell’Ulivo avrebbe voluto, e non si capiva perchà, data la gravità delle conseguenze.

Il problema della nuova offensiva del Governo contro la magistratura provocò una reazione forte nella società civile e in alcune associazioni e movimenti, intellettuali e stampa. Tanto che fu organizzato a Milano al Palavobis un convegno di protesta in difesa della linea delle “Mani pulite” e della legalità, il 23 febbraio 2002. Naturalmente vi partecipai ritenendo utile dare un segnale di testimonianza contro una politica deleteria per il Paese.

L’avventura de I Democratici terminò ufficialmente con l’Assemblea delle Regioni del 1-2-3 marzo 2002 , riunita a Roma in sessione straodinaria per decretearne lo scioglimento, alla quale anch’io partecipai, così come partecipai neanche un mese dopo, il 22-24 marzo 2002 al Congresso Costitutivo di Democrazia e Libertà- La Margherita, a Parma, sotto il roboante e visionario titolo “Liberare le persone per governare il mondo”.

Partecipai anche qui come delegata del territorio bolognese, in particolare del Coordinamento “Amici della Margherita” che avevamo costituito, il 3 dicembre 2001, con tanto di Regolamento e sede iniziale a casa mia, tra i rappresentanti dell’ambito territoriale del Collegio n. 18, comprendente vari Comuni della pianura : Castello d’Argile. Pieve di Cento. Argelato, Bentivoglio, Calderara di Reno, Crevalcore, Castel Maggiore, Galliera , S. Giorgio di Piano, S. Pietro in Casale, S. Giovanni in Persiceto, Sala bolognese e S. Agata bolognese.

Già avevo espresso, con lettera del 20 marzo 2002, le personali forti perplessità sulla bozza di Statuto della “Margherita”, preoccupata per “la vaghezza sul reale ruolo politico istituzionale dei Circoli e la troppo complessa formulazione di alcuni articoli relativi alle modalità di adesione e partecipazione degli aderenti, o iscritti ai Circoli… con forti dubbi sulla legittimità della prevista “adesione collettiva dei Circoli …sulla adesione delle associazioni apolitiche, sulla scelta… sulla formazione degli organi dirigenti… e tanto altro; allegando anche un altro scritto con alcune mie proposte di emendamenti alla bozza di Statuto Regionale per formulazioni più chiare e democratiche.

Naturalmente nessuno mi rispose. Nelle prime due giornate di Congresso a Parma la bozza di Statuto nazionale, o federale, non fu né presentata, né distribuita, né discussa, ma fu approvata alla cieca dai presenti per alzata di mano nella giornata conclusiva … che finì nel modo peggiore.

Doveva essere una festa, ma si concluse in modo disastroso. Arturo Parisi, coordinatore de I Democratici, uno dei due cofondatori della nuova formazione politica, la domenica mattina, nella fase conclusiva del congresso, invece di presentarsi sul palco a fare il suo intervento, sparì per fuggire a Bologna, lasciando solo un vago comunicato stampa all’ANSA in cui annunciava le sue dimissioni, in dissenso con la conduzione del congresso da parte di Rutelli.

Non solo, ma quando si era appena diffusa la notizia, tra lo stupore generale dei delegati, mentre sul palco saliva Castagnetti per fare il suo intervento di adesione a nome dell’ex PPI, il gruppetto dei delegati “democratici” bolognesi, che io ben conoscevo, si scatenò in una rumorosa contestazione, gridando il nome di “Arturo” (Parisi) con evedente ostilità verso l’espomente PPI e in difesa del fuggitivo. Io me ne dissociai, stupita e costernata.

Insomma era come se ad un matrimonio uno dei due nubendi non si presentasse all’altare e mandasse gli amici a fischiare e contestare il promesso sposo.

Dire che tornai a casa arrabbiata nera è dire poco, dopo che mi ero tanto impegnata per favorire nel mio territorio l’avvicinamento e la collaborazione tra exPPI e Democratici e mi ero sorbita da parte dei rispettivi dirigenti fiumi di parole che promettevano pace e concordia e spirito unitario e ulivista .
E ancor di più mi arrabbiai qualche giorno dopo, il 27, quando comparve su
Repubblica una dichiarazione di La Forgia che ricostruiva a modo suo l’accaduto e concludeva “l’unico modo oggi per dare una mano a Rutelli è quello di stare decisamente con Parisi”.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso dalla mia pur enorme pazienza, perchè si capiva benissimo dove si voleva andare a parare e quali erano i motivi di bassa bottega che avevano determinato la frattura già sul nascere del nuovo partito: la ripartizione delle cariche tra Democratici e PPI e l’evidente, e reciproca ostilità, soprattutto tra ex PPI e gli ex Democratici di provenienza DS che volevano, come sempre, mantenere la regia del nuovo partito puntando su Parisi e Rutelli, che ex DS non erano, ma non erano nemmeno ex DC, e, soprattutto Parisi era fortemente insofferente verso certi esponenti PPI come Marini, che invece voleva entrare a gamba tesa e in posizione altolocata.

Mi sfogai scrivendo (tanto per cambiare) una dura “Lettera aperta di una delegata al Congresso della Margherita” che inviai a un bel po’ di giornali, oltre che a tutti gli amici “Democratici” e “Popolari” che avevo conosciuto negli incontri politici degli anni e mesi precedenti

Ricordando che ero stata una sostenitrice ed elettrice di Parisi, scrissi: ”…Professor Parisi, questo non ce lo doveva fare, per rispetto di noi della base, del neonato partito, dell’Ulivo e del Paese intero in un momento in cui c’è tanto bisogno di unità di tutti quelli che credono nella democrazia e hannno bisogno che le forze politiche dell’opposizione si muovano con forza, coerenza e saggezza, contro un governo così disonorevole e contro una pericolosa ripresa del terrorismo….Nossignori, una politica seria, nuova, di unità, non si fa così. Le ragioni che Parisi ha spiegato il giorno dopo , a disastro compiuto sulla stampa e in TV, non mi sembrano sufficienti….Della esistenza di vecchi metodi e nostalgie in alcuni settori degli ex DC/PPI lo sapevamo tutti, ma con il concorso di tutte le forze nuove che pure si sono viste e sentite al congresso, potevamo superarle…”

La mia lettera fu pubblicata su Il Resto del Carlino ed ebbe parecchie risposte da parte degli amici a cui l’avevo indirizzata. Tutte di consenso per le mie argomentazioni e di sconcerto per quanto avvenuto.

Lo “strappo “a livello nazionale, anche per i buoni uffici pacificatori di Prodi, fu poi superato, almeno formalmente; e si concluse in aprile nell’Assemblea federale che elesse Francesco Rutelli presidente, Arturo Parisi vicepresidente e Dario Franceschini coordinatore; Franco Marini all’organizzazione.

Il 3 aprile 2002, scrissi anche a Filippo Andreatta, presidente della Commissione che doveva sfornare lo Statuto regionale per l’Emilia Romagna, allegando alcune precise proposte di emendamenti a vari articoli della bozza che era stata diffusa via internet. Seppi poi da chi era presente che le mie proposte furono lette e discusse; ma quasi tutte respinte.

Il 2002 fu comunque l’anno più intenso della mia attività politica, perchè volli parteciapare anche alla manifestazione intitolata “Una festa di protesta” che si tenne a Roma in piazza S. Giovanni il 14 settembre e che vide una fortissima mobilitazione di tutto l’universo della sinistra, ulivista e bertinottiana, girotondi, sindacati, i big del DS (tranne D’Alema) e Margherita, Fo, Moretti e Gino Strada. La protesta era ovviamente contro Berlusconi che, di nuovo al governo, stava sfornando leggi ad personam, dalla Cirami ad altre, che sfidavano ancora una volta la Costituzione e il principio della legge uguale per tutti.

Manco a farlo apposta, fui adocchiata e intervistata per caso tra la folla da una giornalista dell‘Unità, Marina Mastroluca, che notò il mio cartellino arancione- gadget ricordo del Palavobis appeso al collo, e che mi dedicò qualche riga nell’articolo di resoconto della manifestazione, il giorno dopo, 15 settembre (a pag. 4). “C’è voluto Berlusconi per portarmi in piazza a 62 anni” fu la prima frase mia citata in apertura dell’articolo.

