Cultura, tradizioni intoccabili e discriminazioni legittimate dalla religione

burkaOgni volta  che si scrive un articolo o un commento in cui si critica il persistere dell’uso del cosiddetto “velo” o fazzolettone di foggia varia che fascia la testa delle donne musulmane appena escono di casa o si mostrano in pubblico, ecco che salta fuori  l’equalitarista  a tutti i costi, difensore a priori di tutte le “culture” anche quelle  fossilizzate e costrette da tabù millenari immutabili, foss’anco di tagliatori di teste, dediti a pratiche di stregoneria, schiavismo e mutilazioni fisiche rituali. “Fa parte della loro “cultura” si dice per giustificarli, identificando il termine “cultura”  con “tradizione” e gli usi e i costumi di una tribù o di un popolo praticati da tempi immemorabili e mettendoli tutti sullo stesso piano di dignità e legittimità.
Ma si può definire “cultura” un sistema di credenze, valori, usi e costumi che non  cambiano mai,  anzi, che rifiutano a priori ogni cambiamento o possibile miglioramento, arroccandosi  nel “si è sempre fatto così”?
Non ci sarebbe stato su questa terra alcun progresso, alcun miglioramento economico e nei rapporti umani, civili e istituzionali, se tutti si fossero arroccati in questa difesa strenua del “si è sempre fatto così” e non si fossero invece eliminati via via tanti arcaici orpelli, idee, usi e costumi che si erano rivelati fonte di sofferenza o ingiustizie.
Io credo che si possa parlare di cultura e di civiltà quando un popolo è stato capace di evolversi, di migliorare, di arricchirsi di nuove idee  e strumenti capaci di garantire a tutti maggiori diritti, conoscenze e benessere; quando al suo interno ha saputo produrre  grandi pensatori, scienziati, legislatori, scrittori, artisti, uomini politici e statisti che hanno via via cercato di sconfiggere o almeno ridurre l’ignoranza, aperto strade nuove al progresso, favorito la pace e la collaborazione tra i popoli.
Gli innovatori, ma soprattutto i fautori della libertà di pensiero, hanno sempre trovato l‘ostilità dei capi delle religioni (e quindi anche delle masse dei fedeli più osservanti e a loro obbedienti) perchè queste si basano proprio sul concetto della immutabilità e assolutezza delle cosiddette “verità rivelate”,  volutamente intoccabili in quanto si presume, e si pretende di far credere, che sono state dettate (in sogni e visioni...) da un Dio in persona a patriarchi e profeti di millenni fa, appositamente  e imperscrutabilmente scelti da questo Dio a fare da suoi portavoce.
Nel complesso delle suddette “verità rivelate”, che sono diverse da un popolo all’altro e da un dio all’altro, ci sono sempre precetti e insegnamenti di carattere generale che invitano a fare o perseguire il bene, la misericordia e altri buoni sentimenti che hanno svolto anche un ruolo positivo nelle società, ma ci sono anche altri precetti che invitano alla guerra contro gli infedeli o contro i popoli nemici o rivali di un singolo “popolo eletto” o benedetto dal suo Dio; e questo è stato causa di guerre infinite  tra popoli di religione diversa o  di altra setta scismatica della stessa religione, ognuno convinto di avere Dio dalla sua parte (poi vinceva il più forte, armato e agguerrito…).
Inoltre, c’è poi una caterva di norme del vivere quotidiano, riguardanti l’alimentazione, il vestire e il pregare, dettate dagli antichi profeti, o aggiunte da loro seguaci nei secoli successivi, che sono chiaramente il frutto delle convinzioni e degli usi e costumi in vigore nel tempo e nei luoghi in cui sono state scritte (tra l’altro nè Mosè, nè Gesù, nè Maometto hanno scritto di mano propria  le affermazioni e le leggi che vengono ad essi attribuite); per quanto riguarda  Bibbia, Vangelo e Corano, in aree del Medio Oriente  ancora in gran parte desertiche e popolate da clan e tribù di pastori e mercanti, rissose e da tenere unite e sottomesse con mano forte, e con regole rigide uguali per tutti, da rispettare pena la morte per i trasgressori. E poichè la religione si è sempre  coniugata con il potere politico non c’era scampo o spazio per altra scelta.

Le donne, fossero mogli, schiave o concubine, socialmente erano equiparabili più o meno alle pecore, ai buoi o ai muli posseduti, oggetto di concupiscenza e di commercio, viste con diffidenza e sospetto in quanto sempre “tentatrici” e possibili peccatrici, da Eva in poi, e quindi da tenere il più possibile  ristrette e confinate in casa o se uscivano dovevano tenere il capo coperto o l’intero corpo chiuso in una “tenda“, per modestia e per non indurre in tentazione il maschio; esseri inferiori, nate da una costola d’Adamo e proprietà del padre o marito padrone. La pensava così l’arabo Maometto, fondatore dell’Islam, più o meno come il turco-siriano Paolo di Tarso (poi San Paolo), 600 anni prima di lui, primo teologo fondatore del cristianesimo, e prima ancora i patriarchi ebrei descritti nella Bibbia.

