Povero papa Francesco, tra Medjugorje e Mancuso…

Papa Francesco Su_Santidad_Papa_FranciscoMentre  imperversano le polemiche tra politici e amministratori nazionali e locali sul che fare per affrontare una immigrazione  quotidiana che  ha assunto ormai  le dimensioni di una invasione organizzata, da tempo premeditata e tutt’altro che disinteressata, sia “a monte” che “a valle”, dall’Africa  e dai paesi islamici all’Italia,  non sapendo sinceramente a chi dare ragione o torto, tra facili strumentalizzazioni di parte, parole e solidarismi  a vuoto, e problemi reali che nessuno sa bene come risolvere in modo equo e saggio, sia a livello nazionale che internazionale, io oggi preferisco soffermarmi a commentare l’ultimo discorso di papa Francesco, pronunciato ieri nel corso di una messa e ripreso dai giornali.

Discorso un po’ sibillino secondo il mio punto di vista, nel quale ha assemblato tante  affermazioni  di carattere generale,  di significato diverso, con destinatari specifici sottintesi, accostate con un equilibrismo che non so se definire di stile gesuitico, o, detto in parole povere, in politichese, o, meglio, secondo il detto “parlo a nuora perchè suocera intenda “.

E le “suocere” da ammonire, anche se non nominate espressamente dal papa, secondo me, erano due: da una parte i fedeli e i prelati che prosperano da decenni intorno ai presunti “veggenti” di Medjugorje che da 34 anni fanno i portavoce della Madonna a ore fisse attirando milioni di fedeli (e offerte),  e, dall’altra,  il teologo Vito Mancuso che era intervenuto qualche giorno prima a Genova ad un convegno – dibattito filosofico promosso dal quotidiano La Repubblica, ed aveva fatto un interessante  discorso nel quale  il punto centrale era l’invito a  riformulare la prima preghiera cristiana con questo incipit: “Padre nostro che sei in terra” (invece di Padre nostro che sei nei cieli), suggerendo quindi un modo nuovo di intendere Dio.

Dal passato remoto (tuttora presente) della fede intesa così come la intendono e vivono quelli che credono alle “apparizioni” della Madonna, qua e là e a “veggenti” di vocazione o di mestiere, al salto nel possibile futuro di una nuova fede religiosa che  travalichi le indicazioni e le formulazioni dogmatiche tramandate dalla Chiesa, e dalla Bibbia, per secoli e millenni, se non rispondono più al sentimento, alla ragione, alla sensibilità attuale e alle esigenze e ai bisogni degli uomini di oggi.

Mi pare che il pontefice  stia tra due fuochi che,  qualunque posizione prenda, possono bruciarlo (come si è bruciato, fino alle rivoluzionarie dimissioni  dalla carica di investitura divina, papa Ratzinger). Forse è per questo che è stato così “soft”, nonostante non gli piaccia questo termine.

Medjugorje- Il monte delle apparizioni Bosnia_Herzegovina_Apr-24-2012_I giornali hanno riportato e interpretato il suo discorso  solo come una anticipazione di un possibile pronunciamento critico nei confronti  del fenomeno fideistico  che si è così fortemente radicato nel popolo dei fedeli più credenti ( o creduloni….) mentre tutti  aspettano  una presa di posizione chiara e autorevole da parte della massima autorità della Chiesa, promessa dal papa dopo anni di incertezza e pareri contrastanti  di prelati di vario livello e la crescita abnorme di  un contorno mercenario-turistico fiorito intorno alla  cittadina  bosniaca. Il fatto che papa Francesco abbia comunque già affermato che “la Madonna non manda emissari”  e ironizzato sui “veggenti delle 4 del pomeriggio, fa presumere quale sia il suo pensiero a proposito di Medjugorje. Ma se  la sentenza ufficiale  finale della apposita commissione sarà di sconfessione  delle “apparizioni“, scoppierà il finimondo, perchè c’è ancora tanta parte di fedeli che di queste   forme di devozione,  più superstiziose, idolatriche e pagane che cristiane, ha bisogno; o così crede, perchè ne è stata educata fin dall’infanzia da un catechismo e da una consuetudine clericale che di questi aspetti ha fatto un punto di forza e ne  è stata fortemente nutrita e influenzata. Quel bell’esemplare di superzelante convertito che è diventato Paolo Brosio ha già scritto al papa per  testimoniargli tutti i benefici spirituali e i miracoli e le guarigioni di tumori e Sla che i pellegrinaggi a Medjugorie avrebbero  regalato all’umanità. E lo implora di darne riconoscimento ufficiale.