Grande successo della manifestazione, esaltante bagno di folla, ma nessun cambiamento di linea da parte del governo. Figuriamoci….

2002-2004. Costituisco un Circolo della Margherita ad Argile e curo la segreteria del Coordinamento dei Circoli del Collegio 18. Candidatura mia in lista per la Provincia nel 2004

Nonostante le delusioni suddette, posto che la speranza è l’ultima a morire, continuai a tentare di

di contribuire per dare un contenuto democratico, nella struttura e negli scopi, al nuovo partito in cui mi ero imbarcata.

In primo luogo, nel 2002, mi attivai per fondare secondo le nuove regole un Circolo della Margherita in Argile, e ci riuscii a fatica, raccogliendo le adesioni di alcuni dei “democratici” della prima ora e alcuni ex PPI ulivisti. In maggio, alla riunione di presentazione e fondazione, tenuta in sala polifunzionale, vennero a parlare Mauro Bosi consigliere regionale, Leonardo Draghetti coordinatore provinciale e Giuseppe Paruolo, presidente provinciale e consigliere comunale a Bologna. Ma le adesioni erano scarse e ci sentivamo come un vaso di coccio tra vasi di ferro. Anche perchè l’impostazione del nuovo partito era tutt’altro che chiara. Tanto che, ancora una volta, dovetti segnalare, con lettera del 17 ottobre 2002, la difficoltà che i simpatizzanti trovavano per iscriversi, a causa delle cervellotiche regole fissate dagli Statuti, federale e regionale, e dalle linee-guida del Comitato Provinciale di Bologna. Nella lettera, che in parte ricalcava quella mia precedente inviata prima del Congresso di Parma, si confutavano punto per punto gli aspetti critici e si affermava che “si ricava la sgradevole impressione che si voglia un partito fiscale e diffidente con gli iscritti, ma molto largo di manica con una oligarchia di “eletti” nominati e cooptati che sono molto interessati a mantenere lo status quo di copertura delle cariche, anche quelle “provvisorie”... (Ogni accostamento a quanto è avvenuto da sempre, prima, dopo, dentro e fuori dalla Margherita e da altri partiti, è legittimo e sempre di attualità, ndr).

La lettera fu sottoscritta dal gruppetto dei volonterosi fondatori/sostenitori; oltre che da me: Angelo e Marco Bovina, Daniele Muzzi, Paolo Resca, Adriano Casini, Marta Barbieri. Al gruppo attivo si aggiunsero Maria Grazia Cortesi , Marina e Stefania Del Buono, Paolo e Riccardo Bovina. Portavoce del Circolo di Argile fu eletto Angelo Bovina.

Cercammo comunque di svolgere un ruolo attivo e costruttivo nell’ambito dell’Ulivo locale e bolognese e nell’ambito del Coordinamento dei Circoli della Margherita del Collegio 18, soprattutto in preparazione delle tornate elettorali che incombevano quasi ogni anno, ora europee, ora politiche, ora amministrative locali, provinciali o regionali.
Eravamo allora in minoranza e all’opposizione, sia a livello locale rispetto alla Giunta guidata da Massimo Pinardi che a livello nazionale con il governo Berlusconi. E, nell’ambito del ricostituendo
Ulivo, la Margherita contava come il 2 di coppe quando è briscola denari”.


Negli anni 2002 e 2003, il cordinamento dei circoli del Collegio 18 funzionò abbastanza regolarmente; gli incontri avvenivano a casa mia o a casa d
i Franco Roncati di S. Giorgio di Piano. Io fungevo da segretaria e curavo la corrispondenza via email.

Il primo portavoce da noi eletto fu Gianluigi Giandinoto di Crevalcore, e nel suo periodo di attività ci impegnammo per stilare un ampio documento di 12 pagine con Osservazioni e proposte per la Carta dei Principi, la cui bozza in preparazione a livello nazionale ci soddisfaceva solo in parte. Poi Giandinoto cominciò a manifestare disagio e dissenso sulla politica nazionale della Margherita su vari problemii, dalle posizioni espresse sul referendum sull’art. 18, alla posizione sull’Iraq, al metodo di elezioni per le cariche provinciali e regionali e si dimise dalla carica di coordinatore; carica che comunque era di breve durata e assegnabile a rotazione.
Eleggemmo poi nel 2003
Marco Marchi di Calderara di Reno.

Inizialmente il nostro Gruppo di coordinamento, non previsto da alcuno Statuto regionale, non era visto di buon occhio dai livelli superiori, forse temendo potessimo costituire un “pericolo” e un ostacolo per chi voleva decidere senza essere disturbato da obiettori; ma poi fu accettato e apprezzato, almeno nei suoi aspetti di informazione e collaborazione reciproca, e più volte partecipò alle nostre riunioni il coordinatore provinciale Giuseppe Paruolo; spesso era presente anche il consigliere regionale Mauro Bosi.

Ricordo tra i più assidui, oltre a Roncati e ai già citati, anche Gabriele Vitali e Paolo Crescimbeni da S. Giorgio di Piano, Valentino Bianchini da Sala bolognese, Giuseppe Bassi e Stefano Montevecchi da Galliera, Giuliano Salsini da S. Pietro in Casale, Giordano Cioni da S. Matteo della Decima e Tommaso Cotti da S. Giovanni in Persiceto, Marta Vandelli e Stefano Marani da Argelato, Maria Rosa Nannetti da Crevalcore, Maria Grazia Tosi e Francesco Govoni da Pieve di Cento

Nel 2004 fu il turno delle elezioni europee e amministrative per Comune, Provincia e Regione e furono necessari altri contatti e incontri di preparazione. Mi restano dell’attività intensa di quell’anno alcune copie di lettere scritte che testimoniano le difficoltà e il mio disagio. Disagio che non era solo mio se il 17 febbraio preparai una proposta scritta a nome di un gruppo di uliviste attive di Bologna con le quali avevo partecipato alla “Convention” del 14 febbraio a Roma per la rinascita dell’Ulivo. “… vuoto organizzativo, incertezza, mancanza o confusione di direttive e carenza di democrazia interna,,.” erano le doglianze espresse; e si proponevano quindi correzioni, come l’apertura di una sede a Bologna, l’utilizzo di uno strumento informatico unico, aggiornato, efficace e utile per la comunicazione, l’informazione e il coordinamento degli iscritti e simpatizzanti. Si chiedeva anche una maggior modestia da parte di alcuni che amavano distinguersi e vantare di essere “prodiani”, come se fosse una corrente o fazione di superfedelissimi distinta dagli altri, per farsi belli di meriti non propri. “Nella Margherita e nell’Ulivo siamo tutti prodiani, se buoni o cattivi dipende dalle nostre azioni…” scrivevo.

In un’altra lettera personale del 27 febbraio, indirizzata via email ai massimi dirigenti nazionali, regionali e provinciali della Margherita (Parisi, Rutelli, Franceschini, Marini, Monari, Paruolo, Bosi), concludevo un lungo elenco di doglianze con un “vi dico che non ne posso più

Nella suddetta lettera mi lamentavo della “procedura bulgara che ha portato Marco Monari a coordinatore regionale (candidato unico e indiscusso per imperscrutabili protezioni divine) senza il minimo coinvolgimento degli iscritti, né due righe di informazione o curriculum o programmi, prima e dopo…..” . Citavo poi la procedura sbrigativa e la mancata informazione agli iscritti in varie occasioni, l’assenza di una democrazia interna reale, l’utilizzo molto personale che Monari faceva dei suoi rapporti con la stampa locale, che mettevano sempre in cattiva luce le divisioni nella Margherita, con informazioni provenienti dall’interno che davano largo spazio soprattutto a certi critici che si definivano “cattolici”, si denigrava Paruolo e si incensava sempre e solo Monari. Segnalavo quindi la mia delusione “per un partito che doveva essere nuovo e che sta sciupando un patrimonio di fiducia conquistata tra brava gente e con ottime potenzialità, a causa di questi mediocri politicanti che sono portati dietro i vizi dei vecchi partiti, ma non le virtù, e pensano solo alla propria carriera…”

Il 15 aprile 2004, in occasione del rinnovo delle adesioni, il Circolo di Castel l’Argile stilò il suo bel documento di intenti e di impegno, pieno di buoni propositi, per il futuro della Margherita e di Uniti nell’Ulivo per l’Europa, che, dietro la spinta di Prodi, si stava ricompattando con lista unitaria per le candidature alle elezioni europee. Ma i diversi sistemi elettorali tra amministrative ed europee, costringevano i partiti dell’Ulivo a presentarsi in alcuni casi insieme, in altri separati e in competizione, e questo non contribuiva certo alla coesione e alla chiareza nei confronti degli elettori..