donne mussulmane con veloOra, tornando alla questione del “velo” islamico, va ricordato che il suo uso nasce in questo contesto culturale -religioso millenario. Contesto che per questi dettami di vita quotidiana del vestire, del mangiare e del pregare è rimasto immutabile nel tempo nel mondo mediorientale, diventato per la quasi totalità a maggioranza islamica, nonostante le divisioni e le lotte tra sunniti e sciiti e altre fazioni diverse in cui si sono distinti dopo la morte di Maometto, fondando califfati e imperi ed espandendosi anche in parte dell’Europa, Asia e Africa, in alcuni casi anche come potere politico, in tanti altri solo come religione.
Arrivando ai giorni nostri, molte  cose sono cambiate anche nei paesi d’Oriente  e nel vivere quotidiano degli islamici; sono stati accettati tutti gli strumenti della modernità in campo tecnologico, telefoni e telefonini, televisione, computer, auto, aerei, armi sofisticaticate, pozzi di petrolio e centrali nucleari, anche se non erano previsti dal Corano, ma sull’atteggiamento e le norme restrittive nei confronti delle donne e sulla possibilità di libertà di pensiero e dalla religione non si transige e non si cambia. E  il fazzoletto in testa le donne lo devono ancora oggi portare, sia pur nelle forme diverse adottate nel tempo da tradizioni locali, che vanno dal famigerato gabbione nero detto burqa, a più civettuoli (ma sempre deprimenti e mortificanti) niqab e simili, cioè fazzolettoni o sciarpe, neri, o bianchi, o di colore, che fasciano testa e collo, eufemisticamente e impropriamente da noi definiti “velo”, ma che non sono mai trasparenti perchè non devono lasciar intravedere i capelli (evidentemente ritenuti pericolosi richiami sessuali per maschi sensibilissimi e incontinenti...).

Negli Stati dove il Corano è legge il capo coperto per le donne è d’obbligo, negli altri Stati a prevalenza islamica, ma con qualche apertura per altre culture  si dice che le donne sono libere di scegliere se portarlo o no; così come si dice siano libere nei paesi  occidentali dove sono presenti  ormai migliaia di famiglie di islamici immigrati.
Di fatto però il peso della tradizione ed educazione famigliare, di padri, madri e mariti,  e della influenza esercitata dalla religione predicata dagli imam che condizionano con la loro presenza tutte le comunità di immigrati di vecchia e nuova generazione, fa sì che quasi tutte le donne musulmane, anche le più giovani e istruite, continuino a circolare con la testa fasciata dai loro fazzolettoni appena escono di casa, per la strada, a scuola, nei luoghi di lavoro. Per loro scelta” dicono, perchè così si sentono se stesse” e “vicine a Dio“..
Ora mi sia lecito obiettare che appare piuttosto riduttivo e banale questo modo di vivere la religiosità, ed è ben strano che per sentirsi se stessa e vicina a Dio una donna del nostro tempo abbia bisogno di portare un fazzoletto in testa da mattina a sera per tutta la vita, come se  la spiritualità o una fede potessero racchiudersi in un pezzo di stoffa senza il quale la stessa fede non possa essere  pienamente vissuta. Come si possa credere che un Dio, o Allah, voglia questo dalle donne, mi pare fuori da ogni logica e buon senso.
E’ evidente che è qualcun altro che lo vuole, cioè gli uomini, e soprattutto i capi religiosi e politici che lo considerano un simbolo distintivo della condizione della donna islamica, della sua sottomissione e fedeltà, alla religione e al marito, da esibire nella comunità e nella società. Per chi vive in Occidente è pure un simbolo identitario, da esibire con orgoglio, come fosse un trofeo o una bandiera che segna il territorio occupato in quanto islamici, prima che cittadini uguali a tutti gli altri.
L’effetto però è palesemente  discriminante, perchè imposto alle sole donne, e solo a quelle di religione musulmana.
E’ lecito consentirlo in un paese dove  la Costituzione vieta le discriminazioni di carattere sessuale o religioso?
Nessuno si azzarda a proporne il divieto perchè teme di essere accusato di islamofobia e perchè ci si appella alla libertà di religione e alla libertà di vestirsi come si vuole.
Ma i fazzoletti che le  islamiche portano in testa (o i burqa che coprono pure corpo e viso) non sono copricapi o cappellini o cuffie qualsiasi di libera scelta, ma hanno una foggia e un significato preciso desunto da precetti religiosi e tradizioni settarie di altri luoghi, e sono sostanzialmente equiparabili a una divisa. Se lo si concede alle musulmane, si dovrebbe concedere  a chiunque  di altra religione o setta o etnia che volesse esibire la sua bandiera o tunica o  vistoso simbolo distintivo della propria tradizione o fede, per la strada, a scuola, in un tribunale e nei luoghi di lavoro. Vi immaginate che carnevale perpetuo e quante occasioni di diffidenza o ostilità e divisioni e del ghettizzazioni, e come sarebbe più difficile l’integrazione?
Bene ha fatto quindi la Corte di Giustizia Europea che con una recente sentenza ha dato ragione ad una azienda che aveva vietato ad una sua dipendente di portare il “velo” nel luogo di lavoro ( e questa si era rifiutata e aveva fatto ricorso contro il licenziamento conseguente). Le motivazioni di quella sentenza hanno ben spiegato che non è discriminazione vietare di portare un vistoso simbolo religioso in un luogo di lavoro che deve essere neutrale e laico ugualmente per tutti, è discriminante volerlo portare.
Mi piacerebbe che questa sentenza fosse recepita anche nella nostra timorosa Italia, dove in tanti, laici e cattolici, “progressisti” poco progressisti perchè con la testa sempre rivolta all’indietro, sono sempre pronti a ricordare che anche le nostre donne in Italia  fino a qualche decennio fa portavano il fazzoletto in testa, e non solo in chiesa; quindi – si dice- non diamoci tante arie di superiorità.