E poi, se si mette in discussione Medjugorje, prima o poi per coerenza bisognerà ripensare alla veridicità di apparizioni e miracoli di Fatima e Lourdes, e alla “sacra sindone”  e a tutto l’armamentario e reliquario miracolistico che sta intorno a mille Santuari e ha  fatto peregrinare milioni di fedeli per l’Italia e per il mondo; per non parlare del senso (spirituale o turistico-commerciale??!!) che si dovrebbe dare al prossimo Giubileo…

Va be’ , problema loro – posso dirlo –  perchè io a miracoli, apparizioni e reliquie  non ci ho mai creduto, anzi mi hanno allontanato dalla religione. Ma mi piacerebbe  vedere più gente (prelati e fedeli) che si affida alla ragione e alla pratica di  opere buone, oneste e giuste piuttosto che a questo tipo di fede e devozione, basata su culti esteriori, riti, processioni, pellegrinaggi e genuflessioni davanti a statue e pose ieratiche a mani giunte e con gli occhi rivolti al cielo, come se fosse questa l’essenza e il valore del cristianesimo.

Vito Mancuso 2013Per questo ho letto con interesse l’intervento del teologo Vito Mancuso che finalmente ha avuto il coraggio di  mettere in discussione anche l’idea di Dio che “sta nell’alto dei cieli”, con un “Gesù seduto alla destra del Padre“; idea , anche a mio parere, arcaica, che ci è stata inculcata dalla Chiesa e dalla Bibbia, con  i suoi racconti che  presentano un Dio  a immagine e somiglianza di uomo (come il Giove pagano stava sul monte Olimpo) e che era ora di mettere in discussione. Del resto Mancuso non è nuovo a prese di posizione che la Chiesa non ha ancora ufficialmente definito “eretiche” (oggi non sarebbe molto popolare riesumare medioevali  espressioni e scomuniche), ma che in molti nel mondo cattolico hanno criticato.
Cito solo qualche cenno da http://it.wikipedia.org/wiki/Vito_Mancuso
………  “Il pensiero di Vito Mancuso si può connotare come evoluzionismo teologico…...segue la corrente dell’emergentismo che ha una visione evoluzionista dell’essere…
…Per la rivista dei gesuiti La Civiltà Cattolica Vito Mancuso arriva “a negare o perlomeno svuotare di significato circa una dozzina di dogmi della Chiesa cattolica”, finendo così per alimentare la confusione. …..
Don Gianni Baget Bozzo ha parlato della teologia mancusiana in termini di “destino gnostico”. A tale proposito occorre segnalare anche un intervento su Famiglia Cristiana da parte di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, che pure ha attribuito al pensiero di Mancuso la qualifica di gnosticismo….”

Dunque, anche se nessuno dei commentatori finora lo ha notato, la seconda parte del monito di papa Francesco era proprio diretta a Mancuso, quando ha detto, tra l’altro…. “l’identità «può indebolirsi e può perdersi». «La croce – ha continuato – è uno scandalo» e quindi c’è chi cerca Dio «con queste spiritualità cristiane un po’ eteree», gli «gnostici moderni»….” (e gnostici moderni non possono certo essere definiti i fan delle apparizioni...).

E’ evidente che il buon Francesco non  condivide affatto il balzo in avanti di Vito Mancuso, ed è ancorato ad una religiosità che non può permettersi di mettere in discussione dogmi e rituali consolidati, nel timore che crolli tutto l’impianto teologico. Anche a costo di perdere comunque un’altra parte di fedeli o ex fedeli  a cui di questi dogmi non importa più nulla.

