Immigrazione e emigrazione di ieri e di oggi. Dove sta la differenza

11-nave carca emigranti a buenos airesL’approdo in Italia  di centinaia di migliaia di “migranti” clandestini provenienti da vari Paesi dell’Africa e dell’Asia, quasi sempre senza documenti, scaricati sulle coste italiane dalle navi di “salvataggio” delle ONG, Organizzazioni non governative che li prelevano da gommoni in voluta avaria nel Mediterraneo, portati da trafficanti di esseri umani provenienti dalla Libia, è l’argomento di maggior attualità in Italia; anche perché a queste centinaia di migliaia di profughi e/o clandestini poi l’Italia deve provvedere con fondi del Bilancio nazionale per sostenere gli alti costi dell’accoglienza, del mantenimento per anni in centri appositi in attesa di identificazione e stabilire se hanno o no diritto al riconoscimento dello status di rifugiato. Quindi si dovrebbe poi provvedere al rimpatrio dei non aventi diritto (la stragrande maggioranza); rimpatrio che si rende di fatto impraticabile per gli alti costi, e anche perché i paesi di origine, o altri Stati europei, non li vogliono, e perché nel frattempo molti si rendono irreperibili, o cercano di scappare altrove, o si imbucano nel mare magnum della clandestinità, tra lavoro nero, sottopagato, o tra le spire del caporalato, o restano parcheggiati sine die in Centri di accoglienza  su cui lucra la criminalità organizzata (vedi inchieste su Mafia capitale, Cara di Mineo e di Isola Capo Rizzuto).

Molti cittadini e alcune forze politiche di opposizione stanno contestando e protestando contro questo anomalo ed esorbitante fenomeno, che nasce e si espande nell’illegalità e rende impossibile una reale integrazione, sia sul piano sociale che economico, di tanti “migranti”, con una situazione nazionale di altissimo deficit di bilancio e diffusa disoccupazione ( e con una densità media di popolazione di circa 206 abitanti per Kmq, una delle più alte in Europa).

Qualche magistrato sta conducendo indagini per fare chiarezza su questa situazione e vedere se non ci siano interventi illeciti anche da parte delle stesse ONG che favoriscono questo continuo traghettamento di clandestini sulle nostre coste, in atto ormai da anni e sempre crescente. E’ evidente che se c’è chi mette volutamente, e a fini di lucro, migliaia di persone  in situazione di pericolo in mare, poi  di fatto si costringono altri a impegnarsi nel salvataggio per evidenti ragioni di umanità e secondo le leggi del mare; e se questi altri , nel caso le navi delle ONG, stazionano stabilmente  sul limite delle acque territoriali in attesa dei candidati al naufragio, di fatto completano e favoriscono l’opera dei trafficanti, che ritornano a carico pieno ogni giorno.
Molti si chiedono anche se questo debba essere il compito delle organizzazioni non governative, alcune di recente istituzione e altre nate decenni fa con lo scopo  originario di prestare assistenza sanitaria o economica alle popolazioni dei paesi sottosviluppati “a casa loro”; e per questo ricevevano e ricevono contributi da singoli privati e da  istituzioni  pubbliche. Ora ci si chiede il perchè di questo recente  loro costosissimo interventismo su navi nel Mediterraneo per favorire una trasmigrazione di masse di diseredati che non risolve i problemi degli Stati all’origine (conflitti, carestie, miseria, sovrappopolazione, degrado..) e ne crea tantissimi al punto di arrivo.

Ma a tutti quelli che sollevano dubbi si sta opponendo una levata di scudi di autorità di governo, dal presidente della Repubblica al Papa, a religiosi, scrittori e giornalisti che accusano di strumentalizzazione politica antigovernativa, razzismo, fascismo, o quantomeno di mancanza di solidarietà e umanità quanti non plaudono all’accoglienza indiscriminata di tutti e a questo “salvataggio di vite” programmato e organizzato come una catena di montaggio tra gli scafisti e le ONG, che peraltro non riesce ad evitare la morte in mare di migliaia di questi deportati , e le vessazioni, torture e sfruttamento di cui sono oggetto  in Libia e nei lunghi viaggi  dai luoghi di partenza.
Per giustificare l’obbligo morale alla accoglienza ci si richiama sempre al passato e al fatto che anche noi italiani siamo stati emigranti, mettendo sullo stesso piano l’emigrazione dei “nostri” nella seconda metà dell’800 e inizio ‘900 e queste migrazioni forzate in atto da alcuni anni verso l’Italia e l’Europa, che per certi aspetti sembrano più una deportazione di schiavi che una normale emigrazione come si è sempre registrata nella storia dei popoli.

Ma si sta facendo un grosso errore di interpretazione e valutazione, sia della storia che del presente, perché i due fenomeni non sono comparabili e presentano solo in parte aspetti comuni, ma ne presentano tanti altri totalmente diversi, soprattutto nelle modalità e nel fatto che nessuno Stato in passato si faceva carico del mantenimento degli immigrati, che dovevano arrangiarsi a mantenersi da soli col loro lavoro, se e quando ce ne era la possibilità.

Va ricordato infatti che i nostri nonni che emigrarono per sfuggire a condizioni di miseria e di fame in Italia, partivano (con o senza famiglia) con il passaporto rilasciato dalle autorità, avevano un mestiere alle spalle, erano contadini, muratori, artigiani, e andavano in paesi poco popolati e in espansione, dove c’erano richieste e tante possibilità di lavoro, nelle fattorie, piantagioni, miniere, edilizia, nuove strade, ponti, ferrovie da costruire; erano animati dalla volontà di costruirsi una nuova vita nel rispetto delle leggi locali  e volevano integrarsi nel nuovo mondo. Restavano se trovavano lavoro e si mantenevano quindi da soli, nessuno Stato li manteneva gratis, se non in certi casi, per i primi giorni; o, in altri casi, gli si anticipava il pagamento del viaggio, da restituire. Ma poi se non riuscivano a trovare lavoro stabile o se la situazione dello Stato di arrivo non offriva più possibilità per sopravvenute crisi economiche interne, dovevano andarsene altrove e/o tornare in Italia, pagandosi il viaggio di tasca propria o con l’aiuto di parenti se erano rimasti in miseria.

Emigrazione e immigrazione erano comunque sempre regolamentati, in partenza e in arrivo, da ogni Stato, secondo le rispettive esigenze di manodopera e la situazione economica in atto.

Peraltro, anche tutti gli italiani di oggi che emigrano, non vanno a farsi mantenere da nessuno e nessuno li mantiene; ma si mantengono da soli se e quando trovano lavoro.
Questa follia attuale dell’accoglienza indiscriminata con la pretesa che lo Stato italiano si faccia carico di migliaia di persone senza documenti e senza alcuna meta definita, scaricate a getto continuo sulle coste italiane, in nome di una “solidarietà” astratta, predicata quasi sempre da personaggi autorevoli ben pagati e protetti, e imposta a cittadini comuni su cui poi di fatto ricade il peso dei costi economici e sociali di questa accoglienza, non sarà sostenibile a lungo.

Se poi ci aggiungiamo il fatto che la maggior parte dei “migranti” attuali sono di pelle nera e anche in buona parte fedeli di religione islamica,  la percezione più diffusa è che si stia  praticando una  forzata immissione di gruppi di  persone totalmente estranee al tessuto sociale di paesi e città dove vengono distribuiti e collocati (o “parcheggiati”) . Di conseguenza  è comprensibile che queste immissioni siano vissute con ostilità o diffidenza reciproca; quando non sconfinano in generalizzato rifiuto e  xenofobia. Senza contare le ovvie strumentalizzazioni che del disagio fanno i partiti di opposizione (che altrettanto ovviamente puntano ad accrescere il proprio consenso popolare).

E’ abbastanza comprensibile che l’integrazione di immigrati in una comunità locale sia più facile e attuabile se c’è affinità culturale, di costumi di vita, e di fede religiosa. Il “multiculturalismo” che tanti sembrano  considerare come un obiettivo raggiungibile e auspicabile  per poter vivere tutti  insieme in pace nella diversità, dove è già stato messo in atto, soprattutto  nei confronti degli immigrati di religione islamica, non ha dato i frutti sperati, creando spesso situazioni di disagio sociale, incomunicabilità, ghettizzazioni, enclave dove si osserva la legge islamica prima di quella nazionale, con manifestazioni di ribellione fomentata dall’integralismo religioso, sconfinante in tanti casi in atti di terrorismo compituti da giovani  discendenti da immigrati di decenni fa, tutt’altro che ben integrati, ma animati da odio per l’Occidente anche quando messi in condizioni di vita accettabili. Vedi quanto accaduto in Belgio, Francia, Germania e Inghilterra, ma anche in Danimarca o Svezia.
Servirebbe quindi un approccio più razionale e realistico, al di fuori degli opposti estremismi dei “buonisti” e di “cattivisti”, per frenare questo esorbitante fenomeno migratorio all’origine e ricondurlo entro binari di legalità e limiti di sostenibilità, con gestione e bilanci  alla luce del sole, nell’interesse di tutti, migranti, cittadini  e ONG.

Così come  si è proceduto finora, a beneficiare di questa anomala immigrazione sono stati scafisti e trafficanti di esseri umani “a monte” , e criminalità organizzata  o improvvisata localmente “a valle”. A pagare  sono gli stessi migranti, prima per il pericoloso e illusorio viaggio e poi  per l’assoluta incertezza sulla loro sistemazione presente e improbabile integrazione futura. Infine, pagano  gli italiani, come cittadini contribuenti dello Stato per gli alti costi  di “salvataggi”, accoglienza  e mantenimento; e, in molti casi pagano anche come donatori volontari  di  contributi alle ONG per compiti impropri che non sono quelli originariamente stabiliti, dichiarati e propagandati fino a qualche anno fa. Per non parlare degli squilibri che si sono verificati nel mondo del lavoro e qualche disagio sociale in più sul piano della sicurezza.

*** Per chi avesse tempo e voglia di saperne di più sull’emigrazione di un secolo fa, riporto qui alcune pagine di una mia ricerca di anni fa confluita nel libro “I Mastellari da Argile alle Americhe. Storia di Filippo e Amadeo, un pittore e un muratore che varcarono l’oceano in cerca di fortuna” (leggibile integralmente al link https://magdabarbieri.wordpress.com/category/libri/

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10-emigranti in attesa al portoCome già accennato in capitolo precedente, va ricordato che in quegli anni era in atto un forte fenomeno migratorio dall’Italia (e non solo) verso il continente Americano, nord, centro e sud. Secondo una statistica pubblicata su Internet1, che si basa su fonti ISTAT, tra il 1886 e il 1890 emigrarono dall’Italia un milione e 110 mila persone, di cui 871 mila uomini. Notevole fu anche la “fuga” dall’Emilia e da Bologna e provincia, anche se, rispetto ad altre regioni, il fenomeno fu meno consistente. Stando ai dati pubblicati nello stesso sito sopra citato, nel ventennio tra 1880 e 1900, dall’Emilia emigrarono in media 3 abitanti su 1000, mentre dal Veneto ne emigrarono 20,31, dalla Basilicata 16,52, dal Piemonte 9,94. In cifre assolute, è scritto che dall’Emilia Romagna emigrarono 220.745 persone, tra il 1876 e il 1900, e altre 469.429 tra il 1901 e il 1915.  ……..

L’emigrazione verso il continente americano non fu fenomeno solo italiano. Risulta infatti che tra il 1892 e il 1924, più di 22 milioni di immigrati, provenienti in gran parte dall’Europa, ma anche da altri continenti, sbarcarono ad Ellis Island, il punto di approccio, raccolta e smistamento presso New York, utilizzato soprattutto da chi era diretto verso gli Stati del nord, Usa e Canada, ma anche da chi voleva reimbarcarsi poi e dirigersi verso quelli del Centro o il Sud America.