Ma questo è vero fino a un certo punto.
Intanto perchè portare il fazzoletto in testa in pubblico non è mai stato un  obbligo di legge nazionale; lo è stato solo per le donne quando entravano in chiesa o assistevano a cerimonie religiose. Poi all’uscita il fazzoletto se lo toglievano. Da decenni ormai anche questo obbligo è caduto (rimane solo per le fedeli della Messa tridentina...) e tutte le donne entrano a capo scoperto. Solo in alcuni paesi di montagna o delle isole  alcune anziane continuano a portare il fazzoletto in testa per antica loro consuetudine, ma ovviamente libera e sempre più rara.

E’ vero che  fino ai primi del ‘900 c’era la separazione dei posti in chiesa, con gli uomini da una parte e le donne dall’altra; e pure le aree di sepoltura nei cimiteri erano distinte tra uomini, donne e bambini. Come pure le scuole o le classi erano separate tra maschi e femmine, per criteri pedagogici allora in voga. Ma anche questo uso è caduto.
Si può ricordare anche che le donne, contadine, braccianti o mondariso, il fazzoletto in testa lo dovevano portare per necessità, per ripararsi dal sole e dalla polvere d’estate e dal freddo d’inverno. Ma che gioia e che liberazione quando se lo potevano togliere rincasando o andando a passeggio o a ballare!
 Insomma alle tradizioni anche millenarie, religiose o no,  si può e si deve rinunciare, quando si rivelano assurde, gravose e discriminanti.
Chi ha il coraggio di dirlo agli islamici?
Perchè non si deve poter dire (senza essere accusati di islamofobia) che costringere le donne tutta la vita a star chiuse dentro un burqua, o anche solo con la testa fasciata, non è “cultura  diversa” ma “barbarie”, o quanto meno retrograda “crudeltà mentale”, da vietare in un paese civile e moderno? Anche se le donne ne sono state talmente indottrinate e abituate fin da piccole  che credono di doverlo portare per essere “buone mogli” e “buone musulmane”.

C’è qualche musulmano illuminato, moderno e civile, che lo capisce e aiuta moglie e figlie a liberarsi da questo orpello inutile  e anzi dannoso che  suscita tanta tristezza in chi le guarda e dà un’immagine  della donna musulmana deprimente e fuori del tempo?


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Povero papa Francesco, tra Medjugorje e Mancuso…

Papa Francesco Su_Santidad_Papa_FranciscoMentre  imperversano le polemiche tra politici e amministratori nazionali e locali sul che fare per affrontare una immigrazione  quotidiana che  ha assunto ormai  le dimensioni di una invasione organizzata, da tempo premeditata e tutt’altro che disinteressata, sia “a monte” che “a valle”, dall’Africa  e dai paesi islamici all’Italia,  non sapendo sinceramente a chi dare ragione o torto, tra facili strumentalizzazioni di parte, parole e solidarismi  a vuoto, e problemi reali che nessuno sa bene come risolvere in modo equo e saggio, sia a livello nazionale che internazionale, io oggi preferisco soffermarmi a commentare l’ultimo discorso di papa Francesco, pronunciato ieri nel corso di una messa e ripreso dai giornali.

Discorso un po’ sibillino secondo il mio punto di vista, nel quale ha assemblato tante  affermazioni  di carattere generale,  di significato diverso, con destinatari specifici sottintesi, accostate con un equilibrismo che non so se definire di stile gesuitico, o, detto in parole povere, in politichese, o, meglio, secondo il detto “parlo a nuora perchè suocera intenda “.

E le “suocere” da ammonire, anche se non nominate espressamente dal papa, secondo me, erano due: da una parte i fedeli e i prelati che prosperano da decenni intorno ai presunti “veggenti” di Medjugorje che da 34 anni fanno i portavoce della Madonna a ore fisse attirando milioni di fedeli (e offerte),  e, dall’altra,  il teologo Vito Mancuso che era intervenuto qualche giorno prima a Genova ad un convegno – dibattito filosofico promosso dal quotidiano La Repubblica, ed aveva fatto un interessante  discorso nel quale  il punto centrale era l’invito a  riformulare la prima preghiera cristiana con questo incipit: “Padre nostro che sei in terra” (invece di Padre nostro che sei nei cieli), suggerendo quindi un modo nuovo di intendere Dio.

Dal passato remoto (tuttora presente) della fede intesa così come la intendono e vivono quelli che credono alle “apparizioni” della Madonna, qua e là e a “veggenti” di vocazione o di mestiere, al salto nel possibile futuro di una nuova fede religiosa che  travalichi le indicazioni e le formulazioni dogmatiche tramandate dalla Chiesa, e dalla Bibbia, per secoli e millenni, se non rispondono più al sentimento, alla ragione, alla sensibilità attuale e alle esigenze e ai bisogni degli uomini di oggi.