** Intanto la cronaca  di oggi 10 giugno 2015 ci segnala questi fatti poco edificanti per la sua Chiesa che il papa  deve affrontare:

– Affidati alla Congregazione della dottrina della Fede i giudizi sui prelati che non hanno dato seguito adeguato alle denunce di abusi compiuti su minori….

– Cliniche del Vaticano – Dieci arresti (di cui tre in carcere e sette ai domiciliari, di cui 2 suore ) per il crac della Casa Divina Provvidenza di Bisceglie,…“Siamo grati al Vaticano – ha detto il pubblico ministero – perché siamo stati tra le prime autorità giudiziarie a beneficiare del nuovo corso di trasparenza e collaborazione della banca vaticana voluto dal santo padre”.
Collaborazione e trasparenza – è sottinteso ma chiaro- che finora sono sempre mancate, su gravi e reiterati fatti che – questi sì – hanno generato tanta “confusione” tra i fedeli….

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Tutto è relativo, anche la giustizia, purtroppo…

Archivio_di_stato Simbolo CampsoresNon sono una fan dei processi  mediatici che  voltano e rivoltano per anni i casi di cronaca nera, spiattellando  pareri (interessati) di avvocati delle parti, esperti tuttologi a gettone di presenza, testimoni veri e  presunti, amici, parenti e vicini di casa e quant’altro  possa servire a inzuppare il pane della curiosità morbosa di  certo pubblico.
Ho sempre cercato di conoscere e di capire distinguendo il giornalismo di informazione presumibilmente seria, dal giornalismo-spettacolo dei talk show televisivi. Ma non posso esimermi dal commentare  quest’ultima sentenza della corte di Cassazione che ha assolto Raffaele Sollecito e Amanda Knox dall’accusa di aver ucciso la studentessa inglese Meredith Khercher 8 anni fa, per le implicazioni e conseguenze che comporta.
Sentenza sconcertante e preoccupante perchè arriva  a ribaltare precedenti sentenze e dopo 5  processi, dai quali sono scaturite per 3 volte condanne e per 2 volte assoluzioni.
Caso emblematico ma comunque non raro, frutto della  complessità e delle contraddizioni  del nostro sistema giudiziario e dei suoi tre gradi di giudizio, oltre che dei margini di discrezionalità di cui sembrano godere i giudici nei vari livelli di indagine e giudizio.
 Il commento più appropriato a questo punto mi sembra quello della madre della vittima “… Adesso siamo delusi. Perché non c’è una soluzione del delitto. Finisce tutto così, con un punto interrogativo. E allora questo verdetto è una sconfitta del sistema giudiziario italiano…”

Sistema  garantista, pensato per dare ad ogni imputato la possibilità di difendersi da eventuali condanne in primo grado ritenute ingiuste, quando si trovino nuove prove o testimoni che possano  dimostrarne l’innocenza. O viceversa  dare la possibilità  alla pubblica accusa di riaprire il processo contro un imputato assolto, quando  nuovi elementi possano metterne in dubbio l’innocenza e quindi  assicurare alla giustizia e alla dovuta pena un colpevole.
Tutto giusto, in teoria. Ma in pratica il nostro sistema  offre anche  l’occasione  per il prolungamento di indagini e processi  per decenni o fino  alla tagliola della prescrizione, tanto  più quando l’imputato ha mezzi economici e avvocati abili che  sanno sfruttare tutti i possibili cavilli  e  codicilli di una complicatissima legislazione con conseguenti rinvii e ribaltamenti di sentenze. 
Quando  i casi giudiziari  hanno protagonisti noti o molto  seguiti dalla stampa si sa che l’opinione pubblica  si divide tra colpevolisti e innocentisti e ognuno si improvvisa giudice per conto suo. Poi, a sentenza pronunciata, gli uni gongolano e gli altri  si indignano a seconda  che la sentenza coincida col loro giudizio. E fin qui direi niente di male, è normale, fin che c’è libertà di pensiero.