Genova e Napoli erano i porti italiani da cui partivano in prevalenza gli emigranti provenienti da tutte le regioni, diretti verso le Americhe, su navi a vapore e bastimenti delle maggiori compagnie di navigazione, che, insieme alle Agenzie Marittime, e con l’aiuto di agenti, subagenti, mediatori e sensali locali, svolgevano una intensa azione di propaganda per indurre all’emigrazione masse di poveri contadini, braccianti e muratori disoccupati o male occupati.
E’ stato scritto che il Brasile nel 1895 disponeva in Italia di una rete formata da 34 agenzie e più di 7.000 sub-agenti che giravano le fiere di paese con compiti di reclutamento2.
7-Cartina centroAmerica politica a coloriAlla Prefettura di Bologna nel solo anno 1889 furono diverse le domande presentate per ottenere la licenza di Sub-agente con autorizzazione ad operare nella provincia di Bologna. Tale licenza era diventata infatti obbligatoria in base alla prima legge sull’emigrazione, emanata giusto il 30 dicembre 1888 dal governo Crispi. Licenza generalmente concessa, e poi solo in qualche caso revocata o sospesa per inadempienze o scorrettezze accertate
3. Le Agenzie che risultano rappresentate, stando alle carte bolognesi, erano quelle della “Società Unione marittima Italiana”, la “Navigazione Generale Italiana”(Società riunite Florio e Rubattino), l’”Agenzia Generale Marittima”, la “Società La Veloce – Navigazione Italiana a vapore”, la “Ditta fratelli Gondrand”, la “Parodi Ernesto di Nicolò – Conservatori del mare”, con sedi centrali generalmente a Genova e Agenti e Sub-agenti di Bologna, Crevalcore, S. Agata o nella Romagna.

Il Brasile fin dal 1867 aveva promulgato una legge a favore dell’immigrazione, facendosi carico del viaggio, per avere manodopera disponibile da impiegare nelle grande piantagioni di caffè dei fazendeiros, proprietari di grandi latifondi o aziende. Ma di emigranti ne arrivavano così tanti da rendere impossibile il loro collocamento e i nuovi arrivati, come tanti prima di loro, versavano “nella più squallida miseria ” e alla mercé di epidemie di febbre gialla che causava grande mortalità. Così scriveva infatti il Ministero dell’Interno in una Circolare del 7 marzo 1889, mettendo in guardia chi volesse partire. Anzi si allegavano telegrammi del Capo del Governo, Crispi, o del ministro dell’Interno, che vietavano ad Agenti e Sub-agenti di reclutare altri emigranti per il Brasile e intimavano ai prefetti di sospendere o ritardare il rilascio dei passaporti per quella destinazione (Porto Alegre o San Paolo). Disposizioni che devono essere state ignorate o sospese poco dopo, perché nel 1890 di richieste e di concessioni di passaporti per il Brasile ne abbiamo viste tante.

A braccianti e contadini i Governi di altri paesi del Centro o Sud America e gli Agenti delle compagnie di navigazione promettevano il rimborso posticipato delle spese di viaggio e persino l’assegnazione gratuita di appezzamenti di terra (Uruguay), per attirarli a bonificare terre aride e impervie o per lavorare alla costruzione delle ferrovie allora in grande sviluppo, in climi malsani e situazioni sanitarie infestate da epidemie. Gli archivi sono pieni di carteggi in proposito e di circolari del ministro dell’Interno, Berti, ai Prefetti perché diffondessero le informazioni sulle situazioni reali di quei paesi e mettessero in guardia dai contratti-capestro degli Agenti delle compagnie di navigazione o degli impresari di grandi lavori ferroviari. Raccomandazioni spesso inascoltate.
Al contrario di detti Stati del Centro e Sud America, gli Stati Uniti, nel 1885, avevano invece emanato una legge che vietava a privati, Compagnie, Associazioni o Corporazioni di pagare anticipatamente il viaggio o stipulare anticipatamente un contratto di lavoro agli emigranti, per scoraggiare l’emigrazione, già rilevantissima in USA, più e prima che altrove, e per scoraggiare appunto anche il dilagare dei succitati contratti – capestro utilizzati dagli speculatori.
Ma la confusione era grande, e le leggi poco conosciute e poco o mal applicate.
Riportiamo qui, a titolo di esempio, il testo di una circolare del ministro dell’Interno, L. Berti, datata 26 luglio 1889, diretta a Prefetti, Sotto Prefetti e Sindaci del Regno, e con oggetto l’emigrazione in
Chilì (il Cile).

16-Circolare Ministro Berti per Chilì.1889Partono con qualche frequenza per il Chilì comitive numerose di operai italiani messi assieme da speculatori sulle piazze di Genova, di Marsiglia e di Bordeaux con promesse di sicura occupazione ed alte mercedi in lavori di strade ferrate, miniere e simili. Ma arrivati a destinazione i nostri braccianti incontrano tante e tali difficoltà a trovare lavoro, che finiscono per abbandonare quel paese ridotti a male dagli stenti e dalle privazioni e per andare in cerca di migliore ventura in altre regioni.
Il governo del Chilì è benevolo per verità verso gli emigranti; li ricovera e mantiene a sue spese per i primi quindici giorni dall’arrivo, durante i quali devono cercarsi un collocamento. Ma siccome mancano i lavori pubblici e le imprese di colonizzazione, ed i privati preferiscono per ragioni di razza e di lingua gli operai spagnoli e portoghesi e non curano i nostri, questi, licenziati dai ricoveri governativi, si trovano alle prese con la fame.
I nostri operai devono quindi diffidare di coloro che li eccitano ad emigrare al Chilì, perchè l’emigrazione è, a quella volta, almeno per ora, disastrosa.
Si prega di rendere pubbliche queste notizie nei soliti modi”

Circolari del Ministero degli Interni e Bollettini del Ministero degli Affari Esteri con informazioni sulla situazione dei vari Paesi esteri e raccomandazioni simili si susseguivano più volte ogni anno4.
Ciò nonostante, le richieste di passaporto alla questura di Bologna per espatriare furono tante, anche se non quantificabili per mancanza di dati esatti. E ci furono anche tanti casi di rimpatrio, perchè il “sogno americano” si era rivelato un incubo. Tra i carteggi letti in archivio nel fondo della Prefettura5, citiamo solo il caso sfortunato di un giovane di S. Agata bolognese, Enrico Canè, che, nel 1890 in Brasile, trovandosi in “condizioni critiche”, chiese aiuto alle autorità per rientrare in patria e dovette farsi mandare i soldi dal padre: 240 lire, cambiate in sessantamila reis, moneta brasiliana, per pagare il piroscafo Adria da Rio de Janeiro a Genova; e occorrevano altri 23.320 reis per rimborsare altre spese colà sostenute.…..

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Del resto doveva essere molto improbabile che (un emigrato argilese, ndr) potesse mettere da parte dei risparmi da inviare in Italia se la situazione in Brasile in quegli anni era quella descritta dai Bollettini del Ministero degli Affari Esteri e dalle circolari del Ministero dell’Interno.
Consta al regio governo – era scritto nell’estratto dal Bollettino del novembre 1897 con“Notizie concernenti l’emigrazione italiana”che taluno tenta di raccogliere, nel regno, un certo numero di famiglie agricole per avviarle, per la via di Rio de Janeiro, allo Stato di Espirito Santo, nel Brasile. Ricordiamo ai nostri contadini che vige tuttora il divieto emanato dal regio ministero dell’interno nel 1895, per cui gli agenti italiani non possono fare operazioni di emigrazione per l’Espirito Santo. Ma oltracciò da tenersi in conto che le condizioni degli emigranti italiani in detto Stato sono assai critiche, e che essi non si sentono del tutto tranquilli dopo i dolorosi fatti che cagionarono, in San Giovanni Petropolis, la morte di vari nostri connazionali ed il ferimento di altri.
Bisogna dunque che gli agricoltori italiani resistano a qualunque lusinga e che rifiutino ogni proposta, che loro venisse fatta per indurli ad emigrare alla suddetta regione”

Nel Bollettino del Ministero degli affari Esteri” del maggio 1898, riguardo all’emigrazione a San Paolo in Brasile, secondo il rapporto del Cav. L. Gioia, regio Console Generale, questa era la situazione:
Per l’aggravarsi della crisi economica, prodotta dal ribasso sul prezzo del caffè e dal deprezzamento continuo della carta-moneta, si rende ogni giorno più difficile per gli emigranti nuovi arrivati di trovare una collocazione qualsiasi che procuri loro non l’agiatezza, ma i semplici mezzi di sussistenza. Per motivi di economia vennero sospesi parecchi dei grandi lavori dello Stato, dei municipi e delle società ferroviarie, le imprese private si limitano al puro necessario, le costruzioni urbane, prima numerose, ora son divenute rare; i banchi, le case di commercio, gli uffici in generale non accettano nuovi impiegati e non sostituiscono gli uscenti con altri; infine, l’incertezza dell’avvenire e la sfiducia si ripercuotono in tutti i rami del commercio e delle industrie.
Nelle campagne le condizioni non sono migliori, giacchè non pochi dei proprietari si trovano dissestati nei loro interessi, ed i coloni non possono, se non con molte difficoltà, ottenere almeno una parte di quanto loro dovuto. Tutto ciò costituisce attualmente una situazione sfavorevole per chi voglia tentare la fortuna in questa regione, e perciò è da sconsigliare assolutamente di emigrare a chi, per lo meno, non eserciti un mestiere determinato, come di muratore, falegname, calzolaio, sarto, cuoco. ecc.. o non abbia qui qualche parente od amico cui appoggiarsi per essere sovvenuto durante alcuni mesi, poiché si esporrebbe ad andare incontro a sofferenze superiori a quelle cui egli crede di sfuggire lasciando l’Italia.
L’unità monetaria che è il mil reis, del valore, col cambio pari, di lire 2,84, vale attualmente 60 centesimi circa. Un discreto operaio può guadagnare in media cinque mila reis al giorno, cioè circa lire 3, mercede che, dato il caro degli alloggi e di non pochi oggetti di prima necessità, rappresenta un compenso meschino, impari ai più semplici bisogni di vita.
In peggiori condizioni poi si trovano coloro che fingendosi agricoltori, vengono gratuitamente in questo Stato coll’immigrazione ufficiale. Quivi giunti ed internati nelle Fazendas, tostochè vengono riconosciuti inetti ai lavori agricoli, spesso vengono colpiti da gravi infermità per le dure condizioni d’esistenza e di lavoro cui devono assoggettarsi, essi sono costretti a passare attraverso le più penose peripezie, senza aver neanche la sicurezza di poter far ritorno in quella patria abbandonata tanto leggermente e che, dopo, inutilmente rimpiangono”.

Sull’emigrazione nello Stato di Minas Geraes (così chiamato per le sue importanti miniere) era scritto nel Bollettino del Ministero degli affari esteri del settembre 1900 – Rapporto del cav. E. Negri…regio console in Juiz de Fora

Nella mia breve permanenza in Bello Horizonte, nuova capitale di questo Stato, ho dovuto purtroppo constatare le deplorevoli condizioni economiche della maggior parte dei nazionali, non solo operai, ma anche di quelli appartenenti alla classe più colta, come architetti, intraprenditori di lavori, ed altri. Per causa dell’inevitabile periodo di sosta dopo terminata la costruzione del primo nucleo della incipiente città ed a motivo della strettissima economia cui si vide ridotto il governo di Minas per ristaurare le sue finanze, non si trova attualmente alcun lavoro per procurare qualche guadagno agli italiani, la cui situazione diviene di giorno in giorno più critica.
Persone di civile condizione, giunte pochi anni sono dall’Italia con un discreto capitale, si vedono arrivare al punto di chiedermi il viaggio gratuito per rimandare nel regno le proprie famiglie… E’ perciò necessario portare questo stato di cose a notizia dei sindaci del regno, affinché con opportuni consigli risparmino ai loro amministrati la sventura di emigrare a Bello Horizonte ed, in generale, allo Stato di Minas Geraes, se non abbiano la precisa sicurezza di avere qui una immediata e ben rimunerata occupazione”.
….
Lo scontro con la nuova realtà è molto forte, le difficoltà sono tante, dal senso di smarrimento al problema della ricerca del lavoro, dal costo della vita alla disillusione del viaggio. Le illusioni o le speranze svaniscono, pervade il pentimento e sopravviene la decisione del ritorno…ma “il rimpatrio non si può concedere”.

E ancora, sull’emigrazione al Parà (Brasile) – Dal Bollettino del Ministero degli affari esteri, settembre 1900 .Da qualche tempo giungono qui artisti di canto…Giungono pieni di speranze, perché si è detto loro che il clima di questo Paese è sano, la vita facile ed il guadagno grande. Che avviene poi? Appena sbarcati si accorgono che le cose stanno in ben altro modo; ma oramai è tardi e bisogna che rimangano. A certi artisti si disse che bastano tre lire al giorno per vivere, mentre la loro paga era di 300 franchi mensili; la verità è, invece, che qui, per vivere modestamente, senza privazioni, non sono sufficienti 20 mila reis al giorno (circa 25 franchi)… Il vitto, poi, è carissimo… e poi l’acqua si paga e la lavatura e stiratura d’una camicia costa mille reis.
Il lavoratore, l’operaio scende dal piroscafo pieno di salute, di coraggio e d’illusioni: ma poco dopo piange amaramente, imprecando a chi l’ha indotto ad abbandonare il proprio paese. Dopo aver consumato i pochi risparmi portati con sé, va al regio vice consolato per chiedere un aiuto, ed il rimpatrio, che là non si può concedere. L’anemia propria dei paesi equatoriali, s’impossessa, dopo tante privazioni, del suo organismo, cosicché perde presto l’energia morale o la salute”.
Spesso la colpa è della cattiva informazione, si diffondono voci mendaci di opportunità di lavoro in un Paese e la verità si apprende solo una volta arrivati alla meta. In questi casi utilissima è la diffusione dei comunicati dei Bollettini ufficiali, che informano sulle reali opportunità”.