Anche se poi, accettai, obtorto collo, dietro insistenza del coordinatore provinciale Paruolo, di mettere il mio nome nella lista dei candidati della Margherita per la Provincia, nel Collegio di S. Giovanni in Persiceto, in cui Argile era compreso. Candidata per la presidenza era Beatrice Draghetti, che stimavo e alla cui campagna elettorale collaborai.

Nel mio modesto depliant elettorale fatto in casa e fotocopiato a mie spese, sotto il titolo “Perchè ho accettato di candidarmi per la Margherita” scrissi: “ Ho sempre pensato e agito nella consapevolezza che la famiglia è il nucleo fondante di una società; ma non ci può essere una famiglia felice in una società ingiusta. Né ci può essere un paese o una città “isola felice”, se l’Italia, l’Europa e il mondo intero sono malgovernati e in guerra.

Non basta far uscire di casa un figlio ben nutrito e ben vestito (quando ci si riesce….) e con le scarpe tirate a lucido, se poi trova una strada piena di fango, un’aria inquinata, un ambiente degradato materialmente e moralmente, un clima sociale incattivito e alimentato dagli istinti più egoistici e privo di stimoli e valori ideali; se deve studiare in una scuola sterile e dispersiva; se, al bisogno, trova servizi sociali e sanitari carenti ed inefficaci; se deve convivere con tanti altri esseri umani (vicini o lontani) affamati, emarginati, oppressi o accecati dall’ignoranza, dall’odio razziale o politico-religioso.

Per questo ho sempre cercato di impegnarmi anche fuori dall’ambito famigliare, per quel che potevo nel mio piccolo angolo di provincia, per contribuire o aiutare chi si impegnava a costruire una società migliore, nelle piccole e nelle grandi cose. Operando sul territorio, ho sempre cercato di valorizzare le realtà locali dei piccoli comuni e difenderne esigenze ed interessi, in una visione di Provincia non subordinata ma coordinata con la città di Bologna, con pari dignità.

Per tutte queste ragioni oggi ritengo giusto sostenere il nuovo partito della Margherita-DL e Beatrice Draghetti… in accordo con un’ampia coalizione di Centrosinistra, perchè sono convinta che possano e vogliano meglio di altri lavorare per il pubblico bene.”

Nel comune di Castello d’Argile per tentare di battere la lista civica “Porta Argile”, capeggiata dal sindaco Massimo Pinardi che si ripresentava con la stessa formula, il centrosinistra ripropose Loris Muzzi, già sindaco nel 1995-1999, che, pur non essendosi ripresentato allora per un secondo mandato per far posto a Fabrizio Tosi, aveva lasciato un buon ricordo, né aveva sucitato forti ostilità.

A rappresentare la Margherita nella lista di “Progetto Democratico” furono scelti Maria Grazia Cortesi, Agostino Barbieri, Marco Bovina, Daniele Muzzi e Paolo Resca. Ma non fu sufficiente a sottrarre voti a Pinardi che nel corso del suo mandato era riuscito a mettere buone radici e fu confermato con una maggioranza del 54,4% dei voti, mentre Muzzi raccolse il 45,6%.
Al
Parlamento Europeo la lista ulivista fece eleggere per la Circoscrizione Nord ovest il DS Pier Luigi Bersani, e nella nostra Circoscrizione di Nord Est Enrico Letta e Vittorio Prodi; in Provincia per la coalizione ulivista fu eletta Beatrice Draghetti, della Margherita, succedendo a Vittorio Prodi che era stato presidente dal 1995. A Bologna fu eletto sindaco con una lista unitaria di “Riformisti” Sergio Cofferati.
Ma il
dualismo tra i due maggiori partiti della colazione, alleati-rivali, continuava a creare problemi, davanti e dietro le quinte. Ed era la Margherita l’anello più debole della catena.

A farne le spese fui naturalmente anch’io, che comunque ancora una volta me la cavai senza infamia e senza lode, raccogliendo nel mio Collegio provinciale n. 30 1610 voti con una percentuale del 8,4%, prima fra le donne candidate in lista (Presidente Draghetti a parte) e al sesto posto sui 26 Collegi della provincia, subito dopo i comuni più grossi. Visto nel contesto della media provinciale e regionale il mio risultato era stato onorevole, ma visto nel contesto locale fu per me motivo di amarezza raccogliere sotto il simbolo della Margherita solo i 304 voti che erano stati più o meno gli stessi presi con il simbolo dei Democratici nel 1999. Anche se la percentuale presa in Argile, del 9,49%, era leggermente superiore a quella media nazionale, era evidente che l’unione tra ex Democratici ed ex Popolari, che avrebbe dovuto sommare un 10% di voti in più, non aveva convinto e molti elettori erano scappati altrove, nei DS soprattutto, che aumentarono del 5,81% (recuperando i voti persi in precedenti elezioni), o si sparsero qua e là in una miriade di liste minori centriste, o in quella neonata di Di Pietro e Occhetto (2,25%).

Tra l’altro non aveva giovato anche il fatto che il portavoce del Circolo di Argile, Angelo Bovina, si era dimesso dalla carica proprio poco prima delle elezioni per sue difficoltà personali di dipendente comunale che mal si conciliavano con una partecipazione attiva in politica, ed avevamo quindi un’organizzazione piuttosto debole e precaria.

Continuai comunque, ma con sempre minor convinzione, piuttosto stanca e delusa, a partecipare a qualche incontro politico locale. Diradai molto, fino a evitarli del tutto nonostante gli inviti che ricevevo, i contatti con Bologna, anche perchè diventava molto rischioso per me, data l’età, guidare la macchina in città di notte dopo stancanti riunioni. Non valeva la pena rischiare di finire in un fosso o di sbattere contro un palo per un colpo di sonno per una partecipazione quasi sempre inutile, in quanto le decisioni erano sempre prese da altri e i miei pareri restavano inascoltati.

Tra l’altro, nell’aprile 2004 ero stata eletta presidente di una nuova piccola associazione denominata “Gruppo di Studi pianura del Reno”, che si occupava di storia locale e divulgazione culturale in genere, fondata due anni prima a S. Giorgio di Piano e rimasta senza guida perchè la fondatrice e prima presidente si era trasferita in Inghilterra.

Trovai quindi più congeniale ai miei interessi dedicarmi a questa associazione, per la quale curavo la redazione di un sito web con articoli e notizie su iniziative culturali nel territorio.

Comunque, con o senza il mio apporto, le polemiche interne all’Ulivo continuavano. Scrissi o ricevetti ancora qualche email per commentare problemi, contrasti e colpi bassi che via via emergevano tra DS e Margherita, che si accusavano reciprocamente di essere “nemici dell’Ulivo” a giorni alterni. Ad esempio, nel settembre 2004 sentii l’esigenza di segnalare agli amici del gruppo del Collegio 18 e all’indirizzo elettronico dei “cittadini per l’Ulivo” un articolo pubblicato il 27 settembre sul quotidiano “Il Riformista”, senza firma e quindi espressione del Direttore Antonio Polito, alias Massimo D’Alema, fondatore e ispiratore della linea di quel giornale, da lui voluto in concorrenza all‘Unità, insieme alla “sua” Fondazione Italiani Europei”, creata dopo le sconfitte elettorali del 1999 e le sue dimissioni da capo del Governo, per avere un suo spazio di manovra e influenza sulla politica del centrosinistra. Articolo intitolato “I nostri dubbi su Romano Prodi. Lui non si fida dell’Ulivo. Ma l’Ulivo si fida di lui?”. E io definii quell’articolo “il più perfido e velenoso attacco che sia mai comparso finora su un quotidiano “di sinistra (!!??) per minare la credibilità e l’autorevolezza di Romano Prodi come leader dell’Ulivo e un significativo segnale di avvertimento….”.