Non è normale  invece, anzi è perniciosa,  la strumentalizzazione delle sentenze che viene praticata  da politici  e giornali  legati agli interessi di inquisiti che non perdono occasione per mettere in cattiva luce la magistratura tutta, facendo di ogni erba un fascio  per avvalorare la comoda tesi che i giudici, quando condannano, “sbagliano”, hanno torto e devono “pagare”, e gli inquisiti hanno sempre ragione e sono vittime di persecuzione ingiusta.
C’è chi si diverte poi  a “sbattere il mostro in prima pagina“, specie se il “mostro” gli sta antipatico, o è di pelle scura, o è exatracomunitario, o di un partito avverso, o è un giudice….
Il caso delle controverse sentenze con assoluzione finale per l’omicidio di Meredith è dunque occasione ghiotta  per i detrattori della  magistratura, anche perchè cade ora che si è in procinto di varare una “riforma” della giustizia  che vuole imporre un certo tipo di responsabilità  e di penalizzazione dei magistrati che “sbagliano”.
E l’ex imputato assolto in via definitiva Sollecito, col supporto della sua illustre avvocatessa Giulia Bongiorno, è già lì che reclama un risarcimento milionario (ma l’avvocatessa oggi ha un po’ corretto il tiro con un “vedremo…”).
Anche questa sarebbe cosa giusta in teoria, ma in pratica  si aprono molti interrogativi
Intanto, checchè ne dica l’avvocatessa, il dubbio può sempre persistere, perchè anche se un imputato per  sentenza definitiva è stato legalmente riconosciuto innocente, potrebbe non esserlo affatto, ma aver beneficiato del fatto che non si sono trovate prove sufficienti a condannarlo e i giudici nel valutare il caso hanno ritenuto che, nel dubbio, fosse meglio lasciar libero un presunto colpevole piuttosto che rischiare di condannare un innocente.
E il dubbio è più che giustificato quando ci si ritrova davanti a casi controversi come questo, che hanno visto tre precedenti sentenze di condanna e la condanna definitiva di un terzo imputato (Rudy Guede, di pelle scura…) “in concorso con altri”. Ed è rimasto accertato e punito il fatto che “l’innocente” Amanda tentò di incolpare un tale che fortunatamente aveva un alibi.… Si può onestamente sostenere che i giudici che si pronunciarono per la condanna agirono in mala fede, con dolo o con imperizia? O semplicemente diedero in buona fede una interpretazione diversa delle prove e delle testimonianze raccolte a quel tempo? Come e chi può valutare se si trattò di errore giudiziario meritevole di punizione personale del giudice e dello Stato che rappresentava, o se si trattò invece di legittima e giustificabile valutazione?
Se il sistema giudiziario prevede tre gradi di giudizio è ovvio che si possano avere sentenze di segno diverso; ma questo comporta sempre che le sentenze precedenti  siano passibili di condanna e penalizzazione personale dei giudici e obbligo per lo Stato di risarcimento?
Se  si arriverà ad avvalorare questa tesi, quale giudice si azzarderà più ad emettere sentenze di condanna in primo grado (specie se di un imputato potente e ricco…), sapendo che se poi questo verrà assolto in appello dovrà risponderne in prima persona ed  essere condannato lui?
Avremo più o meno “errori giudiziari”? Avremo meno innocenti in carcere e/o più colpevoli liberi e impuniti? Sarà più garantito l’individuo onesto o il disonesto, e la società tutta?
Ai posteri l’ardua sentenza (definitiva?).