Mi pare che il pontefice  stia tra due fuochi che,  qualunque posizione prenda, possono bruciarlo (come si è bruciato, fino alle rivoluzionarie dimissioni  dalla carica di investitura divina, papa Ratzinger). Forse è per questo che è stato così “soft”, nonostante non gli piaccia questo termine.

Medjugorje- Il monte delle apparizioni Bosnia_Herzegovina_Apr-24-2012_I giornali hanno riportato e interpretato il suo discorso  solo come una anticipazione di un possibile pronunciamento critico nei confronti  del fenomeno fideistico  che si è così fortemente radicato nel popolo dei fedeli più credenti ( o creduloni….) mentre tutti  aspettano  una presa di posizione chiara e autorevole da parte della massima autorità della Chiesa, promessa dal papa dopo anni di incertezza e pareri contrastanti  di prelati di vario livello e la crescita abnorme di  un contorno mercenario-turistico fiorito intorno alla  cittadina  bosniaca. Il fatto che papa Francesco abbia comunque già affermato che “la Madonna non manda emissari”  e ironizzato sui “veggenti delle 4 del pomeriggio, fa presumere quale sia il suo pensiero a proposito di Medjugorje. Ma se  la sentenza ufficiale  finale della apposita commissione sarà di sconfessione  delle “apparizioni“, scoppierà il finimondo, perchè c’è ancora tanta parte di fedeli che di queste   forme di devozione,  più superstiziose, idolatriche e pagane che cristiane, ha bisogno; o così crede, perchè ne è stata educata fin dall’infanzia da un catechismo e da una consuetudine clericale che di questi aspetti ha fatto un punto di forza e ne  è stata fortemente nutrita e influenzata. Quel bell’esemplare di superzelante convertito che è diventato Paolo Brosio ha già scritto al papa per  testimoniargli tutti i benefici spirituali e i miracoli e le guarigioni di tumori e Sla che i pellegrinaggi a Medjugorie avrebbero  regalato all’umanità. E lo implora di darne riconoscimento ufficiale.

E poi, se si mette in discussione Medjugorje, prima o poi per coerenza bisognerà ripensare alla veridicità di apparizioni e miracoli di Fatima e Lourdes, e alla “sacra sindone”  e a tutto l’armamentario e reliquario miracolistico che sta intorno a mille Santuari e ha  fatto peregrinare milioni di fedeli per l’Italia e per il mondo; per non parlare del senso (spirituale o turistico-commerciale??!!) che si dovrebbe dare al prossimo Giubileo…

Va be’ , problema loro – posso dirlo –  perchè io a miracoli, apparizioni e reliquie  non ci ho mai creduto, anzi mi hanno allontanato dalla religione. Ma mi piacerebbe  vedere più gente (prelati e fedeli) che si affida alla ragione e alla pratica di  opere buone, oneste e giuste piuttosto che a questo tipo di fede e devozione, basata su culti esteriori, riti, processioni, pellegrinaggi e genuflessioni davanti a statue e pose ieratiche a mani giunte e con gli occhi rivolti al cielo, come se fosse questa l’essenza e il valore del cristianesimo.

Vito Mancuso 2013Per questo ho letto con interesse l’intervento del teologo Vito Mancuso che finalmente ha avuto il coraggio di  mettere in discussione anche l’idea di Dio che “sta nell’alto dei cieli”, con un “Gesù seduto alla destra del Padre“; idea , anche a mio parere, arcaica, che ci è stata inculcata dalla Chiesa e dalla Bibbia, con  i suoi racconti che  presentano un Dio  a immagine e somiglianza di uomo (come il Giove pagano stava sul monte Olimpo) e che era ora di mettere in discussione. Del resto Mancuso non è nuovo a prese di posizione che la Chiesa non ha ancora ufficialmente definito “eretiche” (oggi non sarebbe molto popolare riesumare medioevali  espressioni e scomuniche), ma che in molti nel mondo cattolico hanno criticato.
Cito solo qualche cenno da http://it.wikipedia.org/wiki/Vito_Mancuso
………  “Il pensiero di Vito Mancuso si può connotare come evoluzionismo teologico…...segue la corrente dell’emergentismo che ha una visione evoluzionista dell’essere…
…Per la rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica Vito Mancuso arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”, finendo così per alimentare la confusione. …..
Don Gianni Baget Bozzo ha parlato della teologia mancusiana in termini di “destino gnostico”. A tale proposito occorre segnalare anche un intervento su Famiglia Cristiana da parte di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, che pure ha attribuito al pensiero di Mancuso la qualifica di gnosticismo….”

Dunque, anche se nessuno dei commentatori finora lo ha notato, la seconda parte del monito di papa Francesco era proprio diretta a Mancuso, quando ha detto, tra l’altro…. “l’identità «può indebolirsi e può perdersi». «La croce – ha continuato – è uno scandalo» e quindi c’è chi cerca Dio «con queste spiritualità cristiane un po’ eteree», gli «gnostici moderni»….” (e gnostici moderni non possono certo essere definiti i fan delle apparizioni...).

E’ evidente che il buon Francesco non  condivide affatto il balzo in avanti di Vito Mancuso, ed è ancorato ad una religiosità che non può permettersi di mettere in discussione dogmi e rituali consolidati, nel timore che crolli tutto l’impianto teologico. Anche a costo di perdere comunque un’altra parte di fedeli o ex fedeli  a cui di questi dogmi non importa più nulla.