Segnalavo inoltre un altro articolo in altra pagina dello stesso giornale con altre frecciatine avvelenate sotto il titolo “Prodi continua l’offensiva contro Fassino e Rutelli (allora a capo di DS e Margherita, ndr). Vuole liste unitarie ovunque e primarie anticipate… “ Mentre su “Repubblica”, una intervista del giorno prima aveva presentato un Massimo D’Alema onesto amico e difensore di Prodi.

Evidentemente – scrissi allora – c’è una maschera e un volto da mostrare a seconda delle convenienze….. Non so come ci si possa illudere che Romano Prodi riesca a compiere il miracolo di costruire in tempi brevi una Costituente dell’Ulivo comprensiva di movimenti vari (troppo sparsi e divisi pure loro ahimè…. e primarie vere e utili dalle quali possa uscire come leader incontrastato…”

2005-2008. Sulle montagne russe, tra vittorie e sconfitte di Prodi, di nuovo al governo tra 2006 e 2008, mentre nel 2007 dall’unione di DS e Margherita nasce il Partito Democratico, con le primarie, a cui partecipo.

Il 2005 fu ancora un anno di transizione tra alti e bassi, passi avanti e passi indietro verso una Unione di forze politiche di centrosinistra in preparazione delle elezioni politiche del 2006 con Rutelli e D’Alema che facevano a gara ognuno a tirare il carro per conto suo, chi con la “gamba di centro”, chi con “la gamba di sinistra”, per propri reconditi fini personali.

A Bologna fu eletto (o nominato, non ricordo la differenza) Giuseppe Bacchi Reggiani come coordinatore provinciale per la Margherita, frutto di “ un accordo raggiunto dopo una lunghissima trattativa….” (comunicato del 14-1-2005) che la dice lunga sui contrasti interni e le rivalità tra vari candidati alle cariche.

Una Assemblea federale del 19/20 maggio sancì addirittura la formazione all’interno della Margherita di una maggioranza e di una minoranza, che si dichiarava “opposizione” e alla quale veniva assicurato ” un quinto della rappresentanza parlamentare “ della Margherita e sostegno finanziario per sue attività …… Insomma, una corrente organizzata e finanziata in perfetto stile vecchia DC!!! Nel contempo si prometteva pieno sostegno a Prodi e si vagheggiava già un futuro “partito democratico” in cui avrebbero convissuto tutti uniti felici e contenti.

In seguito alle prese di posizione di Rutelli e della direzione nazionale qualcuno del nostro Coordinamento se ne andò subito sbattendo la porta, io mandai l’ennesima lettera per lamentare la perenne litigiosità, l’abitudine a calare dall’alto le decisioni, e per dire che avrei sostenuto ancora Margherita e Ulivo, nonostante tutto, ma non intendevo associarmi ad alcuna corrente di maggioranza o minoranza, “cattolici” o “prodiani” che volevano farsi belli coi meriti del capo brillando di luce riflessa, o cortigiani finti ulivisti per opportunistica ricerca di visibilità per fare carriera.

Come Dio volle si arrivò poi nel 2006 alle elezioni politiche con un’alleanza di partiti e partitini diversi, di centro, di centrosinistra e di sinistra, che, grazie al meccanismo elettorale misto, maggioritario e proporzionale portò ad una risicata vittoria e di nuovo al governo Romano Prodi, a capo di una coalizione battezzata “Unione”, tenuta insieme con un collante fragilissimo, tra cento contraddizioni interne che impedirono di fatto una chiara e incisiva azione di governo, nonostante la buona volontà di Prodi e pochi altri.

Intanto Veltroni lanciava con gran spolvero il progetto di Partito Democratico, che doveva nascere ufficialmente il 14 ottobre 2007 con le primarie per eleggere il primo segretario del nuovo partito.

Ma le due anime dei contraenti erano sempre inquiete e in lotta tra loro e al loro interno, se nel marzo 2007 scoppiava una ennesima tempesta. “Monari firma per il Pse, bufera nella Margherita” titolava la cronaca di Bologna del 10/3 de “La Repubblica”, sempre informatissima e con foto pronta di Monari in posa da statista. Il Coordinatore regionale della Margherita aveva firmato un documento dell’Ulivo che proponeva l’approdo del costituendo Partito Democratico nel Partito socialista europeo, col sostegno del segretario dei DS Andrea De Maria e di Pierluigi Bersani allora ministro con Prodi. Apriti cielo! Subito Castagnetti insorse, seguito da Dario Franceschini e Francesco Rutelli. Monari per una volta dovette fare marcia indietro (ricordandosi che la Margherita non corrispondeva al PCI da cui proveniva e di cui forse nutriva nostalgia…), correggendosi e precisando che si trattava solo di un contributo suo personale che non impegnava tutta la Margherita. Intanto erano in corso in un hotel bolognese le grandi manovre per eleggere il nuovo coordinatore provinciale e gli ex PPI si distinguevano e si agitavano nella competizione; per accordarsi infine su Gianluca Benamati, e Luca Rizzo Nervo come coordinatore per la città.

Io non capivo tutta questa specie di assalto alla diligenza degli ex PPI o “cattolici”, tipo Giuliani e altri, visto che di lì a poco la Margherita avrebbe dovuto sciogliersi per unirsi ai DS nel nuovo Partito Democratico. Ma pare che fosse invece molto importante per le future ripartizioni di cariche. Quella volta venne a Bologna Dario Franceschini a placere gli animi di vincitori e vinti e concordare l’ennesimo compromesso con Monari.

Con la fine della Margherita cessava di esistere anche il nostro Circolo di Argile e il Coordinamento del Collegio 18 di “Amici della Margherita” che avevano aderito al PD, instaurando nuovi rapporti con nuovi interlocutori, ognuno nel proprio Comune. Quell’esperienza non fu comunque del tutto inutile, se non altro perchè favorì la reciproca conoscenza di persone ed esperienze di diversi Comuni e indicò anche un metodo di comunicazione e collaborazione che avrebbe dovuto avvicinare la “base” agli organi direttivi bolognesi, cercando di rappresentarne le istanze con più forza. Dal gruppo che partecipò più assiduamente ai nostri incontri sono poi usciti vicesindaci e assessori che si sono impegnati e si impegnano tuttora nelle rispettive amministrazioni comunali, di Argile e degli altri comuni.

Con ulteriore sforzo di buona volontà e spirito di sacrificio mi prestai a far parte del Comitato Promotore del Partito Democratico di Castel D’Argile, con i soliti volonterosi degli ex Comitati Prodi, della Margherita, di Progetto Democratico, ex PPI ed ex DS; e collaborai pure ai seggi delle primarie, guadagnandomi il diploma, pardon, l‘attestato di partecipazione, come “fondatore del Partito Democratico” … “una casa comune, grande e nuova. Adesso un’Italia nuova” firmato Walter Veltroni vincitore delle primarie del 14 ottobre 2007.

Ma la casa nuova si portava dentro molti “grandi vecchi” e vecchi vizi se nel 2007-2008 proprio la nascita del PD con conseguente indebolimento del disegno ulivista prodiano e della premiership di Prodi. Spostando l’attenzione su se stesso come neo segretario e leader del partito più forte, con manifeste ambizioni di “fare da sè”, Veltroni, finì per favorire la ripresa delle ostilità interne all‘Unione e alla variegata e risicatissima maggioranza di 10 partiti che sosteneva il governo e che comprendeva di nuovo i Comunisti di Bertinotti (PdCI), Socialisti, Verdi, Italia dei Valori e Udeur di Mastella.
E fu quest’ultimo a dare il colpo di grazia con le sue dimissioni da
Ministro della Giustizia (!!!), nel gennaio 2008 in seguito alla incriminazione della moglie e di lui stesso per reati vari. Ma a mettere in minoranza Prodi furono anche il senatore dipietrista De Gregorio, passato (dietro lauto compenso ) al PDL, e l’inflessibile Franco Turigliatto di Rifondazione, oltre all’Udeur e a Dini, espressione di partitini che osteggiavano i progetti di nuova legge elettorale maggioritaria e il referendum abrogativo della legge del 2005. Senza dimenticare Bertinotti, Presidente della Camera che già dal 2007 definiva “fallimentare “ il governo Prodi.