Ciò nonostante il flusso migratorio di italiani verso il Brasile fu ancora rilevantissimo: evidentemente l’esca del viaggio di andata gratis, garantito da una legge del governo brasiliano del 1867, aveva un potere di attrazione che superava qualsiasi altra remora. In particolare, fra il 1892 e il 1910, 70.000 italiani emigrarono nel Minas Gerais. La maggioranza erano contadini dell’Emilia-Romagna, Veneto, Calabria e Campania…..

Eppure i racconti di alcuni emigrati in precedenza riferivano di difficoltà e condizioni di vita disumane: malattie, insetti parassiti sempre presenti e insidiosi, serpenti velenosi in agguato per chi girava scalzo, guadagni miseri. Tanti avrebbero voluto tornare ma non ne avevano i mezzi. Altri emigrarono ancora verso l’Argentina che pareva più vivibile e accogliente.
……
Va ricordato che nel 1901 fu emanata una legge che regolamentava l’emigrazione, soprattutto riguardo alle condizioni di trasporto sulle navi a vapore, per assicurare maggior controllo per l’igiene e le condizioni di vita e per contrastare truffe e raggiri, purtroppo frequenti, a danno dei poveri emigranti, compiuti da agenti e sub agenti senza scrupoli.

Oggi gli oriundi italiani in Minas Gerais sono 2 milioni di persone (10,6% della popolazione), di cui 1 milione vive nella città di Belo Horizonte e il resto soprattutto nel sud dello stato. E sono quelli che “ce l’hanno fatta”, sia pur a prezzi di sacrifici enormi.  …….

*** NB Pagine estratte dal libro di Magda Barbieri “I Mastellari da Argile alle Americhe”

2Primo Silvestri“L’emigrazione dell’Emilia Romagna in Argentina” vol. IX, 1992, pag. 11, fonte Angelo Trento “Do outro lado do Atlantico, un seculo de imigracao italiano no brasil”. Istituto Italiano di cultura di San Paolo-Istituto Cultural Italo-Brasileiro. Ed. Nobel 1989, San Paolo-Brasile

3A.S.Bo. Prefettura. Gabinetto n. 703 – a. 1889/ e n. 746 a. 1890

4Tutti i bollettini e le circolari citate sono presenti in A.C. Argile nei fascicoli Esteri delle annate indicate nel testo

5A.S.Bo Prefettura. Gabinetto a. 1890, n. 746

PS. Va ricordato infine che la popolazione di tutto il Continente America,  Nord, Sud e Centro, è frutto per la stragrande maggioranza della emigrazione -colonizzazione  iniziata dopo la sua scoperta nel 1492, e proveniente da Spagna, Portogallo, Inghilterra, Francia, Italia e altri Stati europei e asiatici, integrate anche con la  massiccia importazione di schiavi dall’Africa. Le popolazioni autoctone o indigene, già molto ridotte e divise in tribù spesso in lotta tra loro,  furono ulteriormente decimate o confinate in piccole enclave, e solo in parte via  via nel tempo integrate nel tessuto sociale  costituito.

Non cancellate i Comuni!

Municipio e monumento 1990In relazione allo studio di pre-fattibilità avviato dai Comuni di Castello d’Argile, Pieve di Cento, Galliera e San Pietro in Casale per l’eventuale fusione dei suddetti Comuni, come cittadina di Castello d’Argile e studiosa di storia locale, già consigliere comunale e assessore dal 1995 al 1999, desidero esprimere la mia più profonda contrarietà a tale ipotesi di fusione. La mia contrarietà nasce da valutazioni di carattere istituzionale, simbolico e pratico, di fruibilità e di controllo dei servizi pubblici da parte dei cittadini e dei propri rappresentanti.
Sul piano istituzionale sostanziale e simbolico
considero innanzitutto la cancellazione dell’autonomia comunale una grave e irreversibile privazione della secolare identità e rappresentatività delle comunità locali, non giustificata da alcuna esigenza sociale, economica e di relazione.
Cancellare i Comuni significa cancellare la storia d’Italia e il fondamento dell’organizzazione territoriale fissato dalla Costituzione democratica italiana.

UN CENNO DI STORIA

Mi pare opportuno ricordare che le comunità locali di Argile e Mascarino, pur presenti e attive e documentate da oltre un millennio, furono ridotte ai minimi termini e in assoluta povertà nei secoli dal 1400 agli inizi del 1800, in quanto private di ogni autonomia politica ed economica e di rappresentanza locale, in condizione di totale dipendenza dal Senato e dal Legato pontificio di Bologna.

Solo dopo l’istituzione del Comune di Castello d’Argile nel 1828 (dopo la breve esperienza della prima “municipalità” napoleonica e alcune brevi diverse aggregazioni subito tramontate), con Venezzano incorporato come frazione, e una prima rappresentanza di Consiglio comunale locale, il paese ha cominciato a crescere, come popolazione, come attività economiche e con nuove case e botteghe; crescita poi via via consolidata e sempre aumentata nel periodo seguito all’Unità d’Italia, con amministrazioni comunali locali gestite da Sindaci, Giunte e Consigli comunali che, pur in situazioni di difficoltà generali nazionali, e anche tra lotte e contrasti interni, maggioranze e opposizioni, hanno sempre saputo e voluto far crescere il paese, a cominciare dalla importante costruzione del primo Municipio nel 1874, con antistante Piazza, per dare finalmente un più efficace servizio pubblico, vicino ai cittadini, concreta visibilità e valore simbolico all’istituzione Comune. La nuova Costituzione della Repubblica Italiana, in vigore dal 1948, ha poi disegnato in modo esemplare, sulla falsariga di quella disegnata nel 1861 da Marco Minghetti, le ripartizioni territoriali dello Stato in Regioni, Province e Comuni, con relative distinte funzioni amministrative decentrate (Titolo V).

Oggi il nostro Comune ha 6.500 abitanti (popolazione raddoppiata negli ultimi decenni) ed è dotato di buoni servizi pubblici locali, di trasporto e in buon collegamento con servizi sovracomunali come gli ospedali e con la città capoluogo Bologna; servizi che necessitano certamente di miglioramenti e ampliamenti e miglior gestione, anche a seguito dell’incremento di popolazione. Ma non ha alcun interesse o bisogno di rinunciare alla propria autonomia comunale, al proprio nome, al proprio Sindaco e Consiglio, per annullarsi in uno strano accorpamento artificioso con altri 3 comuni, che determinerà un inevitabile conseguente spostamento altrove della sede principale decisionale, una ridotta rappresentanza locale subordinata ad altre rappresentanze interessi e decisioni altrui, e un ulteriore allontanamento dei cittadini dalla nuova istituzione, minor interesse alla partecipazione alle elezioni amministrative e alla elezione di un sindaco che non sarà un concittadino. Difficile che in tali condizioni di subordinazione, scollamento e lontananza si possa sperare in un miglioramento dei servizi locali.

ACCORPAMENTI TERRITORIALI DEL PRESENTE E DEL PASSATO, FATTI E CANCELLATI

Il Comune di Castello d’Argile fa già parte, insieme ad altri 7 Comuni del circondario bolognese, dell’Unione Reno-Galliera (composta dai comuni di Argelato, Bentivoglio, Castello d’Argile, Castel Maggiore, Galliera, Pieve di Cento, San Giorgio di Piano, San Pietro in Casale (sede amministrativa dell’Unione), istituita nel 2008 come ente pubblico territoriale dotato di personalità giuridica, per la gestione associata di alcuni servizi pubblici: polizia municipale, protezione civile, servizi alle imprese, servizi informatici, gestione del personale, pianificazione territoriale e urbanistica.

Inoltre è stato da poco inserito nella Città Metropolitana di Bologna, istituita nel 2014 per effetto di una legge che si proponeva in sostanza di superare e sostituire la Provincia, ente amministrativo intermedio secolare che si voleva abolire definitivamente con una legge di riforma costituzionale che non è però stata approvata col recente referendum del 4 dicembre 2016. A tutt’oggi, pur in una situazione di incertezza normativa generale e amministrativa di ambito provinciale, resta il fatto che il nostro, insieme agli altri 55 comuni dell’ex Provincia, è parte della città metropolitana, la cui massima autorità è il sindaco di Bologna, coadiuvato da un Consiglio metropolitano eletto a suffragio ristretto dai sindaci e dai consiglieri comunali dei 55 Comuni.

Prima di pensare ad imbarcarsi in una ipotesi di fusione di Comuni andrebbe fatta innanzitutto una verifica del funzionamento dei suddetti nuovi enti, Unione e Città metropolitana, valutando costi e benefici reali e problemi emersi.

La prudenza si rende necessaria anche alla luce del fallimento o comunque della cancellazione di tante aggregazioni territoriali sperimentate in passato, a cominciare dai Comitati Comprensoriali istituiti dalla Regione nel 1975, come organi intermedi di pianificazione, tra i quali il Comprensorio della Pianura bolognese con sede a S. Giorgio di Piano a cui il nostro comune fu aggregato. Istituzione abbandonata nel 1984, con il trasferimento delle sue funzioni alla Provincia e a nuove Assemblee di comuni. Parallelamente si istituirono le Comunità montane, e poi i Consorzi Socio Sanitari e i Distretti Scolastici, che pure avevano una loro motivazione logica derivata da esigenze di coordinamento funzionale per settori specifici (servizi sanitari, scuole..). Ma anche queste aggregazioni sono state cancellate e sostituite da altre.

Poi sono subentrate le Unità Sanitarie locali, i cui ambiti e confini territoriali sono stati cambiati più volte, dalla Usl 30 di Cento alla Usl 25 di S. Giorgio di Piano, per confluire infine nella attuale Azienda sanitaria di Bologna con 46 comuni.

Mi pare che si sia perso, o sprecato, già abbastanza tempo e risorse in questo fare e disfare aggregazioni territoriali, senza una approfondita verifica di costi e benefici, partendo da disegni verticistici e mai da esigenze di base, zigzagando una volta verso il decentramento e una volta verso la centralizzazione e le unificazioni.

Per inciso, ricordo anche che già ci fu un tentativo di annessione del Comune di Castello d’Argile a quello di Pieve nel 1928-29; tentativo prontamente respinto dal Podestà del tempo e dai cittadini. Anche l’ipotesi di unificazione di Galliera con S.Pietro in Casale, di cui si è parlato negli anni scorsi, era caduta nel dimenticatoio per le difficoltà e resistenze emerse.

QUALE FUSIONE, E PERCHE’?

Ora si ipotizza addirittura una fusione di 4 comuni sulla falsariga della legge nazionale del 2014 che istituiva le città metropolitane e dava anche indicazioni e incentivi economici alle fusioni di Comuni , recepite poi nel 2015 da legge regionale n. 13 dell’Emilia-Romagna, riordinando precedenti norme in materia del 1996 e del 2012, in una prospettiva di possibile risparmio dei costi delle amministrazioni e dei servizi pubblici.
Ora posso capire la opportunità o la necessità di unire anche sul piano istituzionale Comuni molto piccoli, con un numero ridotto di abitanti, talora in fase di spopolamento, e non più in grado di sostenere una propria amministrazione autonoma.
Ma non mi sembra che tale necessità possa riguardare Castello d’Argile e gli altri Comuni della proposta. Faccio rilevare che, dalle statistiche più recenti, risulta questa situazione:

– Comune di Castello d’Argile: 6.552 abitanti, su un territorio di 29 km quadrati, con una densità media di 225 abit. per kmq ; costituita da capoluogo Argile e una frazione, Mascarino-Venezzano.

– Comune di Pieve di Cento: oltre 7.013 abitanti su un territorio di 15,94 kmq, con una densità di 439 ab. per kmq; nessuna frazione.

– Comune di Galliera: 5.400 abitanti circa su un territorio di 37 kmq, con una densità di 146 abit. per kmq; 3 frazioni: S. Venanzio (capoluogo), Galliera vecchia, San Vincenzo.