PS: La bilancia  dell’illustrazione dell’articolo non è quella simbolo della giustizia (anche se  le somiglia), ma è quella  che fu simbolo dei “campsores”, cambiavalute  del Medioevo e Rinascimento, presente nell’Archivio di Stato di Modena.
Ogni accostamento tra le due  diverse funzioni della bilancia (giustizia uguale per tutti e peso delle monete)  è puramente casuale  e di scelta grafica…)

Relativismo etico tra fede e ragione

Einstein 1921. E.O. Hoppe per LifeE’ comprensibile e legittimo che i capi di una religione esaltino i benefici spirituali che possono derivare a quanti ne rispettino i contenuti. Ma non è del tutto corretto, anzi si potrebbe rilevarne gli estremi di una “pubblicità ingannevole, sostenere che solo la fede religiosa è l’unico ed esclusivo mezzo per praticare il bene e raggiungere la “salvezza” dell’uomo. E’ vero che ci sono tanti esempi di persone che, animate dalla fede in un Dio e in una religione, hanno condotto una vita esemplare e generosa e fatto del bene all’umanità; e penso soprattutto , ma non solo, ai tanti missionari cristiani che mettono in pratica i fondamentali insegnamenti evangelici e spendono la propria vita per alleviare le sofferenze altrui. Ma è anche vero che se una fede religiosa non è accompagnata dalla ragione e dal senso di giustizia e rispetto per gli altri, può produrre effetti tragici e disastrosi. Gli esempi negativi in proposito abbondano, per tutte le religioni, nella storia e pure nel presente; ci vorrebbe un libro solo per elencarli. Le sanguinarie Crociate, le sofferenze, le torture e le condanne a morte inflitte dalle “Sante Inquisizioni” per secoli, le guerre di religione tra cristiani, le “Guerre sante” degli islamici , gli omicidi e le stragi perpetrate dai fanatici di varie fedi stanno lì a dimostrarlo, senza ombra di dubbio. Bisogna poi tenere presente che anche gli atei, gli agnostici o quanti non si riconoscono in un sistema di credenze religiose fissate in “libri sacri” e strutturate in dogmi e riti, possono essere animati da un fede profonda in valori umani e sociali che non sono meno apprezzabili e costruttivi di quelli connessi alle religioni. Anche tra questi gli esempi non mancano. Basti pensare ai tanti eroi civili del Risorgimento e della Resistenza, ai giudici onesti e agli uomini delle forze dell’ordine che si sono sacrificati consapevolmente in difesa della giustizia, penso a quanti operano con disinteresse, intelligenza e forza morale per il progresso della scienza, per la difesa della libertà e dei diritti umani, pur non essendo credenti o praticanti nel senso letterale del termine. Voglio ricordare solo l’esempio che ci viene dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, morti a distanza di due mesi l’uno dall’altro, vittime della mafia che avevano cercato di sconfiggere con le armi della legge e della giustizia, accomunati dallo stesso impegno etico civile pur conoscendo i rischi che correvano. Non andava a Messa il primo, ci andava il secondo. Che differenza di valori c’è tra l’uno e l’altro? Evidentemente si può arrivare allo stesso risultato percorrendo strade intime diverse. In ultima analisi, ciò che conta è la forza morale interiore di ogni uomo, quale che sia il sistema di valori, religiosi o semplicemente civili, in cui crede.

Non tutti riescono a trovare i valori cristiani, o i valori fondanti per la propria vita, o l’espressione della propria spiritualità, nelle genuflessioni e nei segni di croce, nelle processioni dietro una immagine o dietro prelati pomposamente e arcaicamente vestiti, nelle “ore di adorazionedavanti ad un tabernacolo, nello spargere di incensi, nell’ascolto ogni domenica di una “parola di Dioidentificata nelle lettere che S. Paolo scrisse quasi duemila anni fa ai Corinti e agli Efesini, nelle ripetizioni mnemoniche di preghiere, litanie e rosari (  mantra, o altro versetto “sacro” di altra religione …). Chi trova conforto in queste pratiche, liberissimo deve essere, e buon pro gli faccia.

Ma il fatto che ormai solo il 15-30 % della popolazione, ufficialmente cattolica o cristiana, non le segua più, deve pur significare qualcosa. E quel 70-80% di un popolo, che pur si definisce cristiano ma non frequenta regolarmente le funzioni religiose, non deve essere tutto schiavo del demonio o costituito da persone prive di moralità, potenziali delinquenti o aspiranti nazisti.