Dopo qualche mese di tribolazione e di governo provvisorio in prorogatio per l’ordinaria amministrazione, con tentativo fallito del Presidente del Senato Franco Marini, su incarico del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di formare una nuova maggioranza per concordare e approvare una nuova legge elettorale, fu sancita la decadenza ufficiale del governo Prodi il 7 maggio 2008.

Le conseguenti elezioni politiche furono vinte di nuovo da Berlusconi e perse dal candidato del centrosinistra Walter Veltroni, che, dopo qualche mese, si dimise da segretario del PD, con una fuga precipitosa e forse intempestiva, dopo aver suscitato tante speranze di poter incarnare e realizzare un partito nuovo.

La situazione caotica e le tante, troppe, contraddizioni che io vedevo all’interno del nuovo partito alla cui fondazione avevo contribuito, mi indussero nel luglio del 2008 a scrivere alla coordinatrice del Circolo locale, Maria Tasini, che non intendevo rinnovare la mia iscrizione al PD (e che tuttora non ho rinnovato), pur continuando a votarlo e a collaborare alle primarie da semplice elettore, simpatizzante/critico.

2009. Il caso Englaro e il mio sostegno alla proposta di Ignazio Marino per il testamento biologico

L’occasione per scrivere qualche altra lettera a esponenti con cariche nel PD, me la diede il caso di Eluana Englaro, un caso umano drammatico che mi coinvolse molto sia sul piano emotivo che su quello razionale; oltre che per il fatto in sé, perchè avevo ancora in mente il penoso ricordo di mia madre rimasta per alcune settimane in coma, intubata, ad aspettare una morte certa, che non veniva grazie alla alimentazione artificiale che nessun medico poteva o voleva sospendere. Che questa povera ragazza fosse ancora in quella condizione dopo 17 anni mi pareva una cosa mostruosa; e ancor più mostruoso mi pareva che non si volesse permettere al padre il modo legale di porre fine a quell’inutile strazio a causa della mancanza di una legge chiara e dell’ostilità manifestata dal mondo “cattolico”, gerarchie ecclesiastiche vaticane in testa e parlamentari al seguito, non solo del centrodestra che era al governo, ma anche con qualche apporto dal centrosinistra, nonostante tra le sue fila ci fosse il dott. Ignazio Marino, pure cattolico, che aveva presentato un progetto di legge sul “testamento biologico” che avrebbe garantito la libertà di scelta del paziente di accettare o no qualsiasi intervento terapeutico, previa dichiarazione espressa in precedenza.

Scrissi una prima lettera il 9 febbraio 2009 al PD bolognese perchè la inoltrasse ai parlamentari del PD impegnati allora nella discussione del disegno di legge del governo Berlusconi che voleva imporre la alimentazione e idratazione forzata ai malati in stato terminale o comunque senza speranza di ripresa, escludendo tale intervento da quelli che ogni malato ha diritto di poter rifiutare, per libera scelta garantita dalla Costituzione, pur in presenza di volontà dichiarata in precedenza. “Alimentazione e idratazione non sono terapie, ma atti irrinunciabili per non far morire di fame e di sete il paziente” sostenevano i fautori di questa legge.

Nella mia lettera spiegavo le motivazioni che mi spingevano a prendere posizione a favore del progetto di legge di Ignazio Marino e contro quello del governo, e contestavo la “posizione contraddittoria di alcuni parlamentari del PD che si definiscono cattolici, i quali, pur giudicando il comportamento del governo una forzatura per scardinare la Costituzione… dichiarano che voteranno a favore del disegno di legge del governo per salvare la loro “libertà di coscienza” e “la vita di Eluana”.

E io affermavo che “la libertà di coscienza dei parlamentari ha un limite … se un parlamentare usa la sua libertà di coscienza per privarmi della mia libertà personale di scegliere e decidere per la mia vita, non mi rappresenta, non mi garantisce e io non gli darò mai più il mio voto … la sua libertà di coscienza potrà esercitarla nelle questioni che riguardano la sua vita personale, ma se è democratico ci deve permettere di poter esercitare anche la nostra libertà personale, che è “inviolabile” (art. 13)…

Trovo estremamente contraddittorio che si affermi che la vita umana è indisponibile, ma poi si voglia disporre arbitrariamente e d’autorità di quella di Eluana Englaro. Chi ce ne dà il diritto? I “cattolici” professi dicono di volerla “salvare”. E perchè se lei stessa non voleva essere costretta a sopravvivere in quelle condizioni? .. e perchè non si vuol tener conto della volontà del genitore-tutore, già riconosciuta come legittima dalla Cassazione?…..Come può un vero cristiano giudicare con tanta crudeltà e astio un padre che vive questa tragedia da 17 anni definendolo “assassino” se chiede di poter legalmente porre fine a questa pena , non voluta da Dio ma creata dagli uomini?

Io sono fermamente convinta che questa “salvezza” sia in realtà una “condanna” alla sopravvivenza di una vita che vita non è .. e stupisce che proprio la Chiesa, che pur vuol dare un senso alto alla vita umana intesa come spiritualità e non solo come materialità, si sia impuntata in questa difesa della sopravvivenza a oltranza di un corpo non più in grado di esprimere la sia pur minima forma di spiritualità, di pensiero, di libertà e di rapporto consapevole con le persone e col mondo esterno…”

E quanto alla legge governativa, scrivevo “ trovo ancor più pretestuosa la distinzione che si vuol fare tra terapie, che si possono legittimamente rifiutare, e alimentazione e idratazione che invece si renderebbero obbligatorie. Ma non è un controsenso?….non è accanimento terapeutico e crudeltà costringere un malato a sopravvivere il più a lungo possibile immettendogli forzatamente con un sondino liquidi nutrienti che non lo curano ma che prolungano semplicemente l’esitenza di un corpo senz’anima…..?”.

Idee simili avevo già espresso per iscritto pochi giorni prima a Mauro Bosi, il consigliere regionale che avevo sempre appoggiato e col quale avevo condiviso il percorso politico, dai Democratici alla Margherita, al PD. Ma la sua presa di posizione pubblica coincidente con quella della Chiesa istituzionale, e della Binetti, e la sua sempre crescente caratterizzazione come “cattolico” mi aveva spinto ad esprimere il mio dissenso e la mia dissociazione, reclamando il dovere della laicità degli eletti nei confronti dei loro elettori, credenti e non credenti, e il dovere della “laicità delle istituzioni che non è una religione, o contro la religione, ma una regola democratica che consente uguali diritti a tutti i cittadini, religiosi e no, di vivere e morire secondo le proprie convinzioni, senza pretendere di imporle gli altri”.

La mia lettera, diffusa anche ad altri simpatizzanti PD locali, trovò consenso e approvazione da parte della coordinatrice locale del PD e di altri. E del resto anche nel mondo cattolico di base, tra la gente comune, senza cariche, era diffuso il dissenso per le forzature delle posizioni vaticane e la strumentalizzazione politica che del caso Englaro il Polo berlusconiano e certe autorità ecclesiastiche avevano fatto con manifestazioni aggressive e offensive contro il padre di Eluana.

Pochi giorni dopo, fu comunque autorizzato il ricovero di Eluana Englaro in una struttura ospedaliera dove si procedette ad applicare un protocollo di progressiva riduzione dell’alimentazione sotto sedazione, finchè il suo cuore si fermò e la sua morte, già in atto a livello cerebrale da 17 anni, divenne definitiva con la cessazione delle altre funzioni corporee. Pesava, la poverina, dopo 17 anni di immobilità, 34 chili.

Questo caso, oltre alle ricorrenti manifestazioni di appoggio di alti prelati al governo Berlusconi, che come uomo e come politico era quanto di meno cristiano si potesse immaginare, mi hanno portato ad allontanarmi decisamente dalla Chiesa ufficiale, e a sentire maggiormente l’esigenza di una politica più laica e autonoma rispetto ad un gerarchia ecclesiastica troppo invadente e restrittiva di ogni libertà di scelta e di coscienza per credenti e non credenti, mentre rivendicava per se stessa ogni rispetto, privilegio e autorità.