– Comune di San Pietro in Casale: 12.200 abitanti circa su un territorio di 65 kmq, con una densità di 185 ab. per kmq.; 10 frazioni: capoluogo, Asia, Cenacchio, Gavaseto, Maccaretolo, Massumatico, Poggetto, Rubizzano, S. Alberto, S. Benedetto,

Anche guardando, oltre ai dati, la carta geografica, non si capisce come questa aggregazione possa costituire un “ambito ottimale”, se non per una mera contiguità di confini, valida solo per alcuni e non per altri, distanti e senza alcun rapporto relazionale. Senza contare che le relazioni e la comunanza di servizi ci legano maggiormente a Comuni che resterebbero fuori dalla fusione, come ad esempio il contiguo Voltareno e Argelato capoluogo, e Bentivoglio e Cento (FE) per la presenza di ospedali frequentati abitualmente dai cittadini di Castello d’Argile.

Ambito ottimale” di ogni Comune è quello esistente e ormai consolidato da un lungo percorso storico; e non tanto per un chiuso arroccamento campanilistico e municipalistico fine a se stesso, ma perché l’istituzione Comune è più che mai oggi, in tempi di globalizzazione, emigrazioni e immigrazioni, con sradicamento di tante fasce di popolazioni, l’unico baluardo che può tentare di mantenere o far recuperare una vita di comunità, necessaria per bilanciare il senso di estraniamento e distacco dei cittadini da istituzioni lontane e sorde ai loro bisogni.

Non vanno sottovalutati anche i problemi burocratici e le complicazioni che sorgerebbero dal cambio di denominazione dei 4 comuni, per le successive modifiche e aggiornamenti necessari per indirizzi, su atti demografici, catastali e notarili di proprietà che si trascinerebbero per anni.

Detto questo, fatto salvo il Comune come istituzione autonoma e con propri rappresentanti eletti, si faccia pure ogni sforzo che risulti utile per coordinare o unificare singoli servizi che, con le dovute verifiche, possano consentire risparmi senza dequalificarsi o scomparire.

L’incentivo economico alla ipotizzata fusione, per quanto assolutamente vago e non quantificabile preventivamente, da spalmare sul territorio più vasto, deriverebbe comunque da denaro pubblico erogato da Regione o Stato, quindi sempre dalle tasche dei cittadini, e vanificherebbe i presunti risparmi in sede locale.

Per diminuire davvero i costi della politica, a livello generale e locale, si taglino o si impediscano eventuali ruberie, corruzione, abusi, inefficienze, sprechi per mancati controlli, ecc., ma non i costi del regolare funzionamento della democrazia (lo stipendio di 3 sindaci e i modesti compensi dei consiglieri, lo stipendio dei dipendenti comunali…), se contenuti in ambiti ragionevoli e giustificati.

Il gioco non vale la candela, perché ciò che si sacrificherebbe con la cancellazione dei Comuni è molto più importante e irreversibile.

Magda Barbieri

PS. Questo testo è stato inviato come lettera- appello al Sindaco di Castellod’Argile e al Circolo PD locale promotore dell’iniziativa

Governo Gentiloni o Renzi-bis?

governo_gentiloniEureka! Abbiamo un “nuovo” Governo, costituito con la velocità di un lampo. Oddio, proprio nuovo nuovo non è , visto che 13 dei 18 ministri sono gli stessi del governo precedente. L’unica novità, se così si può chiamare, è il nome del Capo del Governo: Paolo Gentiloni, già Ministro degli Esteri, e fedele alleato di Renzi, al posto di Matteo Renzi, che resta comunque segretario del partito di maggioranza e ha tirato le fila di tutta la sceneggiata e ha ottenuto pure la conferma o la promozione di ministri che proprio non avevano brillato nell’azione del governo precedente e nei risultati delle loro riforme.
A questo punto sono consentite (si spera), tutte le battute: squadra che perde non si cambia, governo fotocopia, tanto rumore per nulla, la montagna ha partorito il topolino, o anche, il Re(nzi) ha abdicato a favore del Conte (Gentiloni), che comunque a lui ubbidirà.
Valeva la pena tenere sotto sequestro mediatico e politico un Paese per 6 mesi di campagna elettorale, spendere non so quante centinaia di milioni in propaganda per far approvare una riforma costituzionale che gli italiani hanno sonoramente bocciato, per ritrovarci con questo rimpastino di governo alla democristiana, e con un Paese ancor più incattivito e diviso tra guelfi ( orfani pro Renzi ) e ghibellini (contro Renzi) e un PD ancor più diviso e animato da opposti rancori? Non sarà facile rimediare ad un errore politico grande come un palazzo, perdipiù ora ripetuto con la perseveranza di chi non è mai sfiorato dall’ombra del dubbio di avere sbagliato, nè dalla volontà di tenere conto e cercare di capire le ragioni di una sconfitta, e quindi “cambiare”, contraddicendo i proclami di “cambiamento”promessi (ma sono sempre gli altri che devono cambiare…). Anzi, già oggi in una mezza intervista telefonica concessa al direttore di QN, Renzi rovescia la frittata e dà la colpa del ritorno alla “prima Repubblica” al fatto che non è stata approvata la sua riforma.
Come se il sostituire l’attuale Senato con il “senaticchio” striminzito composto da un misto di nominati, consiglieri regionali e sindaci,  ipotizzato dalla sua riforma, fosse  da considerare un basilare rinnovamento della politica…
Si può dire che la faccia tosta non gli manca?
Resta quindi una grande amarezza nel constatare che in questo Paese nulla cambia, che anche i rottamatori che tuonano contro l’attaccamento altrui alle poltrone sono attaccatissimi alle proprie, non mollano l’osso del potere, all’insegna della massima del marchese del Grillo “io sono io e voi non siete un c….”
Si mette in scena, la notte del 5 dicembre a scrutinio appena iniziato la performance delle dimissioni promesse e sbandierate a pieni polmoni per mesi, con la lacrima sul viso per mostrare al popolo la recita della propria coerenza con la parola data, evocando ritorni in famiglia a portare a scuola i figlioletti, senza più un lavoro e uno stipendio, si favoleggia di scatoloni per sgombrare Palazzo Chigi, e il giorno dopo si è già nello stesso palazzo (Mattarella consenziente) a gestire la successione da vincitore come se non fosse successo niente e non avesse perso una sfida assurda per cui tenuto in ostaggio l’Italia per mesi, evocando catastrofi e sfracelli nel caso l’avesse persa. E così lo tsunami è diventato fresca brezza che farà navigare col vento in poppa la navicella del nuovo governo.
Cari italiani, fatevene una ragione. Abbiamo scherzato.

Il 60% di No ad una brutta riforma costituzionale, e , in subordine ma evidente, a un governo insoddisfacente, è servito sì ad impedire che quella riforma fosse attuata (e meno male…) ma non è servito certo a cambiare il costume politico, nè le persone, nè i metodi.
Per concludere, solo due osservazioni: la ex ministra Maria Elena Boschi , intestataria della riforma costituzionale, e la  veneranda senatrice Anna Finocchiaro, relatrice  della stessa riforma bocciata a furor di popolo dal voto popolare, sono state  promosse rispettivamente a Sottosegretario  l’una e a Ministro l’altra, e questo suona come uno schiaffo  con beffa ai 19 milioni italiani, di ogni ceto, colore o convinzione politica, che hanno votato NO.
Tutta da interpretare la nuova imprevista investitura a ministro dell’Interno di Marco Minniti,  dalemiano di lungo corso, che fu il mediatore che portò Cossiga nel centrosinistra e agli accordi nelle segrete stanze (complice anche Bertinotti) che fecero cadere il governo Prodi nel 1998 e creare un nuovo Governo capeggiato da D’Alema con l’appoggio di Cossiga e di un suo partitino l’UDR, creato ad hoc. Poi Minniti ebbe sempre incarichi importanti da tutti i governi nei Servizi più o meno segreti e di Sicurezza nazionale . Questa promozione in prima fila di un personaggio come Minniti, con le sue relazioni, fa pensare  che questo governo Gentiloni/Renzi-bis non sarà un governo di transizione destinato solo per preparare una nuova legge elettorale e nuove elezioni a breve, ma  taglierà molte ali  e propositi di rivolta o dissenso all’interno del PD.

Umberto Veronesi, una vita e una fede per la scienza e la ragione

umberto-veronesi-epigrafeE’ la foto con dedica-messaggio  che i famigliari di Umberto Veronesi hanno  diffuso ieri a mezzo stampa per ringraziare tutti gli italiani che hanno partecipato al loro cordoglio per la perdita del loro caro congiunto. Non posso esimermi dall’esprimere anch’io la mia stima e la mia gratitudine per  per questo grande italiano che ci ha lasciato ( a 90 anni, a pochi giorni dalla morte della cattolica Tina Anselmi); un grande laico che ha saputo mettere in pratica, a beneficio dell’umanità, e delle donne in particolare, la sua fede nella “scienza e ragione”. Una fede di cui c’è tanto bisogno, oggi più che mai, in Italia e nel mondo.
Non sto a riportare qui tutta la sua biografia, che si può trovare su Wikipedia (*) e su tanti articoli di giornali rintracciabili dai motori di ricerca su internet, oltre che sulle decine di libri e pubblicazioni scientifiche da lui scritti.
In estrema sintesi voglio ricordare solo il ruolo fondamentale che ha avuto  nella lotta contro i tumori, terapia e ricerca, in particolare introducendo una pratica chirurgica innovativa e meno invalidante  nella asportazione del tumore al seno.

Laureato in medicina e chirurgia all’università statale di Milano nel 1952 e dopo alcuni soggiorni all’estero è entrato all’Istituto nazionale dei tumori come volontario, diventandone direttore generale nel 1975. Nel 1965 ha partecipato alla fondazione dell’Associazione italiana ricerca sul cancro (Airc) e ha fondato nel 1982 la scuola europea di oncologia. È stato anche socio fondatore dell’Associazione italiana di oncologia medica (Aiom). Tra i suoi numerosi incarichi, anche quello di presidente dell’Organizzazione europea per la ricerca e la cura del cancro dal 1985 al 1988. Nel 1991 ha fondato, diventandone direttore scientifico, l’Istituto europeo di oncologia (Ieo). Nel 2003 è stata anche istituita la Fondazione Umberto Veronesi. Numerosissimi i suoi studi relativi soprattutto al cancro al seno: Veronesi è infatti stato il primo a promuovere il rivoluzionario approccio della cosiddetta chirurgia conservativa per la cura dei tumori mammari, dimostrando come la tecnica della quadrantectomia garantisse livelli di sopravvivenza alle pazienti, purché abbinata alla radioterapia, analoghi a quelli ottenuti con l’intervento più invasivo di asportazione della mammella, la mastectomia.
Ma non è mai mancato anche il suo impegno  di cittadino nella società, attivo per tanti altri aspetti. Dalla sua partecipazione giovanile alla Resistenza, alla sua adesione al partito socialista negli anni ’80, fino al suo impegno come Ministro della Sanità nel 2000/2001 col governo Amato II, battendosi in particolare per la  approvazione di una legge contro il fumo nei luoghi pubblici; Senatore tra il 2008 e il 2011, eletto col Partitpo Democratico
Numerose le battaglie civili per sostenere  proposte in vari campi, soprattutto per ladifesa di “diritti civili” secondo una ottica laica, avendo abbandonato presto la sua iniziale formazione cattolica, per dichiararsi apertamente agnostico.Vivendo quotidianamente a fronte della sofferenza di tanti e in particolare dei bambini malati di cancro, fu poi sempre convinto della “non esistenza di Dio” ; si è battuto, oltre che per curare, anche  per cercare di alleviare le sofferenze inutili  con opportune terapie  e anche appoggiando  le proposte per il diritto alla libera scelta di interrompere le cure quando non ci sia più speranza di guarigione e dignitosa sopravvivenza. Favorevole  a sottoscrivere un  “testamento biologico” e anche all’eutanasia; e coerentemente con le sue idee, negli ultimi giorni si è lasciato morire senza inutili prolungamenti terapeutici, avendo compreso di essere comunque alla fine

Tra i suoi libri in materia:

U.V. Il diritto di morire. La libertà del laico di fronte alla sofferenza, Milano, Mondadori, 2005
Umberto Veronesi, Alain Elkann, Essere laico, Milano, Bompiani, 2007,
U.V, Il diritto di non soffrire. Cure palliative, testamento biologico, eutanasia, Milano, Mondadori, 2011
Favorevole   a suo tempo alla promulgazione della legge 194 sull’aborto e poi alla introduzione della pillola RU 486,  ha preso posizione  anche  per sostenere i benefici di una alimentazione vegetariana e per la legalizzazione delle droghe leggere;  sul nucleare, gli Ogm, gli incenereitori ha espresso pareri non da tutti condivisi. Ma questo non significa nulla. Si può essere d’accordo in tutto o solo in parte con una persona; ma questo non deve  distogliere dall’apprezzare  i suoi grandi meriti, che prevalgono su ogni altra considerazione su aspetti secondari e discutibili.