** Intanto la cronaca  di oggi 10 giugno 2015 ci segnala questi fatti poco edificanti per la sua Chiesa che il papa  deve affrontare:

– Affidati alla Congregazione della dottrina della Fede i giudizi sui prelati che non hanno dato seguito adeguato alle denunce di abusi compiuti su minori….

– Cliniche del Vaticano – Dieci arresti (di cui tre in carcere e sette ai domiciliari, di cui 2 suore ) per il crac della Casa Divina Provvidenza di Bisceglie,…“Siamo grati al Vaticano – ha detto il pubblico ministero – perché siamo stati tra le prime autorità giudiziarie a beneficiare del nuovo corso di trasparenza e collaborazione della banca vaticana voluto dal santo padre”.
Collaborazione e trasparenza – è sottinteso ma chiaro- che finora sono sempre mancate, su gravi e reiterati fatti che – questi sì – hanno generato tanta “confusione” tra i fedeli….

Relativismo etico tra fede e ragione

Einstein 1921. E.O. Hoppe per LifeE’ comprensibile e legittimo che i capi di una religione esaltino i benefici spirituali che possono derivare a quanti ne rispettino i contenuti. Ma non è del tutto corretto, anzi si potrebbe rilevarne gli estremi di una “pubblicità ingannevole, sostenere che solo la fede religiosa è l’unico ed esclusivo mezzo per praticare il bene e raggiungere la “salvezza” dell’uomo. E’ vero che ci sono tanti esempi di persone che, animate dalla fede in un Dio e in una religione, hanno condotto una vita esemplare e generosa e fatto del bene all’umanità; e penso soprattutto , ma non solo, ai tanti missionari cristiani che mettono in pratica i fondamentali insegnamenti evangelici e spendono la propria vita per alleviare le sofferenze altrui. Ma è anche vero che se una fede religiosa non è accompagnata dalla ragione e dal senso di giustizia e rispetto per gli altri, può produrre effetti tragici e disastrosi. Gli esempi negativi in proposito abbondano, per tutte le religioni, nella storia e pure nel presente; ci vorrebbe un libro solo per elencarli. Le sanguinarie Crociate, le sofferenze, le torture e le condanne a morte inflitte dalle “Sante Inquisizioni” per secoli, le guerre di religione tra cristiani, le “Guerre sante” degli islamici , gli omicidi e le stragi perpetrate dai fanatici di varie fedi stanno lì a dimostrarlo, senza ombra di dubbio. Bisogna poi tenere presente che anche gli atei, gli agnostici o quanti non si riconoscono in un sistema di credenze religiose fissate in “libri sacri” e strutturate in dogmi e riti, possono essere animati da un fede profonda in valori umani e sociali che non sono meno apprezzabili e costruttivi di quelli connessi alle religioni. Anche tra questi gli esempi non mancano. Basti pensare ai tanti eroi civili del Risorgimento e della Resistenza, ai giudici onesti e agli uomini delle forze dell’ordine che si sono sacrificati consapevolmente in difesa della giustizia, penso a quanti operano con disinteresse, intelligenza e forza morale per il progresso della scienza, per la difesa della libertà e dei diritti umani, pur non essendo credenti o praticanti nel senso letterale del termine. Voglio ricordare solo l’esempio che ci viene dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti a distanza di due mesi l’uno dall’altro, vittime della mafia che avevano cercato di sconfiggere con le armi della legge e della giustizia, accomunati dallo stesso impegno etico civile pur conoscendo i rischi che correvano. Non andava a Messa il primo, ci andava il secondo. Che differenza di valori c’è tra l’uno e l’altro? Evidentemente si può arrivare allo stesso risultato percorrendo strade intime diverse. In ultima analisi, ciò che conta è la forza morale interiore di ogni uomo, quale che sia il sistema di valori, religiosi o semplicemente civili, in cui crede.

Non tutti riescono a trovare i valori cristiani, o i valori fondanti per la propria vita, o l’espressione della propria spiritualità, nelle genuflessioni e nei segni di croce, nelle processioni dietro una immagine o dietro prelati pomposamente e arcaicamente vestiti, nelle “ore di adorazionedavanti ad un tabernacolo, nello spargere di incensi, nell’ascolto ogni domenica di una “parola di Dioidentificata nelle lettere che S. Paolo scrisse quasi duemila anni fa ai Corinti e agli Efesini, nelle ripetizioni mnemoniche di preghiere, litanie e rosari (  mantra, o altro versetto “sacro” di altra religione …). Chi trova conforto in queste pratiche, liberissimo deve essere, e buon pro gli faccia.

Ma il fatto che ormai solo il 15-30 % della popolazione, ufficialmente cattolica o cristiana, non le segua più, deve pur significare qualcosa. E quel 70-80% di un popolo, che pur si definisce cristiano ma non frequenta regolarmente le funzioni religiose, non deve essere tutto schiavo del demonio o costituito da persone prive di moralità, potenziali delinquenti o aspiranti nazisti.

Se è pur vero che la ragione non porta automaticamente alla verità; verità che va sempre cercata, ridefinita, perfezionata, come un traguardo che si sposta sempre in avanti, nemmeno la fede religiosa è sinonimo di verità, poichè si basa su affermazioni, tradizioni, consuetudini e dogmi che vogliono restare immutabili nel tempo, nonostante abbiano causato anche tanti effetti perversi o si siano rivelati per tanti aspetti superati e in contrasto con l’evolversi del pensiero, delle esigenze umane e col progresso della scienza e della conoscenza.