Scrissi poi ad Andrea De Maria, segretario provinciale di Bologna, il 24 febbraio 2009. per confermare la mia critica alla “linea compromissoria e ondivaga del partito a livello nazionale” sia “sul tema della giustizia” che “sul modo troppo blando e incerto di fare opposizione”, esprimendo anche “la mia grande delusione quando ho visto la spaccatura sul tema del testamento biologico e la sostituzione del prof. Ignazio Marino con Dorina Bianchi “, che già si era espressa a favore del decreto legge governativo, come rappresentante del PD nella commissione parlamentare che doveva predisporre il progetto di legge.

Prima di rinnovare la mia adesione al PD – concludevo – resto in attesa di vedere comportamenti coerenti e chiari in difesa della legalità e della laicità, a cominciare dal progetto di legge Marino…

Il progetto di legge governativo fu poi rinviato sine die, anche perchè conteneva formulazioni incostituzionali e ancora non si riparla di legiferare su questa materia.

Unica nota politicamente positiva di quell’anno 2009 fu la vittoria alle elezioni comunali del 6-7 giugno della lista “Punto di svolta” , presentata dal centrosinistra con molti giovani e con Michele Giovannini come candidato sindaco; candidato scelto con regolari primarie locali, tenute in febbraio, e che avevano decretato la maggioranza di preferenze per lui, rispetto alla concorrente Maria Tasini, “storica” figura della sinistra locale, coordinatrice (tuttora in carica) del PD e moglie dell’altrettanto “storico” ex segretario del PCI-PDS-DS Fabrizio Tosi. Non mi impegnai direttamente per questa campagna elettorale, ma partecipai alle primarie, e pur apprezzando sul piano personale l’onesto e assiduo impegno di Maria, caldeggiai il necessario rinnovamento rappresentato dal giovane Michele, che è poi stato giustamente premiato dagli elettori.

Quando si arrivò il 24 ottobre 2009 a nuove primarie nazionali per eleggere il nuovo segretario del PD, dopo le dimissioni di Veltroni e la gestione provvisoria di Franceschini (che comunque per quei mesi apprezzai), sostenni pubblicamente la candidatura del prof. Marino, che naturalmente non vinse… pur con il suo bel programma che puntava sul rilancio del merito e dei diritti civili, sulla salute, la laicità e l’ambiente, raccogliendo solo il 12%. Tutto lo staff locale, regionale e nazionale, vecchi feudatari e valvassini del partito, appoggiarono Bersani che vinse col 52% e Franceschini arrivò secondo col 33%.

2009-2013 Grazie a internet , ora il mio “impegno politico” si manifesta solo sulla tastiera del Pc con “parole al vento”, commenti su blog e giornali. Mentre continuo a dedicarmi alle ricerche storiche.

Più o meno accade la stessa cosa con le primarie del 2012.

Tra i 5 candidati in lizza, Bersani, Matteo Renzi, Laura Puppato, Nichi Vendola e Bruno Tabacci, scelsi di appoggiare pubblicamente Laura Puppato, perchè mi pareva potesse rappresentare un Partito Democratico che più si avvicinava alla mia idea.

Ovviamente era un candidato destinato a perdere, perchè il “modello” che rappresenta è minoritario nel partito; sicuramente ai vertici, ma forse anche alla base, che ha preferito affidarsi

all’usato sicuro” di Bersani o al “nuovo rottamatore “, per immagine e comunicativa facile, rappresentato dal presenzialista Renzi, molto “pompato” dai giornali, anche di centrodestra, ma poco chiaro nei contenuti e nei suoi obiettivi reali.

Ha vinto di nuovo le primarie Bersani, che io stessa ho poi appoggiato al secondo turno. Ma la mancata vittoria alle elezioni del 25 febbraio 2013, quando il PD si è ritrovato quasi a pari voti con PDL e M5S , dopo una disastrosa gestione del dopo voto, Bersani ha dovuto dare le dimissioni.

Il vergognoso agguato dei 101 o 120 esponenti del PD che nel marzo scorso hanno affossato la candidatura di Prodi alla Presidenza della Repubblica con conseguente rielezione di Napolitano, non è stato un episodio nuovo o casuale, e non imputabile al solo Bersani, ma è il compimento di una lunga storia di conflitti interni che ha radici lontane e a quanto pare inestirpabili nel centrosinistra, dove troppi hanno acconsentito ad un matrimonio di interesse con diverse e opposte mire: chi voleva farne una riedizione della Dc e chi voleva raggranellare voti al centro tra i moderati per allargare semplicemente l’ex PCI/ PDS/DS guidato per sempre da uomini “suoi”.

Chi come me e tanti altri della base sognava un Partito Democratico non democristiano né comunista, ma diverso e nuovo, nelle persone e nei contenuti, adeguato ai tempi e alle esigenze contemporanee, simile ai partiti della sinistra democratica europea o nordamericana, sta ancora aspettando un miracolo che forse non avverrà mai.

Le mie rimostranze sul modo di impostare e gestire il partito non erano e non sono poi così campate in aria o frutto di incontentabilità personale, se il direttore dell’Unità Claudio Sardo, nel suo editoriale del 22 settembre 2013, ha scritto tra l’altro “.… Lo statuto del Pd è un testo in larga parte sbagliato – come ripete Guglielmo Epifani – spesso inservibile alla circostanza concreta. Non è un caso che, ogni qualvolta debba essere applicato, ha bisogno di deroghe o emendamenti. Non è un caso che proclama la coincidenza tra segretario di partito e candidato-premier, ma il solo tesserato Pd diventato premier è stato un vice segretario, Enrico Letta….”

E ora ci ritroviamo in questo pasticcio di inciucio, con un governo PD-PDL, costretti a subire i ricatti del pregiudicato Berlusconi, e sotto l’opprimente invadenza di un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si comporta come un monarca dell”800 e che ci impone da due anni larghe intese” che stanno soffocando non solo il PD, ma la normale dialettica democratica.

Presto saremo chiamati a nuove primarie. Ma non so se stavolta vi parteciperò, perchè sono stanca di vedere deluse le mie speranze, e sono stanca di contribuire ad eleggere persone che poi fanno tutto il contrario, non tanto e non solo di quello che vorrei io, ma che tradiscono le promesse fatte a tutti in campagna elettorale e quei valori essenziali che costituiscono il patrimonio ideale che caratterizza e dà un senso ad un partito in linea con la Costituzione.

Il guaio è che al momento non trovo proposte alternative credibili e accettabili per me, non potendo certo appoggiarmi al centrodestra peggiore d’Europa, ancora inquinato dal Berlusconismo, oltre che dalla presenza inamovibile di Berlusconi; e nemmeno mi fido di quell’altro padroncino confusionario e un po’ paranoico che si è costruito un partito di sua proprietà all’insegna del “vaffanc…”, l’ex comico Beppe Grillo fattosi capopopolo, in sodalizio con un imperscrutabile visionario come tal Casaleggio, cui non vorrei certo vedere affidata l’Italia.

Non mi resta che “divertirmi” (si fa per dire…) , o sfogare la mia frustrazione, scrivendo commenti sul mio blog e ai giornali, sotto gli articoli su fatti che più mi interessano o che suscitano la mia indignazione o disapprovazione, con lo pseudonimo che più mi si addice: “Cassandra testarda

Ne ho già scritti a centinaia, dal 2009 ad oggi, e ne conservo copia in file sotto il titolo “Parole al vento”. Tanto perchè sia chiaro a cosa servono e dove vanno a finire.

Se le parole, anche su internet, volano, almeno gli scritti rimangono.

Per questo ho continuato a leggere, documentarmi e scrivere per la carta stampata, pubblicando (sempre in proprio, con l’aiuto di qualche sponsor) altri due libri, di dimensioni più “umane” rispetto ai primi due, confezionati in file al computer con l’aiuto di mia figlia Federica, sempre dedicati alla storia di Castello d’Argile: “Le strade di Castello d’Argile”, uno stradario storico toponomastico uscito nel 2008, e, nel 2011, “I Mastellari” una saga famigliare argilese iniziata nel 1600 con generazioni di muratori e terminata con due emigrati: il pittore Filippo a Bogotà e poi a Cuba, e il fratello muratore Amadeo insediatosi a Panama, dove vivono tuttora i loro discendenti.