Tina Anselmi, o la solitudine dei “numeri primi”

tina_anselmi_artEcco un ritratto di donna impegnata in politica che ritengo doveroso ricordare in questo mio diario-blog: Tina Anselmi, morta nei giorni scorsi e  ricordata appena dalla grande stampa con qualche articolo commemorativo e poi subito relegata sulla stampa locale per il funerale a Castelfranco Veneto, sia pur alla presenza dei presidenti di Camera e Senato.
Tina Anselmi  aveva 89 anni, tutti ben spesi (fin quando fisicamente ha potuto) con capacità, onestà e spirito di servizio per il suo Paese.
È stata prima in tutto: staffetta partigiana a 17 anni, prima ministra donna nella storia italiana nel 1976, primo politico coraggioso a cercare di chiarire il groviglio di interessi e opacità della loggia P2. A lei è dedicato il francobollo emesso il 2 giugno giorno della festa della Repubblica...
Nella sua biografia* è scritto che, figlia di antifascisti, da ragazza entrò nella Resistenza operando da staffetta partigiana nella Brigata Cesare Battisti con il nome di “Gabriella”, in seguito al sentimento di sdegno e condanna provato quando fu costretta dai fascisti ad assistere alla impiccagione di giovani partigiani. Si iscrisse alla Democrazia Cristiana nel 1944. Da sindacalista, prima con la Cgil e successivamente, dal 1950, con la Cisl, si è occupata dei lavoratori del tessile e della scuola, e nel 1959 entrò nel consiglio nazionale della Dc, di cui è stata deputata dal 1968 al 1992.
Dopo aver ricoperto la carica di ministro del Lavoro, Tina Anselmi fu ministro della Sanità nel quarto e quinto governo Andreotti e legò il suo nome alla riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

Nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che termina i lavori nel 1985.
Negli ultimi due decenni il suo nome è circolato più volte, ma senza successo, per la presidenza della Repubblica: nel 1992 fu il settimanale Cuore a sostenerne la candidatura e il gruppo parlamentare La Rete a votarla, mentre nel 2006 un gruppo di blogger l’ha sostenuta attraverso una campagna mediatica che prendeva le mosse dal blog “Tina Anselmi al Quirinale”.

Ma la sua carriera politica finì là, nel lontano 1985. E non è stato un caso, o per demerito, ma una probabile conseguenza delle inimicizie che si procurò con quella coraggiosa inchiesta sulla P2. Aveva aperto un armadio con troppi scheletri imbarazzanti e ancora potenti e quindi su di lei cadde il silenzio perchè fosse dimenticata e politicamente “pensionata” (oggi si direbbe “rottamata“) .


Cito tra le cose che ha dichiarato in interviste successive:
Forse molte cose che continuano a succedere possono avvenire e ripetersi proprio perché non é stata fatta ancora piena luce su quanto avevamo scoperto con la Commissione parlamentare sulla P2. In questo senso le classi dirigenti politiche che si sono succedute in questi anni hanno una grandissima responsabilità. Spesso mi chiedo: Perché non hanno voluto andare a fondo? Perché nessuno ha voluto capire cosa c’era veramente dietro? Perché nessuno ha voluto vederci chiaro dopo che in alcuni articoli pubblicati (uno anche a firma del figlio di Gelli) si é sostenuto che gli affiliati alla Loggia P2 erano molti di più di quelli che la mia Commissione aveva scoperto? Chi sono? Credo che finché non si farà piena luce su quella drammatica vicende non capiremo fino in fondo chi trama dietro le quinte e se le intercettazioni di questi ultimi mesi sono collegate e collegabili a quel potere occulto che, ne sono convinta, c’è e attraversa tanti ambiti della nostra società…anche quelli più insospettabili …. anche quelli che dicono di volersi occupare solo di ideali o di spirito.”……

 
«Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni. Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità perchè solo così le vittorie che abbiamo avuto sono permanenti».

Parole di Tina Anselmi su cui meditare soprattutto oggi, a fronte di un generale e preoccupante abbassamento del livello etico e di spirito civico e del degrado e inconsistenza della  rappresentanza politica in Italia (e non solo qui).
Mi viene anche da pensare quasi con rimpianto (anche se non sono mai stata democristiana) alla capacità diabolica della vecchia DC di mettere insieme “il diavolo con l’acqua santa”, personaggi oscuri, ambigui e intriganti come Andreotti e Cossiga e altri (pochi) limpidi come Tina Anselmi.

 

Delenda Gorino! Ma poi è arrivato il terremoto a distruggere altri borghi dell’Appennino

faro_gorinoDelenda Carthago!” Si  distrugga Cartagine!, tuonava Catone il Censore  nel 157 a C. nella Roma che si sentiva minacciata dalla  ribellione della  forte città rivale  nordafricana.
Ieri, molto più modestamente, ma con altrettanta virulenza minacciosa e distruttiva,  mezza Italia tramite internet e stampa tuonava contro Gorino (unica frazione di Goro in provincia di Ferrara, 600 abitanti su una striscia di terra tra Po e mar Adriatico), diventata la “vergogna d’Italia” per aver messo  4 bancali di traverso sulla strada e impedito  l’arrivo di un pullmino che doveva scaricare qui 12 donne e, si diceva, 8 bambini (ma la presenza di questi si è rivelata inventata**). Atto di ribellione stranamente riuscito perchè il Prefetto di Ferrara che aveva mandato lì il pullmino, vista l’opposizione, ha ordinato la marcia indietro e ha dirottato le migranti altrove. Apriti cielo!
“BoycottGorino!” boicottiamo Gorino! con tanto di hastag annesso, proponeva con foga e linguaggio da Santa Inquisizione nazionalpopolare un italiano per bene con un lungo post su Facebook da diffondere urbi et orbi per questa santa causa: “… Gorino vergogna, tu sei la vergogna dell’umanità, dell’Italia. Tu sei la vergogna in assoluto. Tu puzzi di fogna, tu moscon d’oro  che razzola nella merda. Tu che annulli il pensiero umano di secoli...” e via di questo passo, ottenendo tanti “mi piace ” e qualche condivisione.
E non è stato il solo a scagliare strali infuocati contro gli abitanti del paesino padano, con articoli, post e commenti di lettori indignati che li definivano come minimo “razzisti”, aggiungendo spesso altri aggettivi, insulti e considerazioni antropologiche su quegli abitanti rivelandosi, forse inconsapevolmente , altrettanto “razzisti”, dal momento che giudicavano e condannavano sbrigativamente e aprioristicamente la gente di Gorino senza conoscerla, solo in base ad una scarna notizia di stampa divulgata poche ore prima.
E’ vero che su altri siti e blog  altri lettori (l’altra metà d’Italia?) inneggiavano alla “resistenza” degli abitanti di Gorino, indicati come “eroi” e come esempio da imitare  e aggiungevano altri  aggettivi e considerazioni sui migranti “clandestini che hanno rotto” e “basta invasione”, o “questa invasione è la peste del terzo millennio…potevano lasciarli morire.“).
I blogger del Fatto Quotidiano non hanno perso l’occasione di sfoggiare un severo moralismo solidaristico a senso unico per scrivere, o titolare i loro pezzi, chi “Io non sto con Gorino”, e “Lettera agli abitanti di Gorino, con profonda vergogna” , e un  altro “con muri e barricate paese fallito“. Solo uno ha osato scrivere: facile dare la colpa agli abitanti, ma lo Stato dov’è?
Non sono mancati i politici  a dire che ” Gorino non rappresenta l’Italia  accogliente che conosciamo”, preoccupato che l’episodio offuschi la bella immagine dell’Italia che salva migliaia di vite a Lampedusa, senza preoccuparsi più di tanto poi di dove e come vanno a finire le vite salvate, e senza accorgersi che questa accoglienza indiscriminata  e mal controllata costringe comuni grandi e piccoli ad “importare” fedeli seguaci di un Islam spesso fondamentalista e succube di usi e costumi  medievali incompatibili con i nostri, lasciando crescere orrendi accampamenti e ghetti tipo Rosarno, manovalanze sottopagate in nero, futuri focolai  di disagio sociale, piccola criminalità, sfruttamento di donne discriminate e di tanti minori stranamente non accompagnati, tra cui possono emergere anche aspiranti jihadisti. Ma tutti al centro e a sinistra a dire, parola più parola meno, che “non c’è giustificazione per quanto successo” o, “nessuna comprensione per chi costruisce barricate contro chi ha bisogno”.
E naturalmente papa e vescovo subito pronti ad ammonire e a ricordare l’obbligo morale dell’accoglienza.
Più prudente stavolta Renzi che si è limitato a dire “Difficile giudicare. La popolazione è stanca”, forse finalmente consapevole, per un attimo, delle responsabilità che gravano anche sul governo italiano nella gestione dei migranti; anche se ora cerca, con qualche ritardo, di coinvolgere nella responsabilità, un’UE sfuggente  e divisa sul da farsi.

Certo è brutto lo spettacolo di pescatori che erigono barricate per impedire l’arrivo di un pullmino con donne . Ma è brutto anche lo spettacolo di un pullmino che porta una decina di povere donne, di cui una incinta, provenienti da lontani paesi dell’Africa per confinarli (nel senso letterale del termine) nell’unico ostello di Gorino, l’ultimo sperduto avamposto ferrarese sommerso dalle nebbie del Delta del Po, tra pescatori-allevatori di vongole in eterna lotta per la sopravvivenza, tra legalità e illegalità, tra chi le semina legalmente e chi gliele ruba.
Quale “accoglienza” o possibilità di integrazione si poteva mai sperare di ottenere qui? 
Brutto lo spettacolo dei leghisti che strumentalizzano l’episodio e incitano alla guerra tra poveri, ma desolante anche lo spettacolo delle autorità e dei politici di pseudosinistra che fanno gli scandalizzati e predicano la morale dall’alto delle loro comode cattedre e non si rendono conto di quanto sia sbagliato e controproducente  imporre e pretendere un’accoglienza generosa e solidale da popolazioni di paesi in cui in cui non mancano mai fabbriche e attività che chiudono e licenziano o sottopagano e si vive una realtà quotidiana di difficoltà economiche e sociali. 
Mentre di questi “migranti” spinti qui da chissà chi da qualche anno ne continuano a sbarcare a centinaia di migliaia convinti che qui tutti possano trovare condizioni di vita migliori, con che mezzi non si sa. La “colpa” maggiore non è tanto, o non solo, della gente di Gorino o di altri che rifiutano un’accoglienza improvvisata imposta dall’alto, 10 qui, 20 o 50 là, dove si trova un edificio qualsiasi in cui parcheggiarli, ma di chi ad alto livello politico nazionale e internazionale non ha capito la portata e le conseguenze sociali ed economiche di questa ormai annosa e forzata deportazione di massa di popoli dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia all’Europa, e non ha saputo o voluto porre un freno e gestire il problema all’origine, e colpire sul serio registi e trafficanti di uomini. 
E ora fa la predica ai “polli di Renzo” con le zampe legate che si beccano tra loro.
Oggi sui giornali comincia a comparire anche qualche articolo che va a vedere l’aria che tira a Gorino, intervista un po’ di gente e riconosce che forse  tanto o solo razzista non è;  qualcuno ricorda  l’ospitalità data e ricevuta in occasioni passate di alluvioni e piene del Po, le difficoltà di vita e lavoro,  recenti e di sempre,  si sottolinea l’infelice gestione delle autorità con l’invio  di quelle povere donne  in questo sperduto paesino, requisendo in poche ore e senza avvertire nessuno l’unico locale pubblico con qualche possibilità di  vita sociale e accoglienza turistica.
Ma ieri sera ci sono state nuove scosse di terremoto, e la natura, ancora una volta ha mostrato il suo lato  distruttivo infierendo su altri antichi borghi dell’Appennino dell’Italia centrale, sbattendo sulla strada altre migliaia di persone alle quali bisognerà trovare riparo e dare assistenza.
Gorino, per ora, è “salva” dalla distruzione mediatica (anche se per taluni resterà bollata per sempre come paese”razzista” e per altri “eroico”).
 **AGGIORNAMENTO DEL  6 NOVEMBRE
 A dimostrazione  della persistenza dell’eccesso di zelo accusatorio contro la gente di Gorino che anima i giornalisti anche illustri del “politicamente corretto” (ma scorretto quanto alla veridicità delle informazioni su cui  basano i loro anatemi),  sull’ultimo numero del Venerdì di Repubblica uscito il 4 novembre, Michele Serra e Enrico Deaglio nei loro commenti hanno continuato a citare  la presenza degli 8 fantomatici bambini che avrebbero dovuto essere sul pullmino insieme alle 12 donne respinte al mittente. Bambini che non c’erano, per esplicita dichiarazione dell’Agenzia ferrarese che si occupa dei rifugiati minori; dichiarazione ignorata dalla stampa e dai giornalisti che non si sono premurati di accertarsene, perchè il rifiuto di accogliere bambini  dava un ottimo pretesto per rendere più efficace il “pezzo” di condanna del fatto e della gente di Gorino. Anche questa è strumentalizzazione, di segno opposto ma pari a quella dei leghisti.