L’idea di Dio che tutti noi ci portiamo dietro dall’infanzia, abitando in Paesi con una  cultura religiosa dominante o prevalente (cattolica, o protestante, o musulmana, o ebraica, o induista, ecc..) ci viene dalla lettura, praticamente imposta attraverso la catechizzazione infantile, delle rispettive “Sacre scritture”. Ma va ricordato che le tre grandi religioni monoteiste si basano tutte su testi che non sono stati scritti direttamente e personalmente dai profeti a cui si ispirano, Mosè, Gesù, Maometto, ma che riferiscono “verità rivelate”, cioè dichiarazioni attribuite a patriarchi o “profeti”, misteriosamente scelti da Dio come messaggeri della sua parola, solo ad essi “rivelata” e poi tramandata nei secoli dai loro seguaci, dapprima per via orale e poi per iscritto.  Questo assunto apre la porta a tanti interrogativi e legittimi dubbi da parte di chi non si sente di “accettare a scatola chiusa” queste presunte rivelazioni divine.

Intanto non è possibile avere la ragionevole certezza che i testi “sacri” giunti fino a noi, attraverso un viaggio bi­millenario e tanti passaggi orali e scritti, e traduzioni da una lingua all’altra, siano la copia esatta di quelli originari dettati da profeti ed evangelizzatori. E’ anzi certo che siano stati parzialmente ritoccati, con aggiunte o cancellazioni, volute dai compilatori per favorire determinate convinzioni, o capitate per errori di trascrizione, traduzione e interpretazione. In ogni caso, anche se i libri della Bibbia, Vecchio e Nuovo testamento (e del Corano e altri testi “sacri”) fossero davvero l’espressione esatta fino all’ultima virgola di quanto dichiarato dagli antichi profeti e messia, è lecito affermare che le “verità rivelate”, sono, per loro stessa natura, “verità relative”, frutto di convinzioni umane maturate dai compilatori di tanti secoli fa, rabbini, evangelisti, teologi, imam e califfi, santoni o guru, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi. “Verità di fede” dunque, vere e valide per chi ci crede, per chi le accetta per convinzione o tradizione della famiglia e del luogo in cui è nato. E la fede è sentimento soggettivo; il modo di vivere ed esprimere una fede varia da individuo a individuo, a seconda del suo bagaglio culturale, del suo carattere, della forza morale, della minore o maggior coerenza tra dire e fare. E ognuno dei credenti ha una sua idea di Dio, non esattamente uguale a quella degli altri. Spesso i capi religiosi rimproverano e accusano i non credenti, o diversamente credenti, di “relativismo” morale e ideale: ma è un’accusa ingiusta e impropria, perché si può affermare il contrario senza tema di smentita, osservando semplicemente quanto è accaduto e accade nel mondo, e cioè  che: nulla è più “relativo” delle religioni. Non possiamo ignorare infatti che da sempre ogni popolo della terra ha avuto una “ sua” religione, sue divinità, mitologie ed eroi leggendari, con credenze, regole, riti, culti, feste e divieti che venivano tramandati di generazione in generazione, e ai quali i singoli non potevano sottrarsi perché ne venivano educati fin da neonati ed erano di fatto costretti all’osservanza per tutta la vita, dalla culla alla tomba, dal contesto sociale, politico e religioso in cui vivevano. Ogni popolo era pertanto animato dalla convinzione che solo la propria religione era quella “vera”, con valore assoluto; e ogni pensiero o atto non conforme era considerato sacrilego e contro Dio, quindi punibile dagli uomini che detenevano il potere su questa terra e da Dio dopo la morte, in un ipotetico Inferno, o luogo di maledizione in un al di là comunque chiamato. Non possiamo ignorare che, in un’ Europa pur già evoluta culturalmente come quella del 1500, quando si trovò ad affrontare la “Riforma “ religiosa proposta da Lutero, non si seppe far di meglio che impugnare le armi e dilaniarsi in feroci guerre di religione tra cristiani cattolici e cristiani protestanti. E per far cessare i bagni di sangue, si trovò infine un accordo (pace di Augusta, 1555) sul principio del “cuis regio eius religio” che tradotto letteralmente significa “a ogni regione la sua religione” e, nella sostanza, che ogni popolo avrebbe dovuto praticare la religione del Principe o Re dello Stato in cui si trovava. E chi non l’accettava poteva emigrare nello Stato con la religione che preferiva; scelta ovviamente molto onerosa. Non è  quindi frutto di una vera libertà di scelta  se un popolo, o  gli abitanti di una nazione o di una regione,  praticano, o si dichiarano credenti  di una stessa religione.