Se è pur vero che la ragione non porta automaticamente alla verità; verità che va sempre cercata, ridefinita, perfezionata, come un traguardo che si sposta sempre in avanti, nemmeno la fede religiosa è sinonimo di verità, poichè si basa su affermazioni, tradizioni, consuetudini e dogmi che vogliono restare immutabili nel tempo, nonostante abbiano causato anche tanti effetti perversi o si siano rivelati per tanti aspetti superati e in contrasto con l’evolversi del pensiero, delle esigenze umane e col progresso della scienza e della conoscenza.

L’idea di Dio che tutti noi ci portiamo dietro dall’infanzia, abitando in Paesi con una  cultura religiosa dominante o prevalente (cattolica, o protestante, o musulmana, o ebraica, o induista, ecc..) ci viene dalla lettura, praticamente imposta attraverso la catechizzazione infantile, delle rispettive “Sacre scritture”. Ma va ricordato che le tre grandi religioni monoteiste si basano tutte su testi che non sono stati scritti direttamente e personalmente dai profeti a cui si ispirano, Mosè, Gesù, Maometto, ma che riferiscono “verità rivelate”, cioè dichiarazioni attribuite a patriarchi o “profeti”, misteriosamente scelti da Dio come messaggeri della sua parola, solo ad essi “rivelata” e poi tramandata nei secoli dai loro seguaci, dapprima per via orale e poi per iscritto.  Questo assunto apre la porta a tanti interrogativi e legittimi dubbi da parte di chi non si sente di “accettare a scatola chiusa” queste presunte rivelazioni divine.

Intanto non è possibile avere la ragionevole certezza che i testi “sacri” giunti fino a noi, attraverso un viaggio bi­millenario e tanti passaggi orali e scritti, e traduzioni da una lingua all’altra, siano la copia esatta di quelli originari dettati da profeti ed evangelizzatori. E’ anzi certo che siano stati parzialmente ritoccati, con aggiunte o cancellazioni, volute dai compilatori per favorire determinate convinzioni, o capitate per errori di trascrizione, traduzione e interpretazione. In ogni caso, anche se i libri della Bibbia, Vecchio e Nuovo testamento (e del Corano e altri testi “sacri”) fossero davvero l’espressione esatta fino all’ultima virgola di quanto dichiarato dagli antichi profeti e messia, è lecito affermare che le “verità rivelate”, sono, per loro stessa natura, “verità relative”, frutto di convinzioni umane maturate dai compilatori di tanti secoli fa, rabbini, evangelisti, teologi, imam e califfi, santoni o guru, diverse a seconda dei luoghi e dei tempi. “Verità di fede” dunque, vere e valide per chi ci crede, per chi le accetta per convinzione o tradizione della famiglia e del luogo in cui è nato. E la fede è sentimento soggettivo; il modo di vivere ed esprimere una fede varia da individuo a individuo, a seconda del suo bagaglio culturale, del suo carattere, della forza morale, della minore o maggior coerenza tra dire e fare. E ognuno dei credenti ha una sua idea di Dio, non esattamente uguale a quella degli altri. Spesso i capi religiosi rimproverano e accusano i non credenti, o diversamente credenti, di “relativismo” morale e ideale: ma è un’accusa ingiusta e impropria, perché si può affermare il contrario senza tema di smentita, osservando semplicemente quanto è accaduto e accade nel mondo, e cioè  che: nulla è più “relativo” delle religioni. Non possiamo ignorare infatti che da sempre ogni popolo della terra ha avuto una “ sua” religione, sue divinità, mitologie ed eroi leggendari, con credenze, regole, riti, culti, feste e divieti che venivano tramandati di generazione in generazione, e ai quali i singoli non potevano sottrarsi perché ne venivano educati fin da neonati ed erano di fatto costretti all’osservanza per tutta la vita, dalla culla alla tomba, dal contesto sociale, politico e religioso in cui vivevano. Ogni popolo era pertanto animato dalla convinzione che solo la propria religione era quella “vera”, con valore assoluto; e ogni pensiero o atto non conforme era considerato sacrilego e contro Dio, quindi punibile dagli uomini che detenevano il potere su questa terra e da Dio dopo la morte, in un ipotetico Inferno, o luogo di maledizione in un al di là comunque chiamato. Non possiamo ignorare che, in un’ Europa pur già evoluta culturalmente come quella del 1500, quando si trovò ad affrontare la “Riforma “ religiosa proposta da Lutero, non si seppe far di meglio che impugnare le armi e dilaniarsi in feroci guerre di religione tra cristiani cattolici e cristiani protestanti. E per far cessare i bagni di sangue, si trovò infine un accordo (pace di Augusta, 1555) sul principio del “cuis regio eius religio” che tradotto letteralmente significa “a ogni regione la sua religione” e, nella sostanza, che ogni popolo avrebbe dovuto praticare la religione del Principe o Re dello Stato in cui si trovava. E chi non l’accettava poteva emigrare nello Stato con la religione che preferiva; scelta ovviamente molto onerosa. Non è  quindi frutto di una vera libertà di scelta  se un popolo, o  gli abitanti di una nazione o di una regione,  praticano, o si dichiarano credenti  di una stessa religione.