Il burkini e la falsa libertà del vestire delle donne islamiche in Occidente

burkini-donna-al-mareE’ stato l‘argomento – tormentone dell’estate 2016 questo del cosiddetto “burkini”, neo costume da bagno  inventato recentemente -si è detto –  per permettere alle donne islamiche osservanti di fare il bagno in piscina o al mare, nel rispetto di quella interpretazione  del Corano più restrittiva che impone alle donne di non esporre in pubblico i propri capelli e non un centimetro di pelle scoperto (a parte il viso, mani e piedi a seconda dei casi).
Il tormentone è scoppiato intorno a ferragosto, dopo che alcuni sindaci della Costa Azzurra avevano emanato un decreto che vietava questo tipo di costume, o tuta integrale, nelle relative spiagge, adducendo motivi di sicurezza,  in seguito alla terribile strage di metà luglio a Nizza, quando un  folle islamico in nome di Allah e dell’ISIS ha deliberatamente travolto e schiacciato con un camion centinaia di persone, sulla Promenade des Anglais, uccidendone 85 e ferendone oltre 250.  Subito si è scatenato il dibattito ( in Occidente ne siamo i campioni) tra favorevoli e contrari, con  la consueta  contrapposizione pregiudiziale ideologica tra  cosiddetta “sinistra” liberal, contraria al divieto, e la destra più xenofoba e antiislamica (più qualche battitore libero isolato come me), favorevole.
Questa contrapposizione pregiudiziale a mio parere ha falsato il dibattito, portandolo su motivazioni talora superficiali o mal riposte o strumentali a fini di favorire la propria parte politica e quindi perdendo di vista il valore politico e giuridico più ampio e importante che l’argomento, e l’oggetto del divieto, apparentemente futile, nascondeva.
Quando poi è stata pubblicata  una foto che ritraeva poliziotti francesi nell’atto di imporre ad una  donna musulmana di togliersi  una delle  fasciature che le avvolgevano la testa, in esecuzione del  divieto emesso dal sindaco, apriti cielo, è scoppiato uno scandalo internazionale!
Manco l’avessero denudata! E via con una serie di articoli di biasimo  per i cattivi poliziotti e sindaci francesi, autori di una simile “discriminazione e privazione di libertà personale” paragonabile a quelle che le donne islamiche subiscono nei paesi dove vige la legge coranica, che obbliga le donne e coprirsi da capo a piedi  quando escono di casa e in qualsiasi luogo pubblico.  
“Siamo come loro!!” subito hanno tuonato affranti i nostri “liberal” e le nostre ex femministe quasi convertite all’islam; e a dar loro man forte è intervenuto subito il Consiglio di Stato francese che, turbato dal fatto che  la Francia, patria della libertè ed egalitè, potesse apparire come un regime tirannico, ha  disposto la sospensione del divieto dei sindaci bollandolo come atto discriminatorio che  ledeva la libertà di religione delle donne musulmane (ma qualche sindaco ha resistito e l’ha mantenuto).
Infine si è aggiunto nientemeno che l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani  dell’ONU, che, con la velocità del fulmine, è subito intervenuto a bacchettare i sindaci francesi colpevoli di aver emanato un’ordinanza che “discrimina le donne musulmane, alimenta l’intolleranza religiosa e non serve per la sicurezza”.

Capirai! Tanto zelo e velocità di intervento per difendere un capo di abbigliamento che più che a un costume da bagno somiglia  alla divisa di un combattente dell’ISIS,  da parte in un organismo internazionale che si muove abitualmente a passo di lumaca e non vede e non sanziona mai le gravissime violazioni dei diritti umani compiute nei paesi islamici, si spiega però molto bene se si ricorda che  il presidente di questa istituzione è un principe giordano, musulmano, mentre il presidente del Comitato consultivo del Consiglio ONU per i dirirtti umani è il principe saudita Faisal Bin Hassan Thad, ambasciatore dell’Arabia presso le Nazioni unite. Due  grosse volpi a guardia del pollaio…. e figuriamoci  come sono preoccupati della salute delle galline…

Tanto perchè si sappia che siamo arrivati all’assurdo che la difesa  dei diritti umani a livello internazionale è stata affidata (o svenduta…) a esponenti di Stati, osservanti di una stessa unica religione, che non hanno nemmeno sottoscritto  la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 e che se ne sono  confezionata una  per conto loro che subordina i diritti umani alla rigida sottomissione ai precetti del Corano. Non riconoscono quindi i diritti altrui e dei fedeli di altre religioni in casa propria, ma sono esigentissimi nel pretendere che gli Stati non islamici applichino alla lettera le  indicazioni fissate per la difesa dei “diritti” degli islamici  residenti  in Occidente, considerando diritti anche quelli che sono pretese derivate da dettami religiosi e  tradizioni arcaiche discriminanti e in contrasto con le nostre leggi e consuetudini.
Ma i fedeli di religione musulmana sono quasi un miliardo e mezzo, sparsi in ogni continente, e, pur divisi e spesso in contrasto tra loro per diverse impostazioni teologiche, rivalità territoriali, economiche e politico- religiose, sono comunque associati in una organizzazione di cooperazione  tra stati islamici che comprende  ben 57 Paesi che, quando si tratta di difendere le prerogative  della loro religione, fanno blocco  e non accettano alcuna limitazione.
Se poi si considera che alcuni di questi stati islamici, come l’Arabia Saudita e l’Iran hanno un forte potere contrattuale e di condizionamento sull’Occidente per via del petrolio che possiedono e di cui ci serviamo, e per  svariati  contratti commerciali che ci legano a loro, ecco che le questioni di principio e di libertà delle donne passano in secondo e terzo ordine e si accetta qualsiasi ricatto o pretesa.
Tornando al famigerato  discusso burkini mi pare opportuno evidenziare alcuni aspetti.

1)Burkini come costume: un’assurda e inutile provocazione, perchè non serve nè per prendere il sole, nè per fare un bagno igienico.
Guardiamo l’oggetto dal punto di vista pratico.
A che serve  indossare un burkini? A niente,
perchè, dovendo coprire tutto il corpo, non serve a prendere il sole o abbronzarsi, anzi, soprattutto se è di colore nero come quelli che si son visti in foto, surriscalda e fa sudare parecchio, per quanto sia fatto di stoffa leggera.
Se poi si vuole fare il bagno o nuotare in mare, la stoffa si inzuppa e appesantisce, rendendo quasi impossibile o quanto meno faticoso e pericoloso l’avventurarsi oltre qualche bracciata. A meno che il costume non sia dello stesso materiale  delle tute da sub, e allora va bene per le immersioni subacquee, più che per fare un igienico bagno presso la riva. E di solito i sub veri, poi, quando emergono e vogliono fare il bagno, la tuta se la tolgono.
Sfido qualsiasi persona normale a sostenere che sia piacevole e utile dal punto di vista igienico fare il bagno vestiti, al mare, in piscina o nella vasca di casa…
Il burkini è quindi solo un indumento provocatorio di ostentazione di una appartenenza religiosa in una sede che non è luogo di culto, nè di rito, che poteva benissimo essere vietato senza infrangere il principio della libertà religiosa.

2) Il burkini non è un piccolo passo avanti nell’affermazione della libertà della donna islamica, perchè – si dice – le permette di andare al mare, cosa che non potrebbe fare senza.
Ragionamento questo, espresso anche da intellettuli e commentatori autorevoli, che non si rendono conto di quanto sia una deprimente e aberrante resa alle imposizioni e restrizioni islamiche sulle donne. A parte il fatto che, viste le considerazioni di cui sopra non è di alcun progresso o beneficio pratico andare al mare  indossando un burkini, si può affermare che la donna islamica osservante ci guadagnerebbe di più in salute a prendere il sole nel cortile di casa e a fare il bagno nella vasca di casa sua.

Ma il punto di base che più conta è questo: come si può definire libera una donna che se non si copre da capo a piedi non può uscire di casa? Come si può in un paese libero e democratico permettere questa limitazione della libertà, anzi giustificarla e favorirla, in nome di una  ipotetica e di fatto impossibile per loro “libertà di vestirsi come si vuole”?
 La donna islamica non è libera di vestirsi come vuole, perchè burkini, burka, chador e fazzolettoni vari sono “divise” discriminanti, per religione e sesso, in quanto distintive e caratterizzanti le sole donne musulmane; “divise” volute e imposte, direttamente o indirettamente, per condizionamento culturale-religioso tradizionale, dalle comunità islamiche anche in Occidente (oltre che obbligatorie in Medio Oriente dove vige la sharia). Sono quindi un forte ostacolo alla integrazione sociale e  lesive del principio di uguaglianza tra uomini e donne e tra le stesse donne di religione diversa in Occidente.

3) Una  società  democratica e liberale non diventa tirannica  se emette norme  che vietano abusi e discriminazioni .
Un altro argomento sbandierato dai  critici dei divieti francesi si basava sulla tesi che non è con i divieti che si favorisce la libertà delle donne musulmane, ma bisogna favorire la evoluzione ed emancipazione  culturale.
E io rispondo: magari non ci fosse bisogno di divieti! Sarebbe bello  poter combattere le battaglie  sul piano culturale e sociale senza bisogno di ricorrere a mezzi coercitivi. Ma non vedo in giro alcun impegno per favorire questa emancipazione e evoluzione culturale, anzi vedo una rassegnata politica di resa  e assuefazione alle discriminazioni e pretese islamiche.
In ogni caso, il genere umano è quello che è, e dovunque e in ogni tempo c’è stato bisogno di Codici, penali e civili, per definire ciò che è permesso e ciò che non lo è. La differenza tra uno stato democratico e un regime dittatoriale, teocratico o militare, sta nella diversa qualità delle leggi. Ci sono leggi “liberticide” e leggi “liberatoriee queste ultime sono necessarie in democrazia e possono comprendere divieti e sanzioni per i trasgressori. Erano forse liberticide le leggi che vietarono la schiavitù? E’ liberticida una norma che vieta di servirsi di un autobus senza pagare il biglietto? Non ci sono già norme che regolamentano l’uso di uniformi, di militari, sacerdoti o dipendenti di ditte nei luoghi di lavoro, in servizio o fuori servizio? Già qualche  norma che impedisce di vestirsi come si vuole, c’è e questo  non ci rende uguali ai regimi tirannici.
Fermo restando che servirà ben altro per cambiare la mentalità maschilista, oscurantista e medievale che sta dietro alle “divise” femminili islamiche, io resto del parere che un divieto ben argomentato di indossare  vistosi abbigliamenti distintivi di una religione (qualunque religione) nei luoghi pubblici, potrebbe dare l’opportunità alle donne islamiche residenti in Occidente di provare finalmente il piacere di sentirsi più belle e libere e ben integrate nella nostra società, liberandole di quelle coperture deprimenti che le isolano e condannano ad un ruolo e ad una immagine fuori del tempo presente ( perchè se aspettiamo che le liberino mariti e imam, o che si convincano loro stesse per emancipazione  culturale spontanea e veramente libera di scegliere senza subire ripercussioni punitive in famiglia, forse non ci arriveremo mai…)