Inoltre, la Bibbia ha avuto ed ha tante interpretazioni diverse e ha alimentato tante religioni e sette, spesso in sanguinaria competizione tra loro, e comunque con regole diverse per i fedeli e per gli stessi ministri del culto (si pensi ad esempio al celibato dei preti, imposto solo ai cattolici). Quella del cristianesimo è una galassia molto composita, a partire dai tre grandi filoni in cui si è divisa: cattolici, ortodossi e protestanti o “riformati”. Lungo sarebbe l’elenco dei gruppi religiosi, più o meno estesi, che dicono di ispirarsi alla Bibbia o anche al Vangelo. Non parliamo delle persone che dicono di trarre da essi la propria guida morale: ci si ritrova in compagnia con uomini onesti e pii, con capi di stato guerrafondai, con generosi benefattori e con feroci torturatori, con persone di cultura e altre di estrema ignoranza, e spesso anche con grandi bugiardi, delinquenti ed esaltati, e tanta superstizione. Se non è relativismo religioso questo…..

Si può anche far rilevare che l’osservanza di una etica fissata nei dogmi di una religione, può essere considerata, a rigor di logica, debole e passiva, se non è frutto di libera scelta volontaria e consapevole, ma è indotta o imposta dal contesto religioso, culturale, sociale e politico in cui l’individuo vive. Tutt’al più si può parlare di osservanza o obbedienza, ma non di una vera etica responsabile e adeguata per una umanità che voglia vivere esprimendo tutte le proprie facoltà intellettive e spirituali, in primo luogo senza rinunciare alla propria libertà di pensiero. Ancor più relativa è la cosiddetta morale cattolica, che così come viene vissuta da tanta parte di fedeli ed ecclesiastici, è di fatto una doppia morale, o la persistente vecchia morale del “mercato delle indulgenzeche suscitò le ire di Lutero. Qualunque peccato, colpa o delitto, può venire “perdonato “ con la recita di preghiere e “atti di dolore, confessione, comunione, frequenza ai riti e pellegrinaggi, a un dato santuario, meglio ancora se accompagnati da offerte alla Chiesa. E’ una morale sostanzialmente basata su un interessato “do ut des”. Si chiedono grazie a Dio in cambio di offerte e preghiere, più o meno come si faceva con gli antichi rituali pagani e le offerte sacrificali praticati un po’ ovunque nel mondo in forme diverse. Il fedele che si comporta male nella vita, ma accetta le regole dei culti fissate da una tradizione, e si sottopone al giudizio di un confessore, può godere di una assoluzione pronunciata “ in nome di Dio”. Ma è veramente etico o morale tutto questo?

Il matrimonio cristiano è considerato sacramento indissolubile e il divorzio è proibito per un cattolico osservante. Ma poi la Chiesa stessa in molti casi ne sancisce l’annullamento attraverso il suo Tribunale della Sacra Rota. La Chiesa condanna ogni pratica che limiti le nascite o ogni forma di aborto e soppressione di embrione appena concepito, ma poi ha promosso o benedetto guerre, e mantenuto per due millenni la pena di morte nei propri ordinamenti. Si potrebbe continuare ancora con l’elencazione delle contraddizioni e degli esempi di relativismo etico nell’ambito della religione cristiana e in specifico di quella cattolica, soprattutto in Italia.

Ma il vero guaio non sta tanto in questo relativismo di fatto praticato anche dai credenti; il pericolo nasce quando si vogliono imporre i valori religiosi come valori assoluti, e quando non si tollera ombra di critica o di dubbio. Ritenendo di essere unici possessori della “verità” e unici interpreti della “volontà di Dio”, gli assolutisti non si fermano davanti a niente e credono di potersi permettere qualsiasi cosa; in primis di imporre agli altri, con qualsiasi mezzo, la propria “verità” e le proprie regole di vita.

A fronte dei danni che può provocare l’assolutismo etico-religioso, ben venga quindi il relativismo. Un relativismo che sia sinonimo di laicità, intesa come libertà per tutti, di credere o di non credere, di sottomettersi in parte o in tutto agli insegnamenti e alle regole di una religione, o di rifiutarle, secondo la propria coscienza, senza violare i diritti altrui e senza pretendere di imporle agli altri, meno che mai come leggi di uno Stato.

Perché solo le religioni devono essere considerate intoccabili e indiscutibili? Perché certi capi religiosi si possono permettere di porsi al di sopra di tutti, arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio pur essendo comuni mortali come noi, con pregi e limiti come tutti? Non è giunto il tempo in cui si possa essere liberi di credere e di pregare secondo le proprie convinzioni,  senza subire anatemi  o condanne sociali (quando non anche penali in certi Stati)? Non è ancora giunto il tempo in cui  non possa più essere consentito  parlare “in nome di Dio”, perché a nessuno dovrebbe essere consentita tale presunzione, basata su interpretazioni discutibili di testi  arcaici, scritti da uomini di millenni fa? A quando una religione  che sia solo fonte di speranza e carità, solidarietà e amore del prossimo e non fonte di potere politico?

Solo un approccio relativistico e non dogmatico o totalitario alle religioni ci può salvare dalle “guerre di religione”, e farci convivere pacificamente, ognuno con le sue credenze o scetticismi, nel rispetto reciproco (*)

(*) Estratto dal testo di Magda Barbieri  “Non nominare il nome di Dio invano”. Agosto 2009 http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/451514/Non%20nominare%20il%20nome%20di%20Dio%20invano#!