Inoltre, la Bibbia ha avuto ed ha tante interpretazioni diverse e ha alimentato tante religioni e sette, spesso in sanguinaria competizione tra loro, e comunque con regole diverse per i fedeli e per gli stessi ministri del culto (si pensi ad esempio al celibato dei preti, imposto solo ai cattolici). Quella del cristianesimo è una galassia molto composita, a partire dai tre grandi filoni in cui si è divisa: cattolici, ortodossi e protestanti o “riformati”. Lungo sarebbe l’elenco dei gruppi religiosi, più o meno estesi, che dicono di ispirarsi alla Bibbia o anche al Vangelo. Non parliamo delle persone che dicono di trarre da essi la propria guida morale: ci si ritrova in compagnia con uomini onesti e pii, con capi di stato guerrafondai, con generosi benefattori e con feroci torturatori, con persone di cultura e altre di estrema ignoranza, e spesso anche con grandi bugiardi, delinquenti ed esaltati, e tanta superstizione. Se non è relativismo religioso questo…..

Si può anche far rilevare che l’osservanza di una etica fissata nei dogmi di una religione, può essere considerata, a rigor di logica, debole e passiva, se non è frutto di libera scelta volontaria e consapevole, ma è indotta o imposta dal contesto religioso, culturale, sociale e politico in cui l’individuo vive. Tutt’al più si può parlare di osservanza o obbedienza, ma non di una vera etica responsabile e adeguata per una umanità che voglia vivere esprimendo tutte le proprie facoltà intellettive e spirituali, in primo luogo senza rinunciare alla propria libertà di pensiero. Ancor più relativa è la cosiddetta morale cattolica, che così come viene vissuta da tanta parte di fedeli ed ecclesiastici, è di fatto una doppia morale, o la persistente vecchia morale del “mercato delle indulgenzeche suscitò le ire di Lutero. Qualunque peccato, colpa o delitto, può venire “perdonato “ con la recita di preghiere e “atti di dolore, confessione, comunione, frequenza ai riti e pellegrinaggi, a un dato santuario, meglio ancora se accompagnati da offerte alla Chiesa. E’ una morale sostanzialmente basata su un interessato “do ut des”. Si chiedono grazie a Dio in cambio di offerte e preghiere, più o meno come si faceva con gli antichi rituali pagani e le offerte sacrificali praticati un po’ ovunque nel mondo in forme diverse. Il fedele che si comporta male nella vita, ma accetta le regole dei culti fissate da una tradizione, e si sottopone al giudizio di un confessore, può godere di una assoluzione pronunciata “ in nome di Dio”. Ma è veramente etico o morale tutto questo?