Cultura, tradizioni intoccabili e discriminazioni legittimate dalla religione

burkaOgni volta  che si scrive un articolo o un commento in cui si critica il persistere dell’uso del cosiddetto “velo” o fazzolettone di foggia varia che fascia la testa delle donne musulmane appena escono di casa o si mostrano in pubblico, ecco che salta fuori  l’equalitarista  a tutti i costi, difensore a priori di tutte le “culture” anche quelle  fossilizzate e costrette da tabù millenari immutabili, foss’anco di tagliatori di teste, dediti a pratiche di stregoneria, schiavismo e mutilazioni fisiche rituali. “Fa parte della loro “cultura” si dice per giustificarli, identificando il termine “cultura”  con “tradizione” e gli usi e i costumi di una tribù o di un popolo praticati da tempi immemorabili e mettendoli tutti sullo stesso piano di dignità e legittimità.
Ma si può definire “cultura” un sistema di credenze, valori, usi e costumi che non  cambiano mai,  anzi, che rifiutano a priori ogni cambiamento o possibile miglioramento, arroccandosi  nel “si è sempre fatto così”?
Non ci sarebbe stato su questa terra alcun progresso, alcun miglioramento economico e nei rapporti umani, civili e istituzionali, se tutti si fossero arroccati in questa difesa strenua del “si è sempre fatto così” e non si fossero invece eliminati via via tanti arcaici orpelli, idee, usi e costumi che si erano rivelati fonte di sofferenza o ingiustizie.
Io credo che si possa parlare di cultura e di civiltà quando un popolo è stato capace di evolversi, di migliorare, di arricchirsi di nuove idee  e strumenti capaci di garantire a tutti maggiori diritti, conoscenze e benessere; quando al suo interno ha saputo produrre  grandi pensatori, scienziati, legislatori, scrittori, artisti, uomini politici e statisti che hanno via via cercato di sconfiggere o almeno ridurre l’ignoranza, aperto strade nuove al progresso, favorito la pace e la collaborazione tra i popoli.
Gli innovatori, ma soprattutto i fautori della libertà di pensiero, hanno sempre trovato l‘ostilità dei capi delle religioni (e quindi anche delle masse dei fedeli più osservanti e a loro obbedienti) perchè queste si basano proprio sul concetto della immutabilità e assolutezza delle cosiddette “verità rivelate”,  volutamente intoccabili in quanto si presume, e si pretende di far credere, che sono state dettate (in sogni e visioni...) da un Dio in persona a patriarchi e profeti di millenni fa, appositamente  e imperscrutabilmente scelti da questo Dio a fare da suoi portavoce.
Nel complesso delle suddette “verità rivelate”, che sono diverse da un popolo all’altro e da un dio all’altro, ci sono sempre precetti e insegnamenti di carattere generale che invitano a fare o perseguire il bene, la misericordia e altri buoni sentimenti che hanno svolto anche un ruolo positivo nelle società, ma ci sono anche altri precetti che invitano alla guerra contro gli infedeli o contro i popoli nemici o rivali di un singolo “popolo eletto” o benedetto dal suo Dio; e questo è stato causa di guerre infinite  tra popoli di religione diversa o  di altra setta scismatica della stessa religione, ognuno convinto di avere Dio dalla sua parte (poi vinceva il più forte, armato e agguerrito…).
Inoltre, c’è poi una caterva di norme del vivere quotidiano, riguardanti l’alimentazione, il vestire e il pregare, dettate dagli antichi profeti, o aggiunte da loro seguaci nei secoli successivi, che sono chiaramente il frutto delle convinzioni e degli usi e costumi in vigore nel tempo e nei luoghi in cui sono state scritte (tra l’altro nè Mosè, nè Gesù, nè Maometto hanno scritto di mano propria  le affermazioni e le leggi che vengono ad essi attribuite); per quanto riguarda  Bibbia, Vangelo e Corano, in aree del Medio Oriente  ancora in gran parte desertiche e popolate da clan e tribù di pastori e mercanti, rissose e da tenere unite e sottomesse con mano forte, e con regole rigide uguali per tutti, da rispettare pena la morte per i trasgressori. E poichè la religione si è sempre  coniugata con il potere politico non c’era scampo o spazio per altra scelta.

Le donne, fossero mogli, schiave o concubine, socialmente erano equiparabili più o meno alle pecore, ai buoi o ai muli posseduti, oggetto di concupiscenza e di commercio, viste con diffidenza e sospetto in quanto sempre “tentatrici” e possibili peccatrici, da Eva in poi, e quindi da tenere il più possibile  ristrette e confinate in casa o se uscivano dovevano tenere il capo coperto o l’intero corpo chiuso in una “tenda“, per modestia e per non indurre in tentazione il maschio; esseri inferiori, nate da una costola d’Adamo e proprietà del padre o marito padrone. La pensava così l’arabo Maometto, fondatore dell’Islam, più o meno come il turco-siriano Paolo di Tarso (poi San Paolo), 600 anni prima di lui, primo teologo fondatore del cristianesimo, e prima ancora i patriarchi ebrei descritti nella Bibbia.

donne mussulmane con veloOra, tornando alla questione del “velo” islamico, va ricordato che il suo uso nasce in questo contesto culturale -religioso millenario. Contesto che per questi dettami di vita quotidiana del vestire, del mangiare e del pregare è rimasto immutabile nel tempo nel mondo mediorientale, diventato per la quasi totalità a maggioranza islamica, nonostante le divisioni e le lotte tra sunniti e sciiti e altre fazioni diverse in cui si sono distinti dopo la morte di Maometto, fondando califfati e imperi ed espandendosi anche in parte dell’Europa, Asia e Africa, in alcuni casi anche come potere politico, in tanti altri solo come religione.
Arrivando ai giorni nostri, molte  cose sono cambiate anche nei paesi d’Oriente  e nel vivere quotidiano degli islamici; sono stati accettati tutti gli strumenti della modernità in campo tecnologico, telefoni e telefonini, televisione, computer, auto, aerei, armi sofisticaticate, pozzi di petrolio e centrali nucleari, anche se non erano previsti dal Corano, ma sull’atteggiamento e le norme restrittive nei confronti delle donne e sulla possibilità di libertà di pensiero e dalla religione non si transige e non si cambia. E  il fazzoletto in testa le donne lo devono ancora oggi portare, sia pur nelle forme diverse adottate nel tempo da tradizioni locali, che vanno dal famigerato gabbione nero detto burqa, a più civettuoli (ma sempre deprimenti e mortificanti) niqab e simili, cioè fazzolettoni o sciarpe, neri, o bianchi, o di colore, che fasciano testa e collo, eufemisticamente e impropriamente da noi definiti “velo”, ma che non sono mai trasparenti perchè non devono lasciar intravedere i capelli (evidentemente ritenuti pericolosi richiami sessuali per maschi sensibilissimi e incontinenti...).

Negli Stati dove il Corano è legge il capo coperto per le donne è d’obbligo, negli altri Stati a prevalenza islamica, ma con qualche apertura per altre culture  si dice che le donne sono libere di scegliere se portarlo o no; così come si dice siano libere nei paesi  occidentali dove sono presenti  ormai migliaia di famiglie di islamici immigrati.
Di fatto però il peso della tradizione ed educazione famigliare, di padri, madri e mariti,  e della influenza esercitata dalla religione predicata dagli imam che condizionano con la loro presenza tutte le comunità di immigrati di vecchia e nuova generazione, fa sì che quasi tutte le donne musulmane, anche le più giovani e istruite, continuino a circolare con la testa fasciata dai loro fazzolettoni appena escono di casa, per la strada, a scuola, nei luoghi di lavoro. Per loro scelta” dicono, perchè così si sentono se stesse” e “vicine a Dio“..
Ora mi sia lecito obiettare che appare piuttosto riduttivo e banale questo modo di vivere la religiosità, ed è ben strano che per sentirsi se stessa e vicina a Dio una donna del nostro tempo abbia bisogno di portare un fazzoletto in testa da mattina a sera per tutta la vita, come se  la spiritualità o una fede potessero racchiudersi in un pezzo di stoffa senza il quale la stessa fede non possa essere  pienamente vissuta. Come si possa credere che un Dio, o Allah, voglia questo dalle donne, mi pare fuori da ogni logica e buon senso.
E’ evidente che è qualcun altro che lo vuole, cioè gli uomini, e soprattutto i capi religiosi e politici che lo considerano un simbolo distintivo della condizione della donna islamica, della sua sottomissione e fedeltà, alla religione e al marito, da esibire nella comunità e nella società. Per chi vive in Occidente è pure un simbolo identitario, da esibire con orgoglio, come fosse un trofeo o una bandiera che segna il territorio occupato in quanto islamici, prima che cittadini uguali a tutti gli altri.
L’effetto però è palesemente  discriminante, perchè imposto alle sole donne, e solo a quelle di religione musulmana.
E’ lecito consentirlo in un paese dove  la Costituzione vieta le discriminazioni di carattere sessuale o religioso?
Nessuno si azzarda a proporne il divieto perchè teme di essere accusato di islamofobia e perchè ci si appella alla libertà di religione e alla libertà di vestirsi come si vuole.
Ma i fazzoletti che le  islamiche portano in testa (o i burqa che coprono pure corpo e viso) non sono copricapi o cappellini o cuffie qualsiasi di libera scelta, ma hanno una foggia e un significato preciso desunto da precetti religiosi e tradizioni settarie di altri luoghi, e sono sostanzialmente equiparabili a una divisa. Se lo si concede alle musulmane, si dovrebbe concedere  a chiunque  di altra religione o setta o etnia che volesse esibire la sua bandiera o tunica o  vistoso simbolo distintivo della propria tradizione o fede, per la strada, a scuola, in un tribunale e nei luoghi di lavoro. Vi immaginate che carnevale perpetuo e quante occasioni di diffidenza o ostilità e divisioni e del ghettizzazioni, e come sarebbe più difficile l’integrazione?
Bene ha fatto quindi la Corte di Giustizia Europea che con una recente sentenza ha dato ragione ad una azienda che aveva vietato ad una sua dipendente di portare il “velo” nel luogo di lavoro ( e questa si era rifiutata e aveva fatto ricorso contro il licenziamento conseguente). Le motivazioni di quella sentenza hanno ben spiegato che non è discriminazione vietare di portare un vistoso simbolo religioso in un luogo di lavoro che deve essere neutrale e laico ugualmente per tutti, è discriminante volerlo portare.
Mi piacerebbe che questa sentenza fosse recepita anche nella nostra timorosa Italia, dove in tanti, laici e cattolici, “progressisti” poco progressisti perchè con la testa sempre rivolta all’indietro, sono sempre pronti a ricordare che anche le nostre donne in Italia  fino a qualche decennio fa portavano il fazzoletto in testa, e non solo in chiesa; quindi – si dice- non diamoci tante arie di superiorità.

Ma questo è vero fino a un certo punto.
Intanto perchè portare il fazzoletto in testa in pubblico non è mai stato un  obbligo di legge nazionale; lo è stato solo per le donne quando entravano in chiesa o assistevano a cerimonie religiose. Poi all’uscita il fazzoletto se lo toglievano. Da decenni ormai anche questo obbligo è caduto (rimane solo per le fedeli della Messa tridentina...) e tutte le donne entrano a capo scoperto. Solo in alcuni paesi di montagna o delle isole  alcune anziane continuano a portare il fazzoletto in testa per antica loro consuetudine, ma ovviamente libera e sempre più rara.

E’ vero che  fino ai primi del ‘900 c’era la separazione dei posti in chiesa, con gli uomini da una parte e le donne dall’altra; e pure le aree di sepoltura nei cimiteri erano distinte tra uomini, donne e bambini. Come pure le scuole o le classi erano separate tra maschi e femmine, per criteri pedagogici allora in voga. Ma anche questo uso è caduto.
Si può ricordare anche che le donne, contadine, braccianti o mondariso, il fazzoletto in testa lo dovevano portare per necessità, per ripararsi dal sole e dalla polvere d’estate e dal freddo d’inverno. Ma che gioia e che liberazione quando se lo potevano togliere rincasando o andando a passeggio o a ballare!
 Insomma alle tradizioni anche millenarie, religiose o no,  si può e si deve rinunciare, quando si rivelano assurde, gravose e discriminanti.
Chi ha il coraggio di dirlo agli islamici?
Perchè non si deve poter dire (senza essere accusati di islamofobia) che costringere le donne tutta la vita a star chiuse dentro un burqua, o anche solo con la testa fasciata, non è “cultura  diversa” ma “barbarie”, o quanto meno retrograda “crudeltà mentale”, da vietare in un paese civile e moderno? Anche se le donne ne sono state talmente indottrinate e abituate fin da piccole  che credono di doverlo portare per essere “buone mogli” e “buone musulmane”.

C’è qualche musulmano illuminato, moderno e civile, che lo capisce e aiuta moglie e figlie a liberarsi da questo orpello inutile  e anzi dannoso che  suscita tanta tristezza in chi le guarda e dà un’immagine  della donna musulmana deprimente e fuori del tempo?


Due motivi semplici per votare NO: non mi piace la riforma, non mi piace Renzi

Scheda referendum istituzionaleViviamo in un mondo in cui  ormai al popolo è concesso di esprimersi soprattutto attraverso  un clic su piccole icone  che indicano il “mi piace” e  il “non mi piace“. Ci aspetta un importante referendum su una legge di riforma  della nostra Costituzione che ci chiede di esprimere il nostro parere e il nostro gradimento (o non gradimento) con un SI’, se ci piace, o con un NO, se non ci piace.
Se ne parla da tempo, e anche se mancano 5 mesi all’appuntamento, è già  iniziata la “campagna elettorale” dei sostenitori dei rispettivi schieramenti che hanno espresso ampiamente e pubblicamente le ragioni della loro scelta e futuro voto.
Ebbene, sentiti gli uni e gli altri, anch’io, semplice cittadino,  mi sono fatta una convinzione e dico: voterò NO, perchè “non mi piace” il contenuto della riforma e “non mi piace Renzi”, il capo del governo che la propone e sostiene, legando la sua permanenza in carica al successo  del SI nel referendum, di fatto trasformando un quesito  sulla Costituzione in un improprio, per non dire illegittimo o quantomeno incostituzionale, plebiscito su se stesso e il suo governo.
Le motivazioni tecniche  di critica al contenuto della Riforma le hanno espresse molto meglio di quanto possa fare io Gustavo Zagrebelski e altri, in ampi interventi leggibili, ad esempio, ai link:

Di mio, con parole povere dico semplicemente che non mi piace il Senato che uscirebbe da questa riforma , un  pasticcio di organismo  composto da consiglieri regionali e sindaci che non potrà mai funzionare bene, se non nel garantire l’impunità  e la dignità senatoria  a  personaggi di fatto non democraticamente eletti, ma nominati grazie ad una pessima  legge elettorale, sia quella in vigore, sia quella proposta  con l”Italicum” che restringe  al minimo le possibilità di scelta per gli elettori.

Pasticcio che si aggiunge all’altro pasticcio della legge elettorale e della falsa abolizione delle Province, trasformate in quell’oggetto misterioso e farraginoso che sono le nuove “città metropolitane”. 
Insomma si sta distruggendo un impianto istituzionale (bicameralismo, Regioni, Province, Comuni) fissato nella Costituzione da una benemerita Assemblea Costituente appositamente eletta; impianto che andava se mai  riformato  in modo più semplice, aggiornandolo per quegli aspetti di redistribuzione o limitazione di competenze e numero di eletti, che avevano rivelato nel tempo problemi di funzionamento e costi eccessivi; ma senza stravolgerlo e peggiorarlo.

 Non mi piace il clima che si è creato intorno a questo referendum, per responsabilità principale proprio del presidente del Consiglio Renzi, che sta forzando la mano per vincere a tutti i costi una consultazione referendaria  che spetta al popolo, non al Governo, mobilitando ministri e l’intero partito, il PD, di cui pure è il capo, con la pretesa del silenzio per la minoranza che è contraria fino alla data della consultazione. 
Ma è forse obbligatoria la disciplina di partito in un referendum costituzionale??!!
La consultazione popolare ne verrà fortemente condizionata e non sarà più libera,  se  chi governa userà tutti i suoi preponderanti poteri di propaganda  per far vincere la sua tesi. Basti vedere già in questi giorni la massiccia presenza dei comizi di Renzi e Boschi su giornali e Tv , e lo scarsissimo spazio lasciato agli esponenti dei comitati e delle voci più serie e argomentate a favore del NO, preferendo la Tv dare spazio alle estremistiche manifestazioni di Casa Pound o alle  rabbiose esternazioni di Brunetta, in questo modo volutamente squalificando o mettendo in cattiva luce le vere ragioni e motivazioni ideali e politiche di chi voterà NO, che non sono certo le stesse per tutti.

 Io non cerco poltrone nè inciuci, caro Renzi; le poltrone le stai occupando tutte tu coi tuoi fedelissimi e gli inciuci li hai fatti tu, con gli Alfano e i Verdini (e prima col patto del Nazareno berlusconiano) per concordare e fare approvare leggi discutibilissime; abbi quindi il pudore di non attribuirli agli altri.
Dico NO, perchè è una riforma che non serve a nulla per la soluzione dei veri e gravi problemi del Paese, corruzione, illegalità e mafie imperanti, difficoltà  economiche  e disoccupazione persistente, disagio sociale e sfiducia nella politica, massiccia e incontrollata immigrazione, terrorismo e sicurezza; ma crea altri problemi  alla tenuta della democrazia e alla possibilità di rappresentanza popolare.

La Monarchia  gli italiani l’hanno giustamente “rottamata” nel 1946 col primo referendum istituzionale  e io non ho nessuna nostalgia o voglia di riesumarla nella forma che sembri prediligere tu con le tue “riforme”e il tuo metodo di fare politica.

Non sono d’accordo con Massimo Cacciari che se ne esce con la contradditoria affermazione che la riforma “è una puttanata”, ma che lui voterà ugualmente per il SI’. No caro filosofo, non ragioni bene, e tradisci quello che è lo scopo di un referendum  in materia costituzionale, che è fatto apposta perchè ogni elettore faccia sapere se ritiene che una riforma sia ben fatta o no, e se valga la pena cambiare la Costituzione vigente nel modo proposto. Se si ritiene che la riforma sia brutta e peggiorativa si ha l’obbligo morale di votare NO.

Non sono d’accordo con Eugenio Scalfari  che nel più recente articolo sull’Espresso si arrampica sugli specchi della dialettica  per  tappare la bocca ai giudici, visto che alcuni  hanno espresso critiche alla riforma  e manifestato l’intento di votare per il NO, arrivando a ipotizzare che questi giudici possano poi essere non imparziali nel giudicare lui stesso o altri cittadini a seconda di come abbiano votato al referendum…!!! Oltre che offensiva per l’intera categoria della magistratura, che dire e che fare allora di quei magistrati e costituzionalisti che hanno collaborato alla stesura della riforma o si sono espressi a favore? Dovevano farlo in clandestinità?

Infine, merita appena un cenno di biasimo la lettera dell’ondivago e ambiguo   Claudio Velardi indirizzata “ai militanti” del PD perchè si mobilitino per il SI’ ,  “glissino” sulle pagine dei giornali “che vi spiegheranno male la riforma… scorrete fugacemente  le alate contestazioni dei 56 costituzionalisti” che si sono espressi per il NO. Insomma, fidatevi di noi e non perdete tempo ad ascoltare  le ragioni degli altri. Poco ci manca che concludesse col motto “credere, obbedire, combattere” . 

Già, perchè si è fatta strada e si spinge sull’idea che “dopo di noi, o senza di noi, il diluvio”; ovvero l’ingovernabilità dell’Italia, che, poverina, ha già avuto in 70 anni 63 governi e non avrebbe altra scelta che tenersi il 64°, qualunque cosa faccia, bene o male.
Personalmente invece credo che qualunque sia l’esito del referendum  Renzi troverà il pretesto per restare comunque in carica (me lo chiede il Paese… me lo chiede l’Europa…me lo chiede Mattarella – dirà- magari  a seguito di qualche disgrazia o catastrofe naturale o di sicurezza nazionale che non mancano mai al momento opportuno).
In ogni caso, nell’evenienza di una vittoria del NO, anche se Renzi  tenesse fede alla parola data e ripetuta, e si dimettesse, dirò, come dice sempre lui: ce ne faremo una ragione” .
Se l’Italia è sopravvissuta ai precedenti 63 governi (con 26 presidenti del Consiglio), tutto sommato sempre andando avanti, sia pure a zig zag, e mandando a casa  capi di governo anche un tantino più seri e preparati di lui, sopravviveremo anche  alle sue dimissioni.



Giustificazioni sbagliate su attentati di Bruxelles, Parigi e altrove

E’ passato  quasi un mese (era il 22 marzo) dagli attentati all’aerSharia-police con volantino di zona controll.oporto e alla metropolitana di Bruxelles (città che frequento saltuariamente e aeroporto in cui mi trovavo con famigliari tre giorni prima), e, per non dimenticare, mi rileggo e riscrivo alcune osservazioni che avevo scritto a  botta calda, come commenti per un giornale (che me li ha pubblicati solo in parte).
Da osservatore indipendente e libero quale sono e vorrei restare, dico che l’uscita di Crozza a DiMartedié stata vergognosa e mi ha fatto indignare, perchè mentre ancora si tentava di identificare i cadaveri straziati di tante vittime innocenti di fanatici terroristi affiliati allo Stato Islamico o sua propaggine, Crozza invece di esprimere  cordoglio per le vittime e ferma condanna per gli assassini, o almeno parlare d’altro, ha fatto uno sproloquio per dare subito una giustificazione agli assassini e incolpare l’Occidente per i passati interventi in scenari di guerra in Iraq e Libia. Non esagero, basta leggere il comunicato successivo di rivendicazione dell’ISIS e riascoltare le parole di Crozza per notare che sembrano scritte dalla stessa mano e sbandierano le stesse giustificazioni sbagliate e infondate, che costituiscono un alibi per la follia omicida di questi fanatici.
Questa non é satira, é incosciente favoreggiamento del terrorismo, come e più delle deprecate bombe occidentali. Giustificare questi atti barbari e vigliacchi è come giustificare le stragi delle Fosse Ardeatine o di Marzabotto, compiute dai nazisti per rappresaglia su popolazioni inermi per vendicare vittime da loro subite in azioni di guerra di partigiani o alleati.
I terroristi conosciuti finora non sono né libici nè siriani o afgani provenienti dai paesi in guerra (e bombardati anche da russi e sauditi non toccati dal terrorismo… ) non combattono contro i tiranni per la libertà, ma per instaurare una tirannide che toglierebbe ogni libertà e progresso a tutti.
 Non so perchè a Crozza  come altri nel nostro paese piaccia tanto questa teoria autolesionista, e sbagliata, che vuol attribuire la colpa del terrorismo e della mancata integrazione sempre e solo alle bombe degli occidentali.
Ricordo che l‘attentato terroristico più grave e ispiratore di tanti altri successivi, fu quello delle torri gemelle di New York nel 2001, compiuto dai seguaci di Bin Laden, di cui 15 provenienti dalla presunta alleata Arabia Saudita (mai bombardata da alcun occidentale), 2 degli Emirati, un egiziano e un libanese.
Poi gli USA per reazione contro il terrorismo di Al Quaeda andarono a bombardare in Afganistan. Ma non mi risulta siano Afgani i terroristi che hanno compiuto poi attacchi in Occidente, nè mi pare siano libici o siriani.
I terroristi suicidi e i foreign fighters che vanno a combattere in Siria o per l’ISIS, individuati finora, provengono o dai paesi islamici più tolleranti (e non bombardati) come la Tunisia, il Marocco o l’Egitto o escono dalle periferie di Bruxelles, Parigi e Londra (e dall’Italia). Le cause quindi sono molto più complicate e hanno il comune denominatore nel “virus” del fondamentalismo religioso e antioccidentale, che affratella gli islamici e li rende più refrattari all’integrazione e pericolosi di qualsiasi altro gruppo di altra fede.
Purtroppo sarà difficile ora rimediare agli errori del passato e modificare un’impostazione culturale e un atteggiamento mentale giustificazionista e di sostanziale condiscendenza , quando non di favoreggiamento, verso i terroristi; atteggiamento che si è diffuso nelle comunità islamiche anche apparentemente moderate o indifferenti, grazie anche ad un eccesso di tolleranza o di cecità di belgi, francesi e ora anche italiani, che non hanno voluto vedere gli aspetti pericolosi della ghettizzazione di queste comunità e la loro progressiva radicalizzazione, cresciute di numero e rafforzate chiuse in se stesse, mal consigliate, indirizzate e controllate da tanti imam (collegati a Stati islamici e teocrazie  del Medio Oriente), ben decisi a riproporre  e ricreare lo stesso schema famigliare e sociale basato sui precetti del Corano e quindi ostile al sistema di vita occidentale.
Ed è da queste comunità, solo apparentemente integrate, che sono usciti  gli sbandati catechizzati e pronti a farsi saltare in aria insieme a decine di persone incolpevoli che  si recavano al lavoro in metropolitana o in aereo.
A quale causa hanno giovato, se non arrecare  danno alla società occidentale (in cui pur tanti islamici vivono) per destabilizzarla  e metterla in crisi, attizzare contrasti interni tra i vari paesi d’Europa  sul modo di reagire e combattere il terrorismo? A pro di chi e di quale modello di società,  in Europa e in Occidente? forse con l’intento di sottometterlo all’Islam nel folle disegno di diventarne padroni?
Se lo chiedono i Crozza, i Gino Strada e i  pacifisti a senso unico, e tutto il codazzo di giornalisti, artisti esibizionisti e “intellettuali” che credono di essere intelligenti e coraggiosi solo  mostrandosi sempre pronti a denunciare le colpe, vere e presunte dell’Occidente (in cui vivono e godono di diritti e libertà di critica) e a tacere su quelle dell’Oriente e dell’Islam (che nega diritti e libertà ai propri sudditi e a chiunque capiti nelle loro mani)?