* La foto in alto raffigura Albert Einstein nel 1947; ripresa da Wikipedia, nella pagina dedicata alla sua biografia

** In basso, una raccolta di simboli religiosi che vuol  auspicare  una convivenza pacifica tra le religioni.  Auspicio purtroppo finora smentito   da una tragica realtà , passata e presente, di conflitti e abusi compiuti in nome di una religione  *** Immagine dal sito http ://www.google.it/imgres?imgurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/52195/simboli%2520rel.jpg&imgrefurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/%3FTAG%3Dcrocifisso&h=324&w=391&sz=42&tbnid=uYPfQCrDMvB_8M:&tbnh=90&tbnw=109&prev=/search%3Fq%3Dsimboli%2Breligiosi%26tbm%3Disch%26tbo%3Du&zoom=1&q=simboli+religiosi&docid=RyiZQSqogT90_M&hl=it&sa=X&ei=XRhCT4X-FI_64QSLtOiNCA&sqi=2&ved=0CEoQ9QEwBA&dur=534

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Inserito da redazione il Dom, 19/02/2012 – 19:14

Non nominare il nome di Dio invano. Libero commento sulla Bibbia di un lettore diversamente credente – 2010

Copertina libro su BibbiaLe “verità rivelate” contenute nei testi biblici sono verità in assoluto o sono anch’esse “verità relative”, come tutte quelle prodotte dalla mente umana? Nella Bibbia ci sono “parole di Dio” o semplicemente parole di uomini del tempo in cui furono scritte?

Dobbiamo ancora  credere ad un Dio degli eserciti che ha guidato un “popolo eletto” (ma di fatto perseguitato da sempre) verso una terra promessa, benedicendo lo sterminio di altri popoli?

Dopo oltre duemila anni non è forse giunto il tempo di voltare pagina, leggere con sereno e razionale distacco quei racconti mitologici, e andare oltre la Bibbia, per cercare nuove “parole di Dio” nella storia  e nelle azioni degli uomini giusti, credenti e non credenti, che hanno contribuito al progresso della scienza, della cultura, dell’affermazione dei diritti umani e della giustizia nel corso dei secoli in ogni parte del mondo?

Che senso ha oggi credere ancora ad improbabili angeli e diavoli e a quel che “Dio disse” (??!!)  ad Adamo, Abramo, Mosè e altri “patriarchi” di incerta e indimostrabile esistenza?

Sono alcune delle domande  che l’autrice si pone, in veste di lettore comune, senza titoli  accademici di filosofia o teologia, di  educazione e cultura formalmente “cristiana” ma con una testa che si ostina a pensare in proprio e non se la sente più di accettare a scatola chiusa, per  semplice “fede”,  dogmi di origine medievale e tutto quanto costruito e sentenziato nell’arco dei secoli da discutibili e controversi “Concilii”, e viene tuttora presentato dalla Chiesa come verità e parola di Dio, oltre alle troppe strumentalizzazioni ad uso politico e di potere della religione (di tutte le religioni, chi più chi meno…) che le rispettive gerarchie ecclesiastiche hanno fatto e  continuano a praticare in ogni parte del mondo.

Da queste e altre domande e considerazioni, dai tanti dubbi, è nata quindi l’idea di fare una disamina critica  dei primi cinque libri della Bibbia, quelli detti del “Pentateuco”, per riflettere e mettere in evidenza quanto siano superate e opinabili la morale e il tipo di fede che ne stanno alla base.

… “Ecco perchè, se si possono accettare ancora oggi i Dieci comandamenti giudaico-cristiani , estrapolati dalla Bibbia, come regole di vita condivisibili, vorrei che gli uomini, credenti e no, a cominciare dai capi religiosi, e dai capi politici, ne rivalutassero e rispettassero uno in particolare: quello che ammonisce “Non nominare il nome di Dio invano”.
Comandamento  che anche nelle originarie formulazioni bibliche più estese  dell’Esodo e del Deuteronomio , non condanna solo la bestemmia, ma anche e soprattutto l’uso improprio del nome di Dio per giustificare ogni evento terreno e azione umana, e per vantarsi di essere suoi interpreti (spesso poco fedeli e sinceri) e ricavarne quindi un indebito e interessato potere di influenza sugli altri…”

*** Il testo integrale, pubblicato autonomamente attraverso  “Il mio libro.it”  nel 2010,  è leggibile e scaricabile gratuitamente dal sito www.cassandralg.blogspot.it

Articoli vari di riflessione sulla religiosità.

Artialbero_maxcoli già pubblicati sul sito  del Gruppo di studi pianura del Reno, nella sezione di Storia delle religioni de ” La nostra rivistaReno, campi e uomini”:

www.pianurareno.org/?q=taxonomy/term/126  :

1) Appunti di  storia del Cristianesimo, da Gesù alle Chiese di oggi.
www.pianurareno.org/?q=node/4194

2) Animismo, fonte di tutte le religioni? 
www.pianurareno.org/?q=node/4143

3)  Umanesimo, illuminismo, razionalismo… da conoscere per capire.
www.pianurareno.org/?q=node/4055

4) Le religioni nel mondo
www.pianurareno.org/?q=node/4063

5) Relativismo etico, tra fede e ragione
www.pianurareno.org/?q=node/4057

6) Le radici cristiane d’Europa e le radici turche del Cristianesimo
www.pianurareno.org/?q=node/2622

7) Religiosità popolare. Una preghiera  non “canonica” in dialetto
www.pianurareno.org/?q=node/47

8) Religiosità e linguaggio popolare. Dalla preghiera all’imprecazione
www.pianurareno.org/?q=node/190