Ho poi collaborato a due iniziative collettive di ricerca storica (sempre gratuitamente), insieme ad altri sudiosi volontari del Gruppo di Studi pianura del Reno, coordinate dal Museo della civiltà contadina di S. Marino di Bentivoglio, e da Docenti dell’Università di Bologna, con contributi miei relativi alla situazione argilese, sui temi: “Mulini, canali e comunità della pianura bolognese tra Medioevo e Ottocento” (2009) e “Tutti a scuola? L’istruzione elementare nella pianura bolognese tra Otto e Novecento” (2013); le relazioni sono state pubblicate in due volumi editi da Clueb e sono acquistabili in libreria.

Infine, mi sono pure voluta cimentare nella critica biblica, dopo anni e anni di letture di testi sacri e profani, stampando, in poche copie tramite “ilmiolibro.it”( reperibili su ordinazione o scaricabili gratuitamente dal mio blog) un libro intitolato “Non nominare il nome di Dio invano”, con le mie osservazioni critiche sui primi 5 libri della Bibbia, da “lettore diversamente credente”, anzi, eretica rispetto ai dogmi elaborati e imposti nel corso dei secoli dalle gerarchie ecclesiastiche e al nefasto uso politico della religione che si è sempre fatto e si continua a fare. Ho ritenuto utile e doveroso far rilevare quanto sia “relativo”, contraddittorio, superato e discutibile il messaggio che viene da testi arcaici ritenuti impropriamente “sacri” e “dettati da Dio”, quando sono in realtà frutto delle convinzioni di uomini d’altri tempi, espressione in una cultura religiosa ancora legata a mitologie e a un’idea di Dio antropomorfa (simile a quella del Giove degli antichi greci) e al servizio di un solo popolo, quello ebraico, che si è voluto ritenere “eletto” da Dio ma che è stato uno dei più perseguitati della storia.
Il pericolo che sta  gravando anche sul mondo occidentale  a causa della recente espansione dell’estremismo islamico, che sta provocando conflitti e stragi in nome di un Dio chiamato Allah e di un altro libro “sacro”, il Corano, che in parte deriva o si ispira anche alla Bibbia ebraico-cristiana, dimostra ancora una volta nella storia a quali aberrazioni e degenerazioni il genere umano possa arrivare pretendendo  di applicare alla lettera testi definiti “sacri” e imporre una religione.
In questi ultimi anni ho quindi sentito l’esigenza di esprimermi a favore della laicità delle istituzioni pubbliche e della politica, e di un approccio critico, laico, razionalista e libero nella lettura e interpretazione dei suddetti testi,  collocandoli in una prospettiva storica che vada, oggi e in futuro, “oltre la Bibbia” e “oltre il Corano”. Se un dio creatore c’è, non può essere un dio nazionalizzato ad uso esclusivo di un popolo di “fedeli”,  il dio degli ebrei, o degli arabi, dei musulmani o dei cristiani. O lo è di tutti o non lo è di nessuno; e nessuno  dovrebbe arrogarsi il diritto di agire o parlare o dettar legge in nome suo, basandosi  su testi millenari che non sono stati nemmeno scritti di loro pugno dai  patriarchi o Profeti a cui si ispirano, Mosè, Gesù e Maometto, scritti  che contengono troppi messaggi contraddittori, superati, ora   di incitamento all’amore, ora di incitamento all’odio per gli “infedeli” e a guerre “sante”.

La responsabilità di quel che succede e si fa, oggi come ieri,  è tutta degli uomini, nel bene e nel male.

2017. Pubblicazione di un nuovo piccolo libro a due mani, con testo mio, e un’ultima battaglia, vinta, per evitare la cancellazione del “Comune” di Castello d’Argile.

Gli ultimi mesi di questo anno  mi hanno visto  di nuovo alla ribalta della cronaca per due  fatti che mi hanno coinvolto parecchio. Il primo fatto, più piacevole, è stata la pubblicazione di un nuovo libro con una formula per me nuova  e singolare: un volumetto intitolato “La piuma e il mattone, composto di due parti, una illustrata a fumetti da Simone Cortesi liberamente ispirata al mio testo, e l’altra  con il mio testo, intitolato “Le quattro stagioni della Casa del popolo di Castello d’Argile, frutto di una mia ricerca storica  specifica scritta  nel 2007 in occasione del Centenario della costruzione, e ora ripresa e valorizzata  in occasione dei 110 anni, con una iniziativa dell’Unione Reno-Galliera e col patrocinio del Comune nostro, curata da Elena di Gioia ed edita da Pendragon, che mi ha visto  partecipare a varie presentazioni pubbliche, da quella  nel Municipio di Castello d’Argile a quella  di Bologna, alla libreria Coop Ambasciatori.

Quasi contemporaneamente  mi sono trovata a dover contrastare una iniziativa del Comune di Castello d’Argile che da circa un anno si era improvvidamente  imbarcato in un progetto di “fusione”  con altri 3 comuni  della zona: Pieve di Cento. Galliera e S. Pietro in Casale. Progetto portato avanti   in modo subdolo, tenendo la popolazione nella più assoluta ignoranza delle implicazioni negative che questa fusione avrebbe comportato, ma nel tempo stesso diffondendo, a voce, col passa parola da bar tra  i fedelissimi, la convinzione che si sarebbe trattato di un  passo inevitabile e necessario per  riuscire a mantenere  in essere servizi pubblici importanti, in considerazione del fatto che ormai  ognuno dei nostri  Comuni  da solo non poteva più reggere i costi dei servizi, mentre con la fusione ci sarebbero stati garantiti da Stato e Regione incentivi economici per 10 anni tali da risolvere tutti i problemi  e realizzare  grandiosi progetti (tutti ipotetici e incerti). Vulgata insidiosa non suffragata da alcun documento scritto o progetto concreto e chiaro, che stava portando  alla cancellazione irreversibile di 4 Comuni, tra cui il nostro, che per secoli avevano lottato e progredito proprio grazie alla loro autonomia istituzionale, superando le tante e maggiori difficoltà economiche e sociali affrontate nei vari periodi storici, grazie all’impegno di Sindaci , assessori e cittadini desiderosi di  veder crescere il proprio paese. Quando mi sono resa conto di quel che stava accadendo, ho tentato di dissuadere il  Sindaco Giovannini  e il partito, il PD, che stava portando avanti il progetto di fusione, per me assurdo, scrivendo nel marzo scorso una lunga lettera in cui spiegavo ampiamente le ragioni simboliche e pratiche, istituzionali e storiche, della mia contrarietà, con un chiaro invito a “Non cancellate il Comune di Castello d’Argile!”. Non ho ricevuto nemmeno un cenno di risposta nè dall’uno nè dagli altri, che hanno continuato ad agire imperterriti  con generici annunci “verso la fusione”,  dietro la promessa che comunque sarebbero stati “ascoltati i cittadini”, mentre di fatto li si ignorava o malinformava, e si impediva un referendum preventivo. Dopo mesi di questa surreale situazione, si è visto venire alla luce  un abbozzo di progetto di “Comune unico per tutti” inventato a tavolino mettendo insieme 4 pezzi di carta topografica,  su un territorio vasto composto da ben 16 comunità estrapolate da 4 ex comuni declassati a frazioni, lontane e scollegate fra loro e presumibilmente mal governabili. A quel punto non ho potuto resistere all’invito  che mi è stato rivolto  da altri cittadini comuni e da   esponenti delle forze politiche di opposizione in Consiglio comunale, il Movimento 5Stelle in particolare, e il Centrodestra, di costituire un Comitato civico per lottare con un minimo di struttura  organizzata, “contro la fusione”, riunendo una ventina di persone di Argile e Mascarino di varia estrazione culturale e politica. Pur riluttante e consapevole della fatica  che tale impegno avrebbe comportato per me,  e vedendo che non si trovava un altro  componente disposto a farlo, ho accettato il ruolo di presidente/portavoce di questo Comitato, e mi sono buttata a capofitto nell’organizzaione di  iniziative di informazione della popolazione,  con volantini, manifesti, raccolta di firme ai gazebo allestiti nei sabati e domeniche nelle piazze di Argile e Mascarino; e infine con una Assemblea pubblica da noi promossa, dopo aver dovuto subire  la grottesca  sceneggiata dei 4 ” incontri partecipati” organizzati dall’Ervet per conto dei Comuni e dislocati  in 4 sedi diverse del territorio interessato; incontri che non sono serviti  a far conoscere  concretamente in cosa consisteva la fusione, ma a prendere in giro i partecipanti con domande inutili senza possibilità di risposta o di critica fuori del temino assegnato. Tutti i componenti del Comitato,  chi più chi meno, ognuno secondo le proprie possibilità, si sono dati da fare per collaborare e infine il nostro impegno ha avuto un successo repentino e insperato agli inizi, quando pareva  che la nostra fosse una battaglia impossibile. Sono state raccolte ben 661 firme, e nel frattempo il Pd, che aveva  invitato i sindaci ad aderire al progetto di fusione e osteggiato con insulti e accuse di “falso” i nostri scritti e la nostra mobilitazione,  ha fatto una precipitosa marcia indietro, invitando i sindaci dalla sera alla mattina, a rinunciare all’iter della fusione. I sindaci hanno prontamente obbedito, e annunciato pubblicamente e ufficialmente che “la fusione non si farà”.