Il matrimonio cristiano è considerato sacramento indissolubile e il divorzio è proibito per un cattolico osservante. Ma poi la Chiesa stessa in molti casi ne sancisce l’annullamento attraverso il suo Tribunale della Sacra Rota. La Chiesa condanna ogni pratica che limiti le nascite o ogni forma di aborto e soppressione di embrione appena concepito, ma poi ha promosso o benedetto guerre, e mantenuto per due millenni la pena di morte nei propri ordinamenti. Si potrebbe continuare ancora con l’elencazione delle contraddizioni e degli esempi di relativismo etico nell’ambito della religione cristiana e in specifico di quella cattolica, soprattutto in Italia.

Ma il vero guaio non sta tanto in questo relativismo di fatto praticato anche dai credenti; il pericolo nasce quando si vogliono imporre i valori religiosi come valori assoluti, e quando non si tollera ombra di critica o di dubbio. Ritenendo di essere unici possessori della “verità” e unici interpreti della “volontà di Dio”, gli assolutisti non si fermano davanti a niente e credono di potersi permettere qualsiasi cosa; in primis di imporre agli altri, con qualsiasi mezzo, la propria “verità” e le proprie regole di vita.

A fronte dei danni che può provocare l’assolutismo etico-religioso, ben venga quindi il relativismo. Un relativismo che sia sinonimo di laicità, intesa come libertà per tutti, di credere o di non credere, di sottomettersi in parte o in tutto agli insegnamenti e alle regole di una religione, o di rifiutarle, secondo la propria coscienza, senza violare i diritti altrui e senza pretendere di imporle agli altri, meno che mai come leggi di uno Stato.

Perché solo le religioni devono essere considerate intoccabili e indiscutibili? Perché certi capi religiosi si possono permettere di porsi al di sopra di tutti, arrogandosi il diritto di parlare in nome di Dio pur essendo comuni mortali come noi, con pregi e limiti come tutti? Non è giunto il tempo in cui si possa essere liberi di credere e di pregare secondo le proprie convinzioni,  senza subire anatemi  o condanne sociali (quando non anche penali in certi Stati)? Non è ancora giunto il tempo in cui  non possa più essere consentito  parlare “in nome di Dio”, perché a nessuno dovrebbe essere consentita tale presunzione, basata su interpretazioni discutibili di testi  arcaici, scritti da uomini di millenni fa? A quando una religione  che sia solo fonte di speranza e carità, solidarietà e amore del prossimo e non fonte di potere politico?

Solo un approccio relativistico e non dogmatico o totalitario alle religioni ci può salvare dalle “guerre di religione”, e farci convivere pacificamente, ognuno con le sue credenze o scetticismi, nel rispetto reciproco (*)

(*) Estratto dal testo di Magda Barbieri  “Non nominare il nome di Dio invano”. Agosto 2009 http://reader.ilmiolibro.kataweb.it/v/451514/Non%20nominare%20il%20nome%20di%20Dio%20invano#!

* La foto in alto raffigura Albert Einstein nel 1947; ripresa da Wikipedia, nella pagina dedicata alla sua biografia

** In basso, una raccolta di simboli religiosi che vuol  auspicare  una convivenza pacifica tra le religioni.  Auspicio purtroppo finora smentito   da una tragica realtà , passata e presente, di conflitti e abusi compiuti in nome di una religione  *** Immagine dal sito http ://www.google.it/imgres?imgurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/52195/simboli%2520rel.jpg&imgrefurl=http://pasqualeavolio.ilcannocchiale.it/%3FTAG%3Dcrocifisso&h=324&w=391&sz=42&tbnid=uYPfQCrDMvB_8M:&tbnh=90&tbnw=109&prev=/search%3Fq%3Dsimboli%2Breligiosi%26tbm%3Disch%26tbo%3Du&zoom=1&q=simboli+religiosi&docid=RyiZQSqogT90_M&hl=it&sa=X&ei=XRhCT4X-FI_64QSLtOiNCA&sqi=2&ved=0CEoQ9QEwBA&dur=534

Scritto in Storia delle religioni| letto 3044 volte

Inserito da redazione il Dom, 19/02/2012 – 19:14