Magda Barbieri

Nota finale

Quando mi soffermo a pensare a tutte le cose che ho fatto dal 1973 in poi a Castello d’Argile, mi chiedo perchè mai mi sono impegnata tanto per un paese che per tanti suoi aspetti non amavo e che non mi amava, o quanto meno non mi conosceva o non mi capiva, forse per colpa mia e della mia scarsa capacità comunicativa e di relazione, che si accendeva solo quando avevo qualche “causa” per cui battermi e si spegneva subito dopo.

La risposta sta forse nella mia determinazione di voler mettere in pratica la mia idea di dovere civico e di cittadinanza attiva, convinta che anche  il mio modesto contributo fosse necessario e utile per la realizzazione di una democrazia partecipata dal basso, pur da questo piccolo angolo di mondo, apparentemente insignificante e ininfluente.

Ciò che mi ha più deluso è stata la sensazione che la mia partecipazione spontanea senza secondi fini o mire di carriera politica personale (avendo sempre privilegiato  la cura della famiglia), sia stata poi nei fatti usata per soddisfare mire altrui, a più alto livello, senza raggiungere quelli che erano i miei obiettivi e scopi di bene comune.
Nei primi anni della mia attività pubblica  qualcuno sconsigliò chi voleva propormi per una candidatura in lista locale, dicendo che “non ero adatta  a fare politica”. Qualcun altro, dopo il mio primo articolo sul Carlino mi definì “grafomane”. Ebbene, alla luce  del mio scarso successo in materia  e di come  è stata corrotta la politica in Italia, e  ripensando a quanto ho scritto in 40 anni,  devo riconoscere che avevano ragione entrambi.

Spero che comunque il mio impegno sia servito qualche volta a produrre qualcosa di buono e di utile, o a favorire eventi positivi. Ma ho molti dubbi in proposito. Anche se, potendo tornare indietro, probabilmente rifarei tutto quello che ho fatto, perchè in quel tempo e in quelle circostanze, mi sembrava la cosa giusta.


*
Scritto il 13 ottobre 2013. Con qualche correzione e aggiornamento  in aprile 2015.

**Ultimo aggiornamento: dicembre 2017

PRO MEMORIA SULLA ATTIVITÀ CIVICO- POLITICA e LETTERARIA . Indice cronologico

Dal 1975 /1977 – Impegno negli Organi collegiali della scuola e nel comitato di gestione della Biblioteca. Fondazione di una Associazione Genitori Argilesi (A.Ge.A). Collaborazioni giornalistiche nel mondo della scuola.

1978 /1979 – Prima battaglia contro l’inserimento del Comune di Castello d’Argile nel Consorzio Socio Sanitario di S. Giorgio di Piano – Usl 25.

Inizia la collaborazione con il Resto del Carlino per aiutare la “causa”

1 gennaio 1980. Prima battaglia persa. La Regione mette Castello d’Argile nell’USL 25

1981. Per motivi di famiglia devo dire addio all’insegnamento e al mondo della scuola

1983. Contro le bollette trimestrali del gas a consumo presunto. Volantini e referendum (vinto)

1983-84. Contro la nuova Circonvallazione (o raccordo tra la Provinciale Sud e la Provinciale Nord). Opposizione e petizione inascoltata

1984/1985/ 1987. Nuova battaglia per uscire dall’USL 25 ed entrare nella USL 30 di Cento. Vinta, questa volta

1987-89. Arriva la vendetta dell’USL 25 nei miei confronti: una querela per un articolo su un caso di inadeguato servizio di Pronto Soccorso a S. Pietro in Casale. Poi ritirata, anche in seguito alla mia controquerela per volantini dell’USL diffamatori contro di me.

1989 – La Direzione Provinciale del Tesoro “scopre” dopo 9 anni che la mia attività giornalistica è incompatibile con la pensione e pretende da me la restituzione di 53 milioni per “recupero erariale”!!! Dimissioni forzate da Il Resto del Carlino. Anche se poi il provvedimento decadrà perchè la norma su cui si basava  fu dichiarata incostituzionale.

1989 – Comincio a dedicarmi alla ricerca di documenti e allo studio per scrivere la storia di Castello d’Argile. Ma il Comune nel 1991 affida a 8 professori l’incarico di scrivere la storia del paese

1992-1993 La proposta di chiusura della scuola elementare della frazione Venezzano divide di nuovo la popolazione tra pro e contro. E mi ritrovo a presiedere un nuovo comitato e a promuovere una nuova petizione.

1992-1993- Osservazioni al PRG e petizione contro il progetto di nuova strada in Bisana

1993. Si riapre la questione delle USL col nuovo Piano Sanitario Nazionale e Regionale che impone nuovi accorpamenti in ambiti territoriali coincidenti con i confini di Provincia. Argile e Pieve devono separarsi da Cento e riaggregarsi a S. Giorgio e alla zona Bologna Nord. Nuova petizione sovracomunale, insieme a medici e cittadini di Cento e di Pieve per una Usl comprendente la n. 30, la n. 25 e la n. 26. Inascoltata.

1995 Si costituisce, per mia iniziativa, il “Gruppo di impegno civico argilese” a sostegno della candidatura di Prodi a livello nazionale e di una lista “civica” di centrosinistra a livello locale.

1996 – Il primo Comitato per l’Ulivo, tra speranze e difficoltà.

1995-1999. 4 anni da Assessore alla Sanità e Servizi sociali: i problemi di gestione e fruibilità delle strutture sanitarie e sociali, in Argile e nel nuovo ambito USL Bologna Nord, la Comunità alloggio, il Centro Sociale culturale, il nuovo poliambulatorio…

1996-1998. I difficili rapporti con la Seabo (ex Acoser, ex AMGA) per il problema dell’acqua “rossa”; mai risolto, nonostante le tante mie sollecitazioni nella apposita Commissione.

1996-1998. Dalla prima vittoria dell’Ulivo nel 1996 alla prima sconfitta nel 1998.

1999 . In Argile, in giugno, la lista “Progetto democratico” con un candidato sindaco DS, perde.
In Italia, Prodi e Parisi fondano il nuovo partito dei “Democratici” dell’Asinello

2000-2001-2002. Da “I Democratici” alla Margherita, al nuovo Ulivo guidato da Rutelli. Ma vince di nuovo Berlusconi. E la Margherita esordisce a Parma con la fuga di Parisi. Più che un percorso politico, una Via Crucis

2002-2004. Costituisco un Circolo della Margherita ad Argile e curo la segreteria del Coordinamento dei Circoli del Collegio 18. Candidatura mia in lista per la Provincia nel 2004

2005-2008. Sulle montagne russe, tra vittorie e sconfitte di Prodi, di nuovo al governo tra 2006 e 2008, mentre nel 2007 dall’unione di DS e Margherita nasce il Partito Democratico, con le primarie, a cui partecipo.

2009. Il caso Englaro e il mio sostegno alla proposta di Ignazio Marino per il testamento biologico.

2009-2013 Grazie a internet , ora il mio “impegno politico” si manifesta solo sulla tastiera del Pc con “parole al vento”, commenti su blog e giornali. Mentre continuo a dedicarmi alle ricerche storiche.

2017. Pubblicazione di un nuovo piccolo libro a due mani, con testo mio, e un’ultima battaglia, vinta, per evitare la cancellazione del “Comune” di Castello d’Argile.

 

Pubblicato anche su

http://magdabarbieri.blogspot.it